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IL VESCOVO MICHELANGELO SORRENTINO (1843-1863)
Dopo la morte di mons. Segna la sede dei Marsi rimane vacante per poco più di tre anni, dal marzo del 1840 al luglio del 1843. In questo periodo, a norma del diritto canonico, la diocesi viene retta dal Vicario Capitolare, don Nicola De Giorgio, arcidiacono della cattedrale di Pescina. La nomina del Vicario Capitolare in periodo di sede vacante avviene per elezione fra i membri del Capitolo della cattedrale. Il capitolo di Santa Maria delle Grazie in Pescina si riunisce il 10 marzo 1840 per procedere alla elezione, ma passati gli otto giorni concessi dalle leggi ecclesiastiche in vigore e dopo otto scrutini, nessuno ottiene il numero di voti necessari per avere la nomina a Vicario Capitolare. Allora, il decano del capitolo, secondo la prassi in uso, fa un rapporto di tutto lo svolgimento delle votazioni al vescovo più vicino, che al tempo è mons. Manieri dell’ Aquila, il quale di autorità nomina vicario capitolare De Giorgio. Il nominato però sta ad Aversa in qualità di Vicario Generale di mons Durini, già vescovo dei Marsi. Egli si reca subito a Pescina per assumere il nuovo incarico, che terrà per più di tre anni, durante i quali è costretto a prendere anche gravi decisioni, come quella della riapertura del seminario, facendo cambiare parere alla Deputazione che aveva proposto di chiuderlo. Il giorno 16 luglio 1843 Gregorio XVI nomina vescovo dei Marsi Michelangelo SORRENTINO, arciprete di S. Giovanni del Pero in provincia di Salerno, il quale è consacrato il 25 luglio dello stesso anno e prende possesso della sede il 3 dicembre.
ANCORA IL PROBLEMA DELLA SEDE VESCOVILE
Il nuovo vescovo non ha fatto ancora il suo ingresso in Diocesi che subito si trova di fronte ad una questione già posta al suo predecessore mons. Durini. Gli abitanti di Avezzano chiedono che la sede vescovile venga trasferita da Pescina ad Avezzano, e questa volta pare proprio che stiano per riuscirci. Difatti, secondo quanto attesta il Di Pietro, una deputazione di Avezzanesi ottiene dalla corte di Napoli e da Roma l'accog1imento della loro richiesta: manca solo il consenso del vescovo nominato. Ma questi dà prova di molta prudenza, dicendo che non se la sente di prendere una decisione se prima non si rende personalmente conto di come stanno le cose nella diocesi. Poi risponde: “Francamente che si dovea risiedere nel luogo e nella casa a lui lasciata dai suoi antecessori degnissimi”. La richiesta degli Avezzanesi è più che motivata. Ormai Avezzano è divenuto il centro più popoloso della Marsica e lo riconosce lo stesso Di Pietro, che pure è decisamente contrario al trasferimento, come traspare dai suoi scritti: la cittadina all’ epoca conta 5050 abitanti, mentre l’ intero mandamento di Avezzno ne conta 19.605; laddove Pescina annovera solo 3.460 abitanti e l’ intero mandamento ne fa 12.088. Avezzano, poi, si avvia ad essere un centro di promettente sviluppo, soprattutto perché già sono in corso i lavori per il prosciugamento del lago di Fucino, che saranno compiuti nel 1876. La sede di questi lavori sta proprio in Avezzano e già ora, a causa di essi, si sta trasformando l’ economia locale, il cui centro propulsore sarà proprio la stessa città. C’è da aggiungere che il tracciato della ferrovia in corso di costruzione tocca in pieno Avezzano, che diverrà una delle stazioni principali di tutta la linea Roma-Pescara, mentre, come in seguito diranno i paesani, Pescina del treno non sentirà nemmeno il fischio. Tutto questo spiega perché la deputazione degli Avezzanesi trovi favorevoli alla loro richiesta la corte di Napoli e le congregazioni di Roma. Ma tutto sommato, mons. Sorrentino non ha giudicato male nel ritenere prematuri i tempi per il trasferimento della sede episcopale della Diocesi.
