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IL VESCOVO GIOVANNI CAMILLO ROSSI (1805-1818)
Giovanni Camillo Rossi succede, dopo una vacanza di due anni e tre mesi circa - durante la quale la diocesi è stata retta dal vicario capitolare Nicola De Giorgio, già Vicario Generale - al vescovo Bolognese, il 9 luglio 1805. Alla sua nomina il Rossi è Vicario Generale a Benevento, ma proviene da Avellino.
Mons.Rossi lascia della sua opera e della sua persona un’ottima stima. Di quanto egli ha fatto negli anni del suo governo con impegno e competenza ci resta testimonianza nella prima delle sue relazioni sullo stato della diocesi, inviate alla Congregazione del Concilio e conservata nell' Archivio Vaticano. Di una seconda relazione, invece, abbiamo solo la risposta della stessa Congregazione pontificia, nella quale troviamo cenno anche dell’ altra. Nella prima Relazione sono riportati molto particolareggiatamente i dati statistici riferiti al momento della presa di possesso della diocesi da parte del vescovo Rossi. IL CLERO
Per quanto riguarda la situazione del clero: la cattedrale di Pescina S. Maria delle Grazie conta un arcidiacono, dieci canonici e due mansionari coadiutori del canonico curato. Nella diocesi ci sono inoltre 72 parrocchie, delle quali tre sono collegiate con tutti i diritti e i privilegi: a Trasacco, a Celano e ad Avezzano; altre quattro collegiate, invece, carent insignibus e si trovano a Magliano, a Scurcola, a Ortucchio e a Luco: tutte sono presiedute da un abate o da un preposto con relativi canonici. C'è da aggiungere che ci sono altre dieci parrocchie, le quali, oltre al parroco, hanno anche dei canonici senza obbligo del coro, ma con mansioni di coadiutore del parroco. Tali parrocchie sono: Cese con 6 canonici, Ortona dei Marsi con 4, Cerchio con 5, Capistrello con 4, San Sebastiano con 4, Oricola con 2, Cappelle con 3, Castellafiume con 1, Albe con 2, Collarmele con 3. La situazione del clero regolare è piuttosto florida all’ inizio del secolo: in diocesi si contano 5 conventi di Cappuccini (a Celano, Avezzano, Luco, Trasacco e Tagliacozzo), 6 di Conventuali (a Pescina, Celano, Avezzano, Albe, Tagliacozzo, Cappadocia), 2 di Domenicani ( a Magliano e Tagliacozzo), 2 di .Riformati (a Celano e Magliano), l di Carmelitani (a Celano), e due delle Scuole Pie (a Pescina e Massa Inferiore).
Tutta la vita della diocesi durante gli anni dell’ episcopato di Rossi è scossa dall’ invasione napoleonica e dalle leggi del re di Napoli, soprattutto quelle riguardanti la nomina dei vescovi e dei parroci, la soppressione degli ordini religiosi, l’ amministrazione dei beni ecclesiastici incamerati dallo Stato e passata ai laici, in conseguenza anche degli eventi politici risalenti al secolo precedente. (Concordato del 1742). Naturalmente questo stato di cose toglie al clero i mezzi materiali di sussistenza, e delle difficoltà in cui esso viene a trovarsi abbiamo un’ eco nelle relazioni di mons Rossi, nelle quali è messo ben in risalto il disagio economico. Molti preti sono privi di congrua, o, se hanno conservato la rendita, hanno dovuto cederne l’ amministrazione ai laici, i quali - contrariamente a quanto stabilito dalle leggi - rifiutano il controllo del vescovo e non ne danno il rendiconto. Praticamente i preti restano senza niente o con quel poco che gli amministratori laici passano loro tanto per salvare certe formalità. Solo dopo il 1815 si ha qualche schiarita, ma la bufera passata lascia tracce profonde. Ciò nonostante il vescovo non può lamentarsi del suo clero. Questo attende con zelo alla cura delle anime; tiene in ordine i registri parrocchiali e lo Stato d'Anime; impartisce l'insegnamento religioso ai fanciulli nei giorni di festa e durante i tempi liturgici dell’ Avvento e della Quaresima. Con tutto questo non mancano casi che richiedono l’ intervento dell’ Ordinario: ci sono alcuni ridotti a vera povertà e il vescovo li aiuta, altri sono malati o