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IL VESCOVO GIUSEPPE SEGNA  

(1824 - 1840)

 

In seguito al trasferimento di mons.Durini alla sede di Aversa, la diocesi dei Marsi è retta dal Vicario Capitolare Giuseppe Segna, canonico penitenziere e rettore del seminario di Pescina, nativo di Poggio Cinolfo, ora frazione di Tagliacozzo, un paesino della Diocesi. Lo stesso Segna il 27 maggio 1824, su segnalazione del Durini, viene eletto vescovo dei Marsi.

Di questo nuovo vescovo abbiamo una Risposta della Congregazione del Concilio alla Relazione sullo stato della diocesi nell' Archivio Vaticano e il Bollario nell’ Archivio Storico Diocesano di Avezzano con il numero XIX.

Mons. Segna trova la diocesi dei Marsi in una lenta, ma costante crisi, sia dal punto di vista economico e organizzativo sia da quello della vita strettamente religiosa del clero e del popolo. Non ci sono fatti di grande rilievo, ma da tutto l'insieme della situazione si sente che si vanno operando dei cambiamenti nella mentalità e nella vita cristiana. Cercheremo di evidenziare i fatti e le situazioni più salienti e caratteristici di questa lenta trasformazione.

 

SITUAZIONE DIFFICILE – IL CLERO

 

Il clero diocesano si trova di fronte a notevoli disagi per la situazione politica ed economica. Il Regno delle due Sicilie dal 1821 riserva al Re e ai nobili locali la collazione (il conferimento) della maggior parte dei benefici ecclesiastici, ma l’indolenza e, forse più, la cattiva amministrazione dei beni dotali di questi benefici fanno ritardare le nomine. Il Vescovo deve sostenere una causa per sottrarre alle pretese del patriziato locale la copertura di alcuni benefici. Si dice nella risposta alla Relazione:

“Tutti questi benefici non che le Parrocchie e Prepositure si pretendevano di jus Patronato del Barone di Pescina e di Celano, ma dopo molte contestazioni, i predetti Baroni furono chiamati a giustificare il preteso loro diritto avanti il Tribunale Regio, il­ quale ultimamente ha dichiarato non consta­re del Diritto Baronale, ma bensì essere di Patronato Regio.

E’ a proposito della Collegiata di Celano, già rinomata e molto fiorente nel passato, che il relatore fa l’accenno più emblematico della precaria situazione del clero:

“Lo stato di questa calleggiata tanto materiale che formale è lacrimevole, tanto che la chiesa ha bisogno di molti risarcimenti, i quali abbenché prescritti dalla S. Vostra, non vi è chi l'esegua. Il Prevosto e gli otto Ca­nonici di prima erezione e due Mansionari non più esistono perché vacanti ­per morte e non più nominati, prima per la questione insorta con detto Barone indi per fatto della Corte che se n'è dichiarata la Patrona. A fine di officiare alla meglio questa chiesa, deputò Monsignore alcuni semplici preti della medesima Città, i quali soddisfano ancora ai pesi di mes­se... Il Canonico Teologo poi non vuole spiegare la Scrittura, né tenere altri sermoni al popolo”.

Se questa è la situazione di Celano, non molto migliore è quella degli altri centri e parrocchie della diocesi. Sembra che solo la collegiata di Trasacco sia regolarmente funzionante, ma, essendo la provvisione della maggior parte dei benefici di diritto regio o patronale laico, va un po' tutto a rotoli. Il clero, privato praticamente di che vivere, trascura anche i suoi doveri: gli edifici sacri sono trasandati e a mano a mano deperiscono, le suppellettili sacre e gli arredamenti non si rinnovano. E’ lo stesso vescovo che si fa ancora portavoce di questo "abbandono”, come rileva il relatore:

“Ottantadue sono le Parrocchie di questa diocesi, delle quali solo dodici sono di libera collazione. le altre tutte di jus patronato regio. La maggior parte di queste abbisogna di rendite e di sacre suppellettili. le quali in vigore dei Concordati dovrebbero essere fornite di congrua dalle Università se di libera collazione e da Patroni se di jus Patronato. Ma né per le une né per le altre si vede anco­ra il bramato effetto”.

