UN DIFFICILE MOMENTO STORICO
San Berardo, cardinale, Vescovo dei Marsi, nacque
nell'anno 1079 nel Castello di Colli (oggi Colli di Monte Bove) da
Berardo III e da Teodosia, Conti dei Marsi.
Questa notizia così semplice e schematica, a prima vista
dice poco, oltre i dati anagrafici. Ma se cerchiamo di rivivere quel
tempo, distante da noi 900 anni, ci accorgiamo di rievocare un mondo di
passioni, di delitti e di santità, che nulla ha da invidiare alla
tristezza morale dei nostri tempi. Comunque, è necessario richiamare
qualche notizia di storia generale per inquadrare bene la figura di S.
Berardo e capire tutta l'importanza della sua opera riformatrice nella
diocesi dei Marsi.
Tutta la seconda metà del secolo XI e la prima metà del
secolo seguente furono dominate dalla lunga e drammatica lotta fra il
Papa e gli Imperatori di Germania - le due potenze di allora - sulla
questione passata alla storia con l'appellativo di "Lotta delle
Investiture". Brevemente ricordiamo di che cosa si trattò.
Per le vicende storiche seguite al crollo definitivo
dell'Impero romano d'Occidente, i Vescovi erano praticamente divenuti
l'unica autorità capace di dare sicurezza e continuità alle città e agli
altri centri più grossi attorno a cui gravitavano le campagne e i
villaggi. In gran parte delle città italiane durante tutto il Medio
Evo, anche nei momenti Più duri, "non venne mai meno la continuità del
potere" (G. Volpe), che si raccolse tutta nelle mani dei Vescovi, poiché
in seguito alle invasioni barbariche e alla distruzione di tutto ciò che
aveva realizzato il dominio romano, erano scomparse le magistrature
ordinarie, e le stesse istituzioni politiche, amministrative e militari
si erano vanificate.
La gente che accorreva a porsi sotto la protezione del
Vescovo spesso riuniva la sua proprietà a quella della Chiesa; aveva
così una maggiore tutela e poteva acquistare diritti nell'esercizio
dell'amministrazione cittadina.
Fu questo il motivo che per alcuni secoli, in Occidente,
fece confondere la storia civile, economica, militare e sociale con la
storia del Cristianesimo e della Chiesa.
Quando fu superato il periodo della bufera distruttiva
delle invasioni dei barbari, e la fusione delle antiche popolazioni con
i nuovi conquistatori aveva dato origine ad una rinascita della civiltà,
i Vescovi delle città e gli Abati dei monasteri divennero i
protagonisti, insieme ai nuovi condottieri, degli avvenimenti che
portarono tutta l'Europa alla riscossa civile.
Con Carlo Magno iniziò la nuova era. Egli però non fu un
re come lo erano stati gli imperatori romani o come lo saranno quelli
delle monarchie moderne. Si trattava di un signorotto feudale più ricco
e più capace degli altri che con lui in qualche modo avevano a che fare,
e che a lui riconoscevano una specie di presidenza, gli riconoscevano
soprattutto una capacità di organizzazione militare e di condottiero;
diveniva un "duca". Tutto ciò rendeva i vari signori autonomi rispetto
all'autorità regia, consolidando quella forza socio-economico-politica
che è rimasta nota col nome di "feudalesimo"
Il feudatario esercitava un potere incontrollato nel
suo feudo, aveva perfino un esercito ai suoi comandi. Ai re era sempre
difficile e spesso impossibile, soggiogare la potenza dì questi
subalterni, che da essi dipendenti per diritto e convenzione, di fatto
si comportavano come completamente arbitri di ogni potere nell'ambito
dei propri possedimenti territoriali.
Anche i vescovi e gli Abati, in forza del potere che a
loro era stato riconosciuto nei secoli precedenti, si erano ritrovati
nelle condizioni di feudatari.
Questa condizione li aveva portati ad una complicata
situazione. Come Vescovi erano capi spirituali del loro popolo con una
missione tesa al superamento della contingenza terrena e materiale e
dipendevano direttamente dal Papa, come feudatari erano capi politici e
militari con interessi e compiti contrastanti spesso con la loro
missione religiosa.