Di mons. Michelangelo Sorrentino ci resta una Relazione alla Congregazione del Concilio nell’ Archivio Vaticano; degli anni del suo episcopato abbiamo anche gli Atti della Deputazione Conciliare del Seminario nell’ Archivio Storico Diocesano di Avezzano ed altra documentazione varia, e in più la testimonianza del Di Pietro, che pubblica i suoi scritti qualche anno più tardi della morte del Vescovo. Abbiamo già notato nei capitoli precedenti che durante il sec. XIX la vita della Diocesi dei Marsi sta subendo una crisi lenta, ma piuttosto sensibile. Se ci fermassimo alla testimonianza del Di Pietro, relativa all' episcopato di mons. Sorrentino, dovremmo dire che la crisi sia precipitata in quest'ultimo ventennio soprattutto per colpa del Vescovo. Lo storico marsicano infatti dà un giudizio severo e del tutto negativo sul vescovo dei Marsi di questi anni: "Sebbene la carità cristiana mi vieti riferire le opere successive di mons. Sorrentino, pure per non mancare in tutto alla parte storica, e per fare che il curioso lettore possa capirne almeno il carattere; dico soltanto che negli anni venti non compiuti del suo vescovado, l’ unica sua cura è stata quella di accumulare denaro per fondare, ed accrescere un vistoso patrimonio agli ingrati nipoti, fra quali l’ ultimo violentato nella vocazione: ordinato sacerdote nonostante fosse irregolare per difetto di scienza, e per altro, ed aggregato al Capitolo di questa Cattedrale dei Marsi, giunse con la sua vita nefanda a ricolmar di ogni obbrobrio l'indolentissimo zio". Sull’ avarizia del vescovo Sorrentino il Di Pietro ha da ridire anche in occasione della questione sorta a Tagliacozzo per la parrocchia di S,Cosma, la cui causa, portata davanti al tribunale regio e alla sacra Rota richiede spese e impegno; il vescovo, pur trattandosi di difendere i suoi diritti contro l’ insubordinazione di alcuni sacerdoti e l’ ingerenza dell' abate di Montecassino, si impegna fino a quando le spese da affrontare sono piccole, ma "temendo non avesse dovuto spendere altro denaro, trascurò difendere la integrità della sua diocesi”. Un altro accenno all'incuria del vescovo Sorrentino l'abbiamo rintracciato negli Atti della Deputazione del Seminario nel verbale del 21 giugno 1863, data in cui il vescovo era già morto. In esso si dice che nelle "rendite di questo seminario, per noncuranza del defunto vescovo si sia verificato qualche disguido". Tutti ci rendiamo conto del valore di certe espressioni eufemistiche in atti ufficiali.
SITUAZIONE ANCORA CRITICA
Dalla Relazione, che il Sorrentino ha presentato alla Congregazione del Concilio, emergono le stesse lamentele dei vescovi precedenti. Nel 1842 è intervenuto il Concordato col Regno delle Due Sicilie. In base a questo concordato sono state riconosciute dal Commissario plenipotenziario le cinque collegiate già esistenti nella diocesi, a Trasacco, a Celano, a Scurcola, a Luco e ad Avezzano. Le altre quattro colleggiate sono rimaste solo di nome e ormai si avviano alla completa decadenza, "il loro stato è mediocre, scarseggiano di arredamenti e sono completamente prive di rendita”. Le parrocchie della diocesi adesso arrivano ad 81, delle quali la metà sono di libera collazione e quelle che abbisognano di supplemento lo hanno già ottenuto; le altre sono di patronato regio ed hanno ottenuto una congrua sufficiente; mentre invece quelle soggette alle università locali per lo più mancano di fondi adeguati. Le chiese semplici, cioè senza titolo per un ufficio specifico, sono 130; il loro stato lascia a desiderare più delle altre e solo lo zelo dei parroci e la pietà dei fedeli riesce in qualche modo a tenerle funzionanti. Intanto lo stesso Concordato del 1842 all' articolo 7 fa divieto di imporre tasse ecclesiastiche, rendendo così precaria anche la vita della Curia vescovile. In diocesi ci sono ancora 18 oratori privati ai quali pensano le persone o le famiglie che ne esercitano il patronato.