In conseguenza di questo stato di cose il clero trascura anche i doveri più strettamente pastorali, mentre diminuisce il numero dei preti, tanto che lo stesso vescovo si vede costretto a predicare e a confessare sia nella città della sede episcopale che

"nelle castella della diocesi…, massime per mancanza e scarsezza dei sagri Ministri, quale di giorno in giorno si rende più sensibile”.

Naturalmente, molti preti, soprattutto parroci, cercano di fare il proprio dovere, anche perché essi dipendono mol­to dai loro fedeli ed economicamente debbono più alle offerte di stola bianca e nera e ad altri incer­ti, che non alle rendite beneficiarie; e c'è da ag­giungere che molti preti stanno negli stessi paesi dove sono nati e vivono con le loro famiglie, per cui tanti problemi per essi sono più facili da affrontare..

Però, se molti parroci, al dire del Vescovo, adempiono i doveri del loro ufficio - la tenuta dei registri parrocchiali, la predicazione, ­ l’istruzione religiosa - non mancano trascuratezze, tant 'è vero che lo stesso superiore è costretto a esercitare un più rigoroso controllo, e per questo pretende che certi obblighi - messe pro populo, ecc, - restino in qualche modo documentati, affinché  “potrà sindacarsi nelle future visite”.

Sulla condotta morale del clero si sta avendo un evidente cedimento: “non si vedono scandali massicci abbisognevoli di estremi rimedi, tuttavia si va diffondendo una certa mentalità piuttosto lassista e il comportamento generale lascia alquanto a desiderare, giacché, afferma il vescovo Segna: non in tutti veggasi quella specchia­tazza di costumi propria degli ecclesiastici”.

Nelle relazioni non si citano casi particolari, ma le osservazioni riportate sono sufficienti a farci capire come il momento sia piuttosto critico. D’ altra parte non possiamo dimenticare che ci troviamo nel periodo successivo alla ri­voluzione francese e all' invasione napoleonica, al diffondersi anche in questa zona del libero pensiero, mentre incomincia a sorgere l’idea dell’ unità nazionale, dell' indipendenza, che esercitano la loro influenza sul clero, suscitando fermenti di idee e di atteggiamenti non sempre riconducibili a schemi tradizionali. Né va dimenticato che il clero continua ad essere una classe sociale, se non proprio colta, certamente con una istruzione che la distingue e le dà ancora molto prestigio presso il popolo e, pertanto, più aperta a nuove idee. Proprio nel secolo XIX il clero marsicano esprime uomini di cultura e di indubbie capacità: basti ricordare il Di Pietro, da noi tante volte citato, che del clero marsicano fa parte, e lo stesso mons. Segna anch'egli marsicano, il quale, oltre ad aver rag­giunto la dignità episcopa1e, è anche autore di un Trattato di Teologia Morale ad uso dei seminaristi e di altri opuscoli di argomento re1igiosdo.

 

I RELIGIOSI

 

Non possiamo chiudere questa panoramica sulla vita del clero sotto il governo di mons. Segna sen­za citare tre casi di pubblico dominio riguardanti altrettanti religiosi, che hanno abbandonato l’ a­bito e la regola, e vivono secolarmente nella diocesi "senza alcun breve di secolarizzazione": e ciò indica che anche il timore e l’ efficacia dei vincoli e delle pene ecclesiastiche va sempre più attenuandosi. Questi casi sono così indicati nella relazione del Segna:

“Uno è un sacerdote conventuale di Taglicozzo, di cui altra volta si fece rimostranza dal nostro Monsignore alla S. Congregazione del Concilio. Altro è un frate Osservante Suddiacono espulso dai suoi superiori ed ora vestito di abiti secolari con poca edificazione del popolo. L'altro finalmente è un religioso pro­fesso dell' Ordine dei Servi di Dio della Provincia Romana. più volte ricevuto ed espulso dalla Religione, il quale in abito secolare vive in questa diocesi”.

Dei religiosi il vescovo non deve lamentarsi, se si eccettua qualche particolare di non grande im­portanza e di ordine puramente disciplinare. Solo per le religiose troviamo nella relazione un ac­cenno che lascia adito a qualche dubbio e sospetto, a cui non si sottrae lo stesso prelato:

“Nei monasteri soggetti all' Ordinario, nei quali si osservano le proprie costituzioni evvi pure qualche abuso tra i quali uno è quello che l' educande si immettono nelle celle delle Religiose e che le Novizie non hanno luogo separato dalle altre”.