La mentalità religiosa del tempo non distingueva
troppo fra questi due piani, ma l'incongruenza dell'accentrarsi di essi
nelle stesse mani rimaneva ed era grave. D'altra parte i possedimenti
fondiari dei feudi davano anche ai Vescovi una potenza economica che
decideva delle sorti politiche dei re e degli imperatori, fra i quali
bisogna annoverare anche il Papa, capo politico di uno Stato
territoriale e mediante la sua suprema autorità spirituale arbitro di
equilibri e di egemonie nel complesso scacchiere europeo. Dopo il Mille,
e precisamente negli anni in cui visse San Berardo, quattro grandi
potenze dominavano in Europa: il Re di Francia, che ormai aveva
rinunciato al sogno carolingio del Sacro Romano Impero l’Imperatore di
Germania erede dell'aspirazione ad un impero universale fatto rivivere
nei secoli precedenti da Carlo Magno; il Re normanno nell'Italia
Meridionale, che ancora non rinuncia del tutto al sogno di unificare
sotto la sua corona tutta l'Italia, il Papa di Roma che, pur limitato
nel suo potere territoriale, esercitava una decisiva e preponderante
influenza su tutti.
Ma il problema per questi grandi era quello economico.
L'economia agricola era preponderante; anche il commercio che cominciava
a svegliarsi gravitava ancora intorno ai latifondi, i quali però si
trovavano in mano ai signori feudatari laici e religiosi. Era una
situazione che creava uno stato di conflitto nella società in due
direzioni. I signorotti locali e i grandi feudatari per rinsanguare le
loro casse cercavano di impadronirsi dei beni, che le chiese da secoli
possedevano. Per riuscire in questo scopo non sempre si poteva
adoperare la forza e la violenza, poiché le stesse popolazioni si
ribellavano ai soprusi dei signorotti, ritenendo più sicuro, per i
bisogni del popolo, il possesso ecclesiastico. Pertanto la via più
seguita da parte dei potenti laici per entrare in possesso dei beni
ecclesiastici era quella di nominare all'amministrazione di quei beni
(chiamati "benefici") persone di loro fiducia e scelte da essi stessi,
basandosi su privilegi reali o presunti, scritti o riferiti a usanze
locali.
In questo modo però si scontravano con l'autorità
ecclesiastica che rivendicava il diritto della nomina dei “beneficiati”
e non tollerava l'ingerenza laica. Da qui le innumerevoli liti, vertenze
e colpi di mano che infestarono tutto l'ambiente sociale del tempo.
Quando si verificava localmente veniva ripetuto su scala più larga e
complessa fra Re, Imperatori e Papa nei confronti dei feudatari più
grandi.
Il caso più significativo durante secolo XI si ebbe
fra l'imperatore Enrico IV, che pretendeva di "investire"
vescovi-feudatari a lui soggetti dell'ufficio e del connesso beneficio,
e il Papa Gregorio VII, che avrebbe dovuto solo ratificare
l’“investitura”. Il Papa, forte del rinnovato prestigio che gli veniva
dalla riforma in atto nella Chiesa dopo la grave crisi di decadenza dei
secoli passati, si opponeva a quel preteso diritto dell'imperatore,
poiché rendeva nulla l'autorità religiosa e riduceva la stessa religione
a un semplice affare di Stato; tanto più che Enrico IV, scelta delle
persone nella vestire dei benefici ecclesiastici, usava una politica di
sfacciato opportunismo ricorrendo apertamente alla vendita degli uffici
a chi più gli offriva: operazione nota col termine di “Simonia”.
Fra due grandi Si accese una lotta furibonda
allorché si dovette nominare un nuovo vescovo a Milano. L'uno e l'altro
presentarono un proprio candidato. Nell'irriducibilità dell'opposizione
fra i due Enrico IV dichiarò decaduto Gregorio VII. Gregorio a sua volta
scomunicò e dichiarò deposto l'imperatore. La lotta si fece sempre più
accanita e gli avvenimenti si aggrovigliarono fino a quando, in seguito
alla scomunica del Papa, Enrico IV trovò a mal partito e dopo
drammatiche vicende si riconciliò, a Canossa, con Gregorio. In seguito
fra i due si verificò una nuova rottura.