I RELIGIOSI
Per quanto riguarda i religiosi, sono stati riaperti ufficialmente i conventi prima soppressi, uno dei Minori Conventuali in Avezzano, uno dei Padri Predicatori a Magliano, 5 conventi di Cappuccini a Celano, Avezzano, Luco, Scurcola e Tagliacozzo, tra conventi di Minori Riformati a Celano, Magliano e Pereto. In diocesi ci sono ancora tre monasteri femminili, a Pescina, Avezzano e Tagliacozzo. Quest’ ultimo è fonte di una grave lite, che il Vescovo appena accenna nella relazione, ma il Di Pietro si diffonde lungamente ad illustrare, anche perché come canonico teologo della cattedrale di Piscina ha l’ incarico di stilare il Decreto di Santa Visita e la Risoluzione Capitolare adottati per dirimere la questione. In breve i fatti si sono svolti così. E’ sorta una lite fra i parroci di S. Nicola, S.Pietro e S.Egidio ed i curati di S.Cosma per il diritto di precedenza, poiché sia gli uni che gli altri pretendono alla propria chiesa il titolo di madre. Il vescovo interviene per calmare gli animi e sistemare la questione pacificamente, ma non ci riesce. Alla lite prende parte anche il popolo, che deserta il precetto pasquale nella chiesa di S.Cosma. Il Vescovo si vede costretto a emanare un decreto. I preti di S. Cosma strappano il decreto dalla porta della chiesa e, così, il caso complicato dall' intervento dell' abate di Mantecassino - arriva alla corte di Napoli e alle Congregazioni di Roma. La causa dura per anni e alla morte di Sorrentino è ancora aperta e irrisolta. Leggendo la Relazione di mons. Sorrentino sullo stato della diocesi sembra che tutto proceda normalmente nella vita e nella condotta del clero. Non vi sono casi di gravi defezioni o altri casi che richiedano l’ intervento del Vescovo. I preti nelle parrocchie tengono i registri, predicano i giorni festivi, insegnano il catechismo. Se proprio qualcuno non è puntuale a questi suoi doveri, il Vescovo lo richiama e lo esorta, magari arriva alla minaccia di pene canoniche, e tutto rientra nella normalità. Anche il seminario funziona regolarmente, secondo quello che riferisce mons. Sorrentino, e l’unica difficoltà è quella di reperire i fondi necessari per mandarlo avanti. Certo, che l’ aspetto organizzativo della diocesi abbia avuto un periodo di assestamento nel ventennio di mons. Sorrentino, è facile immaginarlo. La Marsica è stata sempre geograficamente isolata e le lotte per il risorgimento nazionale hanno avuto certamente un’ eco smorzata nella zona. Il Regno dei Borboni, di cui la Diocesi fa parte, ha mantenuto a modo suo le redini del governo fino al crollo finale, consentendo una certa stabilità delle istituzioni. Però la lettura di tutta la Relazione del Sorrentino dà più l’impressione che egli non voglia crearsi dei fastidi nell’ osservare più a fondo lo stato della Diocesi che non di averne una visione più realistica; per cui cerca di far vedere come possa risolvere tutto senza interventi straordinari. Anche il popolo, a suo dire, ascolta la parola di Dio, frequenta la chiesa e "si sforza di progredire nella vita di pietà", l'unica cosa che rileva è la "cattiva abitudine" di non andare a messa il giorno di festa. Ma anche in questo il vescovo si sente tranquillo perché esorta parroci e predicatori a "gridare" contro tale trascuratezza. Purtroppo la superficialità e l’ atteggiamento di noncuranza del pastore non favoriscono certo una educazione religiosa proporzionata ai tempi ed efficace. Durerà ancora a lungo una religiosità fatta di formalismo tradizionale e di emotività timorosa di un castigo o di un premio legati ad una sorta di simbolismo magico. Ciò non toglie che la religiosità dei Marsicani conservi aspetti profondi e convinti, nonostante l’offuscarsi di essi in certi momenti della vita diocesana. Mons. Sorrentino, c’informa il Di Pietro, “divise canonicamente i due Mansionariati della cattedrale e ne formò quattro": due per coadiuvare il curato e due per assistere, nelle altre funzioni liturgiche, il Capitolo. Lo stesso autore ci fa sapere che, dopo la morte del vicario generale Nicola De Giorgio, Sorrentino nomina a questo incarico l’arciprete di Carsoli Giovanni Ricciotti, il quale "sazio di vedere ulteriori sconcerti nella rovinata diocesi", rassegna le sue dimissioni qualche anno prima della morte del vescovo, avvenuta il 17 aprile 1863. E la situazione deve essere veramente grave e insostenibile se un Vicario Generale si sente in coscienza costretto a dare le dimissioni, non condividendo il modo di agire del Vescovo. La comunione non è complicità, condiscendenza ed omertà. |