 

IL SEMINARIO

 

Una riprova delle difficoltà in cui versa la vita della Diocesi dei Marsi nel periodo di cui ci stiamo  occupando è la situazione del seminario diocesano di Pescina. Rispetto agli anni trascorsi sono sopravvenute difficoltà economiche, che impensieriscono il vescovo, il quale ne riferisce nella relazione. Ma una testimonianza ancora più dettagliata e documentata si può avere negli Atti della Deputazione Conciliare del Seminario Diocesano, che vanno dall’ anno 1835 all’anno 1864. Prima di questo periodo non si trovano documenti del genere riguardanti il seminario, sebbene l’ istituzione di una commissione per l’ amministrazione e il controllo della vita dell’ Istituto fosse stata prevista dal Concilio di Trento. E’ merito di mons. Segna l’ averla ristabilita. Di essa Deputazione fanno parte quattro sacerdoti:

“due de gremio Capituli e due del Clero della Città (di Pescina), (i quali) si occupano unitamente a Monsignore al governo del pio luogo ed all' esatta osservanza dei regolamenti”. .

Le difficoltà economiche in cui si dibatte l’ amministrazione del Seminario sono causate dalla mancata corresponsione dei canoni di affitto dei benefici da parte degli affittuari e il ritardo e le decurtazioni della congrua regia.  Anzi per quest’ultima il vescovo chiede che

“vengano interposti i più vivi Uffici appresso gli esecutori del Concordato, affinché giusta il prescritto dell'articolo V del medesimo vengano aumenta­te le rendite del Seminario Diocesano, altrimenti alla rendita di appena ducati 380, o dovrà esigersi dagli Alunni una maggiore pensione. il che è poco sperabile in una Diocesi di per se stessa povera. o dovrà chiudersi necessariamente il detto Seminario.  ­

Contro i morosi del pagamento dei canoni delle rendite del Seminario la Deputazione, presieduta dal Vescovo, dà mandato, nella seduta del 18 feb­braio 1835, al Rettore del seminario, canonico Biagio D’ Alessandro, di intentare causa contro certi Incarnati di Gioia dei_Marsi e Carlo Barbati di Celano, i quali appunto non vogliono rico­noscere i diritti del seminario sui terreni da loro tenuti in affitto. Intanto, finalmente, arriva la congrua regia, ma non nella misura stanziata di 392 ducati, bensì soltanto di 100 ducati; e la Deputazione il 19 aprile 1839 è co­stretta ancora una volta a dare mandato al Rettore del seminario per esigere, se necessario ricorrendo a vie legali, l' affitto dei terreni da Scipione Morgani  “enfiteuta di due fondi" e a recuperare somme da altri debitori.

Abbiamo riportato queste notizie perché si possa comprendere quale situazione si stia crean­do anche per una delle istituzioni più vitali della diocesi, qual’ è il seminario. Ciò conferma come l'autorità ecclesiastica ormai venga sentita sempre meno e il suo prestigio vada scemando. Il timore di mons. Segna che il seminario debba essere chiuso, si verificherà appena dopo la sua morte, nell' estate del 1841, quando la Deputazione deciderà di non riaprire l'istituto; e solo dopo le insistenze motivate del Vicario Capitolare, responsabile della diocesi nel periodo di sede va­cante, si convincerà a riaprirlo, ma non prima del 21 novembre dello stesso anno. Comunque al tempo del vescovo Segna le vacanze dei seminari­sti sono state allungate fino a tre mesi, e non per motivi di formazione o per un più aggiornato orientamento pedagogico, ma solo per motivi economici:

“per la riferita ristrettezza di rendite 9 mesi soltanto i giovani venivano ritenuti in seminario, venendo rimandati negli altri tre alla case paterne”.

Una riprova della crisi attraversata dal semina­rio diocesano si ha nel numero dei seminaristi. Nel 1828 essi sono 49; in seguito andranno sempre più diminuendo e nel 1841 fra le cause per cui la Deputazione non intende riaprire il seminario c’è anche quella dell' esiguità del numero degli alunni.