Ebbene, proprio mentre Gregorio VII celebrava a Roma
un concilio per decide sulla situazione del trono tedesco, nell'anno
1079, nasceva a Colli, nel territorio della Marsica occidentale, Berardo
nella famiglia dei Berardi, conti dei Marsi.
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LA FAMIGLIA DEI CONTI DEI MARSI
E LA FANCIULLEZZA
DI SAN BERARDO.
Quando venne alla luce il fanciullo che sarebbe stato il più
illustre dei Vescovi marsicani, e sarebbe stato proclamato santo, la Marsica politicamente era un feudo dei Conti Berardi, i quali, e per le
vicende familiari e per quelle politico-militari, avevano frazionato i
loro possedimenti, costituendo così nella regione tre zone, dove essi
risiedevano ora simultaneamente ora in successione. I centri
principali di queste zone erano Celano, Alba Fucens e Colli.
La famiglia dei conti Berardi faceva ascendere il suo
albero genealogico fino a Carlo Magno, poiché Doda, antenata della
famiglia che per prima ebbe il titolo di contessa dei Marsi, aveva
sposato un nipote del fondatore del Sacro Romano Impero, di nome Liuduno,
nell'anno 910.
Berardo III, il padre di S. Berardo, risiedeva nel 1079 a Colli, e tutta
la contea dei Marsi era aggregata al Ducato di Spoleto; mentre per la
sua posizione geografica faceva da cuscinetto fra i territori dello
Stato della Chiesa, del ducato di Salerno che proprio in quegli anni
finì nelle mani dei Normanni, e a Nord dei territori del Regno Italico.
S. Berardo era il terzo figlio di Berardo III e Teodosia: come tale
difficilmente poteva aspirare a succedere nella contea al padre, secondo
le leggi di quel tempo. Il suo avvenire aveva due sole prospettive: o la
carriera militare o quella ecclesiastica.
Il fanciullo fin dai primi anni dimostrò un’indole calma, serena,
piuttosto remissiva e pensosa. Non erano queste caratteristiche per
prevedere in lui un soldato. I genitori, pertanto, pensarono di avviarlo
alla vita ecclesiastica. Per questo, però, non poteva rimanere in seno
alla famiglia, nell'atmosfera di un castello medioevale; era necessario
metterlo in un ambiente più religioso e più adatto allo scopo.
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IL VESCOVO PANDOLFO
E IL CAPITOLO DI
S. SABINA IN MARSIA
La Marsica, contea dei Berardi, vantava una tradizione cristiana
antichissima che si faceva risalire ai tempi degli Apostoli. Essa era
stata sempre una diocesi illustre, madre di santi, e di personalità di
alto prestigio.
Uno dei suoi figli era stato in tempi più antichi successore di S.
Pietro nella cattedra romana col nome di Bonifacio IV.
Il centro della diocesi, con la sede del Vescovo e il Capitolo dei
canonici era stato da sempre a Marsia, nome medioevale di Valeria, il
municipio dei Romani, poi completamente distrutta che o sorgeva su per
giù dove oggi si estende il paese di San Benedetto dei Marsi, sulla riva
orientale del lago Fucino. A Marsia c'era anche la cattedrale dedicata
a S. Sabina martire, ancora oggi venerata come patrona della diocesi dei
Marsi.