vecchi e si provvede ad assegnar loro un coadiutore, mentre qualcuno, che e finibus reati aberrantem novi viene richiamato fino ad applicare le pene previste dalle leggi canoniche, Il che vuol dire che, se in generale il vescovo è soddisfatto del suo clero, non mancano in mezzo ad esso casi di irregolarità o di condotta poco coerente. Da accorto pastore mons Rossi dimostra di essere ben informato su tutti e singoli i sacerdoti della diocesi, come dimostrano i due volumi rimasti delle Visite Personali (diverse dalle pastorali, e le abbiamo trovate solo di Rossi), dove egli annota il comportamento di ciascun prete con accurata precisione. Basta qualche esempio: di un prete di Cappadocia dice che "beve anche di mattino" (bibit mane), di un altro di Avezzano il buon Rossi appunta: “Attaccato all' interesse. Negozia di capre, pecore, capretti”; di altri osserva che vanno un po’ troppo in giro (e poi si dice che il mondo cambia!); di qualche altro: "E’ un po’ scorbutico". Questi esempi però non debbono far pensare che tutti i preti si comportino male, anzi per la stragrande maggioranza il Vescovo se ne esce con una sola parola: “Bene", oppure: "Optime”, e anche: “Da promuovere”. Si ha decisamente l’ impressione che egli tenga in pugno la Diocesi e la sappia governare con prudenza e competenza.
Per la formazione e la vita spirituale dei preti si tengono in diocesi annualmente gli esercizi spirituali per otto giorni, e altrettanto si fa prima di conferire gli ordini sacri e la tonsura ai giovani adepti. Ogni quindici giorni i preti delle diverse zone (foranie) della diocesi si riuniscono per discutere e dare una risoluzione al caso morale proposto dal vescovo stesso e, nella stessa occasione, si richiama qualche rubrica liturgica. Di tutta questa attività il vescovo dice di prendere atto, quando fa le visite pastorali e ne redige regolare verbale. DIFFICOLTA’ POLITICHE ED ECONOMICHE
Possiamo fare ancora un' osservazione per quanto riguarda l’ influenza degli avvenimenti politici e militari sulla vita ecclesiastica della diocesi dei Marsi negli anni 1805 e seguenti. Nella Nota alle relazioni del vescovo da parte della Congregazione del Concilio si legge l’ invito al pastore della Diocesi a non insistere sugli inconvenienti creati dai provvedimenti di polizia, che impediscono all’ autorità religiosa il controllo dell’ amministrazione dei beni ecclesiastici passati agli Enti laici: “Su questo punto sarà meglio non interloquire attendendo il nuovo concordato”. E’ il momento in cui Pio VII sta trattando con Napoleone e si cerca di evitare qualsiasi complicazione nel difficile negoziato diplomatico, a costo di dolorose rinunce. Rinunce, però, le cui conseguenze sono direttamente e prevalentemente sentite da chi si trova a diretto contatto con i problemi e le difficoltà e ha bisogno di soluzioni immediate. Da qui le continue lamentele del Vescovo per uno stato di cose che, a lungo andare, comprometterebbe tutto il contesto della vita religiosa e l’organizzazione ecclesiastica della Diocesi. IL SEMINARIO
Strettamente legata alla formazione e all’ istruzione del clero è l’ educazione dei giovani avviati al sacerdozio, raccolti nel seminario diocesano. Sotto mons. Rossi gli alunni del seminario sono quaranta, fra diocesani ed extra-diocesani, il mantenimento dei quali è fonte di preoccupazione per il vescovo, che si ingegna a reperire fondi a copertura delle spese. Egli riesce a costituire per il seminario una rendita di 600 ducati, che permettono anche di mantenere gratuitamente sei alunni. I seminaristi restano in collegio per tutto l’ anno e, oltre agli esercizi di pietà, studiano grammatica, retorica, filosofia, teologia dogmatica e morale, canto ecclesiastico e sacre cerimonie, nonché nozioni di amministrazione ecclesiastica. Il Vescovo, comunque, è costretto a rimandare presso le loro famiglie i seminaristi in autunno (da metà settembre a tutto ottobre), raccomandandoli ai rispettivi parroci perché li seguano e facciano una relazione sulla loro condotta. Da notare su questo fatto che Roma insiste presso il Vescovo perché faccia in modo di tenere gli alunni in seminario anche durante le vacanze autunnali, “permettendogli qualche onesto sollievo ...affinché tutti li giovani rimangano sotto gli occhi dei superiori; e non perdano in un mese il frutto della buona educazione di molti anni”. I RELIGIOSI