Sintomatico, per lo stato di cose in cui ver­sa il seminario diocesano, è anche un’ altra circostanza che rileviamo sempre dagli Atti, relativa all’ anno 1841. Economo dell’ istituto è Daniele Sambenedetto, un laico, che per la prima volta prende un incarico di questo genere, fino allora sempre tenuto da un prete. Ebbene, contro questo Sambenedetto ci sono un’ infinità di lamentele per la sua gestione, poiché manca spesso e gravemente ai suoi doveri:

“e in particolare questa mattina giorno di Pasqua Pentecoste (la Deputazione) avea ricevuto forti doglianze dai signori Maestri e Alunni del Seminario pel pessimo trattamento loro dato nel pranzo di oggi; mentre quasi tutta la pietanza cattiva è tornata indietro; ma specialmente ciò si è verificato in virtù del riso, che loro toccava per ragione della solennità, il quale non è stato mangiato, perché preparato con lo strutto rancido, dato al cuoco dall' economo”.

E risulta dallo stesso documento che il Sambenedetto falsifichi anche i conti della gestione a lui affidata.

Abbiamo voluto riportare questo passo sia per dare ancora una prova del momento critico che attraversa la vita diocesana della Marsica, sia perché ci sembra una testimonianza dei cibi usati nella nostra zona in questo tempo. Come si può rilevare dalla citazione degli Atti. il r i s o è all’ epoca un piatto da giorni festivi, da grande occasione. Ancora oggi i più anziani, in alcuni paesi della Marsica, ricordano che, quando loro erano fanciulli, nei banchetti nuziali si usava come piatto forte il ri­so; e il condimento più in uso era lo strutto e il lardo di maiale allevato presso tutte le famiglie.

 

VITA DELLA DIOCESI

E PROBLEMI PASTORALI

 

Abbiamo notato che la situazione del clero della diocesi dei Marsi sta diventando piuttosto critica: c'è da aspettarsi che la vita religiosa del popolo risenta la stessa crisi. Difatti, nella Relazione del vescovo Segna troviamo chiari accenni a comportamenti di costume e di una mentalità che, esternamente, ancora sono ligi e osservanti della tradizione religiosa, ma nella pratica non c'è la dovuta coerenza alla fede e alla morale ufficialmente professate. Il popolo è rilassato e facilmente dimentica e disprezza certe pratiche di vita religiosa, che pur segue da secoli. Si dice nella Relazione:

“Poco si loda il nostro Monsignore dei costumi del suo popolo, il quale se in occasione di Missioni e di Esercizi si mostra talvolta migliorato, ben presto ritorna ai vizi di bestemmia, spergiuri, imprecazioni, ubriachezza ed altri vizi. L'astinenza dalle carni nei dì vietati non solo poco si osserva, ma ancora si disprezza. Le feste da molti si trasgredivano, massime con l'impiegarsi in opere servi li”.

Se pur breve, il passo dedicato al popolo nella Relazione è abbastanza chiaro. Sono in uso nei vari paesi della diocesi le missioni.   Sono que­sti i momenti in cui il popolo si avvicina alla chiesa, a certe pratiche di vita religiosa, a una vita cristiana più risvegliata. Ma l' effetto dura poco: si ritorna, prima o poi, alle vecchie cattive abitudini. La bestemmia in questa zona, come del resto in tutta Italia, è un'abi­tudine talmente inveterata e radicata che spesso, in passato, si sono fatte campagne contro di essa, la cui efficacia ha lasciato sempre a desiderare. Anche l’ ubriachezza è un’ abitudi­ne molto diffusa e si spiega dal fatto che alla generosità e abbondanza dei vini locali si unisce, specialmente nel tempo che andiamo considerando, una sottoalimentazione generalizzata, che esalta gli effetti dell' alcool e li rende più deleteri per l’  organismo. Lo spergiuro, poi, fa parte di una mentalità per la quale piccoli problemi diventano questioni di grandissima impor­tanza, mentre i mezzi di difesa per la gente sprovveduta sono scarsissimi e di nessuna efficacia. La preoccupazione maggiore è di non mettersi nei pasticci, quando ci sono di mezzo persone picciose e intriganti; o anche negare piccoli torti che, data l’ ignoranza e le condizioni sociali, potrebbero portare a conseguenze sproporzionate alla gravità di essi. Serpeggia anche un certo senso di superstizione libera­toria dalla colpa di spergiuro: fino a non molto tempo fa si racconta che in qualche paese ci fosse la convinzione per cui, se uno veniva citato come testimone in giudizio e non vo­lesse dire la verità o volesse affermare il falso, bastava che alzasse il piede sinistro nel pronunciare la formula del giuramento,  perché il giuramento stesso non fosse valido...