Quando nacque S. Berardo era vescovo dei Marsi Pandolfo, uomo di virtù e
di ingegno, che era riuscito a sanare una gravissima lite fra lui e la
stessa famiglia dei conti Berardi. Infatti, questi ultimi non avevano
voluto accettare Pandolfo alla sua elezione a Vescovo dei Marsi, perché
non apparteneva alla loro famiglia, ed avevano ottenuto dal papa
Benedetto IX (il poco degno Teofilatto) che la diocesi marsicana fosse
smembrata in due: una parte rimaneva fedele a Pandolfo che risiedeva in
Marsia, l'altra parte - comprendente la zona di Carsoli, Colli e la
valle di Nerfa - veniva costituita in una nuova diocesi sotto il vescovo
Attone, parente degli stessi Berardi. Pandolfo però nel 1055 al concilio
di Firenze riuscì a far riunificare la diocesi sotto il suo governo
pastorale. L'intruso vescovo Attone fu trasferito a Chieti, e infine
morì a Montecassino, dove fu sepolto.
La famiglia dei conti Berardi si riconciliò col vescovo Pandolfo e
rimase a lui devota. Il comportamento del Pastore era stato in quella
triste circostanza fermo e nello stesso tempo pieno di carità e
comprensione. Così i conti Berardi, quando dovettero decidere dove
mandare il proprio figlio, ormai in età di iniziare la sua preparazione,
pensarono appunto di affidarlo al vescovo Pandolfo.
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IL FANCIULLO BERARDO A MARSIA.
LA PRIMA FOMAZIONE
Berardo, ancora giovanissimo, lasciò il castello paterno e fu
condotto a Marsia, dove nei pressi della cattedrale di S. Sabina,
patrona della Diocesi, il vescovo Pandolfo conduceva vita comune con i
suoi canonici.
Il ragazzo fu accolto con tutti gli onori dovuti alla sua famiglia, ma
alla scuola dell’anziano Pastore, dimostrò ben presto di meritare stima
e apprezzamento non tanto per nobiltà, quanto per le sue doti e
capacità. “Questo giovane – raccontano gli storici – non fece alcun
conto della nobiltà della classe sociale a cui apparteneva, ma coltivò
l’umiltà, la pazienza, la castità, la carità e tutte le virtù. Il suo
modo di parlare e il suo comportamento rivelavano uno spirito umile e
pronto a sopportare le offese. Era così castigato e mortificato nei
costumi che trattava con le donne solo per quello che era indispensabile
e vestiva in modo modesto e senza vanità. Era gentile e pieno di premure
nel servire gli ospiti, fornendo loro con scrupolosità quello di cui
avessero bisogno. Sempre pronto e puntuale, fu assiduo alle letture
sacre, alle preghiere notturne e ai doveri quotidiani, ritenendosi in
colpa se al primo tocco della campana che lo chiamava ai doveri del suo
stato, sia di notte che di giorno, non fosse stato pronto ad eseguirli.
Secondo le regole della vita comune, mai rompeva il silenzio nella
chiesa, nel capitolo, in dormitorio e in refettorio, se non per una
strettissima necessità. Era amico di tutti e a tutti voleva bene,
trattando ciascuno con grande carità e pazienza.
Forse ci sarà dell'esagerazione in questa descrizione della condotta del
giovane Berardo, ma certamente rimasero colpiti il Vescovo e i canonici
di S. Sabina dal comportamento di un giovane signore, da cui, data la
mentalità del tempo, ci si sarebbe aspettato tutt’altro carattere e modo
di agire.
Non ci furono, pertanto, difficoltà a concedere a Berardo la “sacra
tonsura” (l'immissione ufficiale nelle file del Clero) e a conferirgli
gli “Ordini Minori”, ordinarlo cioè per quelle mansioni sacre che si
concedevano anche ai non sacerdoti addetti al servizio della chiesa: la
custodia del luogo di culto (ostiariato), lettura dei testi sacri
durante le celebrazioni liturgiche (lettorato), la preparazione e il
servizio all'altare durante il sacrificio della Messa (accolitato)
preparazione dei fedeli a ricevere i sacramenti (esorcistato).
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SAN BERARDO
NEL MONASTERO DI MONTECASSINO
Gli anni passavano e il buon vescovo Pandolfo, ormai vecchio, decise di
ritirarsi nel monastero di Montecassino, il centro religioso, culturale
e in qualche misura anche politico fra i più importanti di tutto il
mondo. Il monastero stava rivivendo in quegli anni una nuova rinascita
dopo la crisi medioevale, ad opera soprattutto dell' abate Desiderio,
che alcuni decenni prima aveva ricostruito ed ampliato, riportandolo a
nuovo splendore.