Per quanto riguarda la situazione dei religiosi, dalle stesse Relazioni si rileva che nella diocesi, dopo il 1805, sono rimasti 8 conventi di frati e 3 monasteri di monache. Il "generale naufragio" dell’ “illegittimo governo" napo1eonico porta alla soppressione e, al relativo esproprio dei beni di 6 conventi. I religiosi che compongono le comunità vengono secolarizzati (cioè: sono messi fuori dall’ ordine religioso e inseriti nel clero diocesano, detto appunto secolare) e sottomessi alla giurisdizione del vescovo. I tre monasteri di monache possono essere salvati perché, secondo le disposizioni, contano più di 12 professe. Il monastero che si trova in maggior pericolo è quello di S. Chiara in Pescina, nel quale il numero delle professe è inferiore al richiesto; il Vescovo "deve molto affaticarsi" e, sembra dalla relazione, che riesca a salvarlo. Nella risposta alla relazione del Vescovo il relatore aggiunge l’ esortazione: “all' opportunità non lascerà di procurare la ripristinazione di quei Conventi regolari che fossero più utili e necessari alla cura delle anime ed alla pubblica istruzione”. ORGANIZZAZIONE E INIZIATIVE PASTORALI
Fra le altre attività di mons. Rossi sono da ricordare il restauro dell’ episcopio e l’ incremento della mensa vescovile: per i lavori necessari ha ottenuto anche un sussidio regio, ed ha affrontato una lunga causa per rintrare in possesso di un mulino presso le rive del Fucino, contro i signori D’Amore e Jacone di Pescina, affrontando anche delle spese per farlo restaurare dopo l’ inondazione del 1816. Il vescovo Rossi istituisce anche l’ ufficio di cancelleria presso la Curia vescovile, ché fino adesso non l’ha avuto. Non ci è stato possibile trovare traccia del Sinodo Diocesano riunito da mons. Rossi nel settembre del 1815, ma di esso egli parla nelle Relazioni, ed i regolamenti di quest’ assise diocesana devono essere rimasti in vigore per lungo tempo, poiché perfino i successori di lui li richiamano, in più occasioni, fino al sinodo del vescovo Giacci tenuto nel 1905. Il Di Pietro così lo ricorda: "Ai 10, 11 e 12 del mese di Settembre dell’ anno 1815 l'accorto prelato Rossi celebrò nella sua cattedrale il sesto Sinodo Diocesano approvato con breve di Pio VII del giorno 13 Agosto dell’ anno 1819 e munito del Regio assenso ai 7 settembre dello stesso anno". Sotto il governo pastorale di Rossi, nonostante le circostanze avverse e l’ incalzare degli avvenimenti, la vita religiosa del popolo deve essere stata piuttosto viva e fiorente. Il momento è critico e le novità introdotte dai Francesi hanno scosso non poco il tradizionale spirito di attaccamento e di obbedienza della gente marsicana alla religione dei padri. I fatti più salienti, che emergono dalle Relazioni, sono l’introduzione del divorzio, del matrimonio civile e la diffusione dei libri "empi": tutti atteggiamenti che hanno influito negativamente in un ambiente tradizionalmente attaccato alla religione cristiana, se la risposta della Congregazione annota: “Mons. Vescovo con le sue premure ed istanze anche alle prime autorità del tempo coll' annuale visita della diocesi, continue esortazioni, preghiere e repressioni, si compiace di aver in mezzo a quelle vicende tenuto il clero e il popolo nell'obbedienza; ed anche pare con le straordinarie facoltà accordategli dal S. Padre per rimediare a molti disordini, e casi straordinari tanto che la fede e il buon costume nella sua diocesi, ed in mezzo alle seduzioni dello scandalo universale, si conservò intatto”. L’ accenno alle "straordinarie facoltà" e ai "casi straordinari" ci fa capire che in quel periodo si stanno verificando casi di unioni illegittime, separazioni ed altro, ai quali, secondo la disciplina e i regolamenti ecclesiastici allora in vigore, si può rimediare solo con autorizzazioni particolari della Curia romana, che mons. Rossi appunto deve chiedere per far fronte alla situazione della sua diocesi. Fra le tante attività di predicazione, di richiami e iniziative per salvare lo spirito religioso in mezzo al popolo, viene particolarmente ricordata l’ iniziativa presa direttamente dal vescovo della comunione generale, oltre che in occasione della Pasqua, anche nella festa dell'Epifania. Vengono invitati predicatori e confessori straordinari, il cui vitto e alloggio nonché il compenso restano a carico del Vescovo; è mobilitato tutto il clero della città di Pescina, sede del Vescovo, e il popolo segue, fin dalla sera del primo di gennaio, le istruzioni e le esortazioni fatte nella cattedrale di S. Maria delle Grazie; poi, nel giorno della festa, il Vescovo celebra il pontificale con la partecipazione di tutto il clero e il popolo, che si accosta ai sacramenti. L’ iniziativa ha certamente un notevole successo, tanto che il Di Pietro si rammarica per l’abbandono di questa usanza intorno al 1860, che lo storico locale attribuisce “all’ incuria del vescovo di allora, Mons. Sorrentino, il quale mai ha voluto pensare alla chiamata dei confessori necessari, sebbene nei primi tempi la bella istituzione fosse sostenuta da quelli che erano intenti alla cura delle anime”. IL VESCOVO ROSSI LASCIA LA DIOCESI
Il vescovo Rossi lascia di sé una meritata stima in tutta la diocesi, come ripetutamente nota il Di Pietro, ma lo stesso autore ci informa di un fatto che, dapprima è un neo nella brillante condotta del vescovo, poi lo costringe addirittura a lasciare la Diocesi. Egli ha un fratello, Raffaele Rossi, frate domenicano, secolarizzato, che "chiamò a sé, lo creò canonico penitenziere; rettore del Seminario; Maestro di Teologia dommatica e morale, Confessore delle Monache, Economo della Mensa Vescovile, e dispotico degli affari della diocesi, che non sempre disbrigava colla richiesta prudenza, e giustizia". E' facile immaginare gli umori del clero e della gente e la reazione che ne segue. Il vescovo non ha il coraggio di prendere una decisione responsabile e allontanare l'incomodo fratello; preferisce, al contrario, di soffrire "molti dispiaceri" e prendere alla fine la decisione di chiedere il trasferimento, che ottiene l' 11 luglio 1818. La nuova sede è S. Severo di Puglia, dove rimane fino a quando il re di Napoli non lo nomina Consultore di Stato, carica rivestita fino al 16 luglio 1837, giorno della sua morte a Portici, vittima del colera. Mons. Rossi è anche uno studioso. Sempre il Di Pietro annota che ha trattato vari argomenti, ricordando un’ opera in due volumi "Della Dottrina di Gesù Cristo contro Brusson", alcuni opuscoli "Sopra Antiche Iscrizioni" e "Dieci Dissertazioni sopra le Antichità della Marsica". Quest' u1timo lavoro è andato perduto, nonostante le ricerche fatte dallo stesso Di Pietro dopo la morte del vescovo. Che il Rossi sia un uomo di cultura ci si accorge anche dalla lettura delle Relazioni scritte in un latino di buon gusto e con precisione di dati e di riferimenti. Chiudiamo queste note su Giovanni Camillo Rossi con ancora una citazione del Di Pietro: “Col suo ultimo testamento lasciò il capitale di 600 ducati (che colle terze di annui ducati 30 avea dato a censo ai Signori Tabassi di Pescina) per metà al seminario, e per metà alla Cattedrale dei Marsi, coll' obbligo di quest' ultima di far celebrare in perpetuo, secondo la sua intenzione, due messe basse in ogni mese, ed una messa parata nel giorno 26 luglio. Dippiù lasciò alla stessa Cattedrale un piviale di seta di colar giallo adorno di piccole reti in oro”.
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