In tutto questo c'è da osservare – anche se non è. da noi in questa sede dare giudizi - ­che purtroppo il clero si preoccupa più di reprimere questi vizi con minacce di castighi e richiami autoritari che non di eliminarli attraverso una istruzione e un’ educazione più appropriata e formativa; anzi, alcuni preti si danno anch'essi al vizio dell’ alcool e si la­sciano andare ad altre abitudini non certo e­dificanti.

 

Il quadro da noi presentato fino a questo momento porta senz’altro ad avere un’ impres­sione di decadenza della vita religiosa nella diocesi dei Marsi. Tuttavia dobbiamo notare che mons. Segna è stato un buon vescovo. L’avvio alla decadenza è da attribuire più alle circostanze storiche ed ambientali che alla volontà e all' opera del capo della diocesi. Questi ha lavorato con coscienza e dedizione. Anche se si presta al sospetto di una intenzione adulativa, il giudizio che ne dà il contemporaneo Di Pietro può essere preso sostanzialmente come obiettivo ed e­satto:

"Monsignor Segna in tutto il tempo del suo Vescovado, imitando le tracce che avea segnate S. Berardo, fu il vero padre dei poveri. Difatto non solo in Pescina, specialmente in tutti i mesi di maggio e giugno, ma nella stessa Pescina, e in tutta la diocesi, sempre in beneficio dei medesimi esauriva le rendite del suo Vescovado".

Forse ci si può chiedere perché proprio nei mesi di maggio e giugno si esplica la carità del vescovo. L'os­servazione del Di Pietro si spiega dal fatto che quei mesi sono i più difficili per l’ economia dei Marsicani, perché le scorte dei prodotti agricoli dell' anno precedente si esauriscono nell' inver­no piuttosto lungo e nella primavera, è i nuovi raccolti ancora non iniziano, e così questi mesi sono un periodo di carestia cronica e si ricorda un detto popolare della zona, in passato molto in voga: “La più difficile a salire è la costa di maggio e giugno”.

La carità del vescovo si esprime in tante altre occasioni: aiuta i seminaristi bisognosi, integra il misero stipendio dei professori del seminario, costruisce cappelle e acquista arredamenti per la cattedrale e le altre chiese a proprie spese.

Allo spirito di carità unisce uno zelo non comune per il governo della diocesi:.

"Avendo il buon Vescovo ripartita in ogni tre anni la visita dell’ intiera Diocesi, eseguiva con esattezza il suo giro parziale in ogni anno invigilando con tutto lo zelo, per la disciplina del clero, per la de­cenza del culto, per l’adempimento dei sacri pesi e per tutti gli altri bisogni sì spirituali, che temporali dei popoli, ai quali con tutto l’impegno accorreva".

Ed abbiamo visto come egli rilevi con impietosa obiettività i lati negativi.

Molto attivo è anche il suo interessamento per ovviare ai bisogni organizzativi della diocesi, soprattutto per un maggiore ammodernamento rispet­to a condizioni che, se per il passato potevano avere una loro ragione di essere, adesso non si giustificano più. Infatti risulta dalla Relazione del suo successore mons. Sorrentino che la dio­cesi dei Marsi annovera entro i propri confini alcune chiese che non sono soggette alla giuri­sdizione dell’ Ordinario diocesano, mentre i fedeli che le frequentano sono suoi diocesani. Queste chiese sono la collegiata e le altre chiese di Rosciolo, la chiesa parrocchiale S. Maria ad Nives di Magliano, l’ abbazia di S. Salvatore a Paterno: tutte sottoposte alla giurisdizione dell’ abate commendatario di Santa Maria di Farfa. Mons. Segna chiede che queste chiese vengano riunite alla diocesi dei Marsi ed ottiene quanto richiesto con Lettera Apostolica “Romani Pontificis Vigilantia” del 3 giugno 1836, alla quale viene concesso l' exequatur regio il 24 febbraio 1837; e di esse l’ Ordina­rio diocesano prende possesso i giorni 4, 5 e 6 aprile 1837.

 

Mons. Giuseppe Segna muore all’ età di 82 anni, improvvisamente, assalito da "apoplessia fulminante", mentre si reca a celebrare la messa nella cappella dell’ episcopio a Pescina, l’ 8 marzo 1840.