Pandolfo, ritirandosi dagli impegni pastorali della diocesi dei Marsi
non poteva dimenticare la giovane speranza che egli stesso aveva
scoperto e curato per anni. Egli prospettò ai conti Berardo e Teodosia
l'opportunità di procurare al loro terzo figlio una formazione più
completa e più profonda, impossibile nel ristretto ambiente provinciale
del Capitolo di S. Sabina in Marsia. Il buon Vescovo propose, quindi, a
quei signori di inviare il figlio Berardo a Montecassino, dove avrebbe
trovato un ambiente prestigioso per l'educazione delle di lui ottime
qualità.
Berardo padre e Teodosia non si lasciarono sfuggire la serietà e
l'importanza della proposta: per l'avvenire del figlio a Montecassino si
potevano aprire tante strade. Acconsentirono di buon grado ed
accompagnarono il giovane per affidarlo a quei monaci universalmente
ritenuti maestri di sapere e di santità.
Quando Berardo entrò fra le mura del monastero trovò un ambiente
completamente diverso da quello che aveva trovato a Marsia. Avvenimenti
di risonanza mondiale si intrecciavano, ripercuotendo la loro eco
direttamente entro ì chiostri e le celle del pio luogo. In quegli anni
era Papa lo stesso abate Desiderio, ricostruttore del monastero, col
nome di Vittore III, il quale stava lottando con l'antipapa Clemente III
imposto dall'imperatore Enrico IV, e Vittore più volte aveva dovuto
abbandonare Roma e rifugiarsi presso i duchi Normanni, suoi protettori,
o nello stesso monastero di Montecassino, di cui continuava a mantenere
il titolo di abate.
Berardo a Montecassino ebbe come maestro il monaco Paolo, cieco, ma
ottimo insegnante ed educatore. Il giovane non trovò difficoltà ad
inserirsi nel nuovo ambiente e a divenire uno dei migliori allievi nelle
mani di quei maestri di fama europea. Anzi il monaco e maestro Paolo
non ci mise molto per segnalare il suo nuovo discepolo Berardo come
"uomo di costumi integri, di non comuni capacità intellettive, ben
formato di mente e di corpo". Intanto Vittore III, l'abate Desiderio,
dopo aver celebrato un sinodo a Benevento in cui proibì la simonia e le
investiture laiche, scomunicò di nuovo l'antipapa Clemente III e
richiamò il clero ad una più severe condotta e disciplina
ecclesiastica. Sentendosi egli prossimo alla fine, si fece trasportare
al suo monastero, dove morì il 16 settembre 1087.
Berardo aveva 18 anni e, anziché restare scoraggiato e scandalizzato per
ciò che succedeva nel mondo e nella Chiesa, intensificò il suo impegno
per meglio prepararsi ad essere un uomo di religione, degno e sicuro in
mezzo al caotico accavallarsi degli avvenimenti. Le notizie tramandateci
sulla permanenza di Berardo nel monastero di Montecassino, che si
protrasse fino agli ultimi anni del secolo, sono piuttosto scarse, ma è
facile immaginare come egli andasse maturando la sua personalità e la
sua preparazione in quell’ambiente, che era quanto di meglio si potesse
desiderare in quel tempo.
Berardo sentì fortemente l'atmosfera di riforma della Chiesa, per la
quale proprio gli Ordini religiosi e monastici si sta vano battendo da
decenni e che stava facendo grandi progressi, nonostante le lotte tra il
potere spirituale e quello temporale che agitavano tutti gli animi.
D'altra parte Montecassino si trovava politicamente nell'area di
influenza dei domini normanni, e i signori di queste terre, negli ultimi
tempi, si erano avvicinati al Papa e lo appoggiavano nella lotta contro
l'imperatore tedesco e il partito italiano a questi favorevole.
Berardo, quindi, andava sempre più confermandosi nella convinzione di
fedeltà al Pontefice di Roma e, ormai era arrivato a un punto di
maturità che - come ci di cono gli storici - spesso interveniva nelle
discussioni, allora molto accese, sui diritti del Papa, sulla concezione
dello Stato e sui rapporti fra il temporale e lo spirituale.
Egli fu senz'altro notato per questo suo atteggiamento e per la
preparazione che dimostrava, e la perspicacia dei suoi argomenti nel
sostenere quel che pensava. Egli dovette imporsi anche a persone
estranee al monastero, ma impegnate nel conflitto che si andava
sviluppando con alterne vicende fra i complessi e complicati interessi
in lotta.
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SAN BERARDO A ROMA
LA PREFETTURA NELLA CAMPAGNA ROMANA
Nel 1099 veniva eletto Papa Pasquale II, monaco anch'egli di Cluny,
cardinale e, al momento dell'elezione, abate di S. Lorenzo fuori le mura
a Roma. Il nuovo Papa ereditava dai suoi predecessori una cattedra e un
trono in piena tempesta. Egli era un sant’uomo, ma non un grande
politico. L'ambiente politico e religioso italiano era per lo più
favorevole a lui contro l'imperatore, ma non mancavano nemici ed
avversari, anche nei dintorni di Roma ed entro la stessa città. Questi
parteggiavano per l'imperatore di Germania, che era sempre Enrico IV, e
avrebbero preferito un Papa scelto dall'imperatore e a questi fedele
anziché un papa indipendente come Pasquale II. Erano questi i nemici che
bisognava debellare per primi. Pasquale II non voleva però lo scontro
armato, non rientrava nel suo carattere e nella sua politica, portati
più alla pacificazione e all’accordo.
Il Papa, così, preferì circondarsi di persone che assecondassero la sua
condotta.
Fu il momento perché Berardo venisse alla luce e potesse mettere a
servizio della Chiesa le sue ottime qualità, e la brillante preparazione
ricevuta a Montecassino. Pasquale II si rivolse a quel centro di
formazione perché gli segnalassero persone capaci a cui affidare
incarichi delicati e di grandi responsabilità. Berardo fu indicato fra i
primi. Il Papa lo fece venire a Roma, gli conferì l’ordine sacro
del Suddiaconato e lo nominò Prefetto nella Provincia della Campagna
Romana. Questa provincia, alla fine del secolo XII, era già dominata da
quella che in seguito diventerà una delle famiglie più potenti e
prepotenti della nobiltà romana: i Colonna.
I Colonna parteggiavano apertamente per l'imperatore di Germania e
intrigavano perfino per l'elezione di un antipapa ligio all'Imperatore
da opporre a Pasquale II.
Pietro Colonna era allora signore del Castello di Tuscolo e aveva sotto
la sua signoria Monteporzio e Zagarolo, mentre tramava per impossessarsi
di Palestrina e di altri luoghi di proprietà dello Stato della Chiesa.
Questa situazione si trovò ad affrontare il giovane Prefetto Berardo
quando si recò ad esercitare il suo nuovo ufficio, ospite nel Castello
dei signori di Cavi, situato tra Zagarolo e Palestrina.
Berardo mise in atto tutte le sue doti e le sue risorse per convincere
più di un signorotto a rimanere fedele al Papa e a difendere i territori
della Chiesa contro le prepotenze del Colonna. "Nella sua
amministrazione - raccontano gli storici - Berardo fu sempre animato da
prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, senza mai allontanarsi né
con le parole né con i fatti da una tale onesta condotta".
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IL RAPIMENTO E LA PRIGIONIA
La forza persuasiva degli interventi del prefetto Berardo doveva essere
più forte e trascinante della paura ispirata dagli avversari con la
violenza ed i raggiri. Infatti, essi decisero che bisognava togliere di
mezzo un avversario tanto pericoloso alle loro mire di impadronirsi dei
territori appartenenti alla Chiesa, magari con l'appoggio
dell'imperatore di Germania.
Già altre volte Pietro Colonna con complotti, intimidazioni, rapimenti e
uccisioni era riuscito nel proprio intento. Questa volta., però, non
poteva semplicemente eliminare, uccidendo il Prefetto, perché il Papa
avrebbe potuto scagliare contro di lui il fulmine della scomunica, le
cui conseguenze in quei tempi sarebbero state più disastrose di una
battaglia perduta. Fu quindi deciso di rapire e di tenere prigioniero
il prefetto pontificio Berardo, magari sperando in un riscatto. Il colpo
di mano riuscì con una certa facilità. Una squadra di soldati rapì
Berardo a Cavi e lo condusse a Palestrina., città occupata dai Colonna e
da loro presidiata.
Qui il Prefetto fu legato e tenuto prigioniero in una cisterna vuota,
nudo e contuso per le bastonate.
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LA LIBERAZIONE
La notizia della cattura di Berardo arrivò rapidamente a Roma e il Papa
cercava il modo di liberare il suo funzionario, forse pensando a mezzi
diplomatici o a trattative di riscatto, come spesso si usava anche in
quei tempi. Ma quando furono informati dell'accaduto i Conti Berardi
nella Marsica, questi ebbero una reazione ben più stizzosa e violenta.
Quel loro congiunto, che stava a servizio diretto del Papa e rinnovava
così le glorie del loro casato, da cui tanti vescovi e cardinali erano
usciti, ora vittima dei Colonna, era un affronto troppo grave che essi
ricevevano.
Il Conte Berardo immediatamente si mise ad organizzare un piccolo
esercito per liberare il figlio. Questi eserciti allora erano formati
dagli uomini forniti dai paesi e dai villaggi sotto la signoria del
feudatario o del vassallo, in proporzione al numero delle famiglie, su
cui gravavano anche le spese di armamento. I ranghi degli ufficiali
erano per lo più coperti dai figli minori delle famiglie nobili, i
quali, non potendo aspirare all'eredità degli avi per le leggi del
tempo, erano costretti a scegliere la via della carriera militare.
Mentre i banditori del conte giravano la contea dei Marsi per chiamare a
raccolta i soldati e il conte organizzava quelli che rispondevano alla
chiamata, uno di quei nobili di nome Giovanni da Petrella, imparentato
con la famiglia dei Berardi, si presentò al castello e chiese di parlare
al Signore. Fu ricevuto dal conte e a questi Giovanni espose un suo
piano alternativo per liberare Berardo dalla prigionia dei Colonna con
uno stratagemma, senza ricorrere a un attacco armato contro la potente
famiglia romana. Il conte Berardo si rese perfettamente conto della
serietà e della convenienza della proposta. Se il piano di Giovanni
fosse riuscito, si sarebbe evitata l'azione armata, che in quei tempi
turbolenti comportava troppi rischi e molte spese, con la sicura perdita
di vite umane tanto preziose all'economia della contea.
Fu così che alcuni giorni dopo, a Palestrina, un mendicante si avvicinò
alla guarnigione dei Colonna che teneva prigioniero nella cisterna
Berardo. Il mendicante era Giovanni da Petrella travestito. I soldati
dei Colonna, quando videro lo straccione, pensarono a un inaspettato
passatempo nella noia del servizio di guardia. Chiamarono il finto
mendicante, gli buttarono qualche avanzo del rancio e cominciarono a
divertirsi con lui. Con frizzi e lazzi, battute di spirito e buffonate
Giovanni riuscì ad entrare in confidenza con soldati. Poi non gli fu
difficile accostarsi al prigioniero custodito nella cisterna, farsi da
lui riconoscere e metterlo sull'avviso per il tentativo di evasione.
Infine di nottetempo, il coraggioso e astuto Giovanni, eludendo la
sorveglianza dei soldati di guardia, rimosse le pesanti tavole che
coprivano la cisterna, aiutò il prigioniero ad uscire e insieme con lui
riuscirono a fuggire alla volta di Roma.
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IL CARDINALATO
E IL SOGGIORNO ROMANO
Tornato a Roma, Berardo fu accolto da tutti con grande gioia e
soddisfazione. Ciò che maggiormente colpi il Papa, gli amici e quanti
lo conoscevano fu il suo atteggiamento nei confronti di coloro che lo
avevano maltrattato e tenuto in prigione. Egli non ebbe mai alcun
espressione di rancore o di odio e tanto meno di vendetta verso i
Colonna e la loro soldataglia, ma andava ripetendo, secondo quanto
riferiscono gli storici: "Sono felice e voi dovete gioire con me poiché
mi è stato concesso di soffrire a causa del servizio e della fedeltà
alla santa Chiesa, madre nostra e di tutto il mondo”. Questo
comportamento non poteva non colpire favorevolmente gente abituata a
tutt'altro modo dì reagire di fronte alle offese e alle prepotenze. Il
richiamo di Berardo a motivi superiori e religiosi per rispondere alla
cattiveria umana dovette dare motivo di riflessione e riportare le
coscienze a una valutazione più profonda e più autenticamente cristiana
degli avvenimenti, in un mondo dominato dalla violenza e dalla forza. Il
Papa stesso, Pasquale II, volle conferire un riconoscimento al suo
eccezionale Prefetto, sia in premio di quanto aveva dovuto soffrire nel
servizio della Chiesa e del Pontefice, sia come apprezzamento della di
lui fedeltà e condotta così esemplari durante e dopo il gravissimo
incidente. Pasquale II elevò Berardo all'ordine sacro del Diaconato e lo
creò Cardinale col titolo di S. Michele in Pescheria. Questo titolo
cardinalizio era riferito a una chiesa romana del quartiere dove si
vendeva il pesce, un quartiere molto popolare, e certamente gradito a
Berardo che aveva sempre dimostrato tanta umiltà e carità.
Dopo l'elezione a Cardinale, il nostro Santo restò a Roma fino al 1109 e
si diede in particolare alla predicazione nelle chiese dì Roma e ad
opere di carità, che attirarono verso la sua persona un crescendo di
simpatia e di stima.
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PARTE SECONDA
SAN BERARDO
VESCOVO DEI MARSI
LA SITUAZIONE DELLA DIOCESI DEI MARSI
E IL VESCOVO ILLEGITTIMO SIGENULFO
Il papa Pasquale Il - come abbiamo già notato - era un sant'uomo, ma poco abile
in politica; certo, non aveva la tempra di un Gregorio VII che aveva saputo
condurre con ben altra capacità ed energia la lotta delle investiture.
Ci ritroviamo al 1109, e quella che poteva essere una questione chiusa con la
scomparsa di Enrico IV imperatore di Germania - a cui era successo il figlio
Enrico V, il quale più volte si era rivolto al Papa per chiederne l'appoggio -
si era invece riaccesa ancora più ingarbugliata e violenta.
Anche in Italia il partito dell'imperatore si era rafforzato e molti signori e
signorotti approfittavano dell'incertezza e dell'indecisione di Pasquale II per
impossessarsi dei beni della Chiesa o, per lo meno, affidarli a persone di loro
fiducia e da loro direttamente dipendenti. Questa operazione politico-economica
ebbe conseguenze disastrose per la vita religiosa e morale sia del clero che del
popolo.
Sarebbe lungo e complicato seguire gli avvenimenti di quei tempi. A noi basta
notare che molti vescovi ed altri prelati in diverse zone dell'Italia erano
ormai solo emanazioni dei signorotti locali grandi e piccoli. In molti ambienti
la vita religiosa non aveva più alcun contenuto di autenticità. Gli sforzi di
Pasquale II per reprimere con sinodi e decreti la simonia, cioè la compravendita
degli uffici ecclesiastici, producevano poco frutto e in molte parti, anche
della nostra zona, si moltiplicavano gli abusi, mentre ogni senso morale andava
scomparendo.
Abbiamo un esempio della situazione negli avvenimenti della stessa Marsica, dove
ì conti Berardi, e più ancora i loro vassalli, nei castelli della diocesi
approfittavano del momento in cui il Papa era impegnato con l'imperatore di
Germania, con i re di Francia e d'Inghilterra e con gli stessi principi Normanni
i quali erano arrivati perfino a saccheggiare Roma con la scusa di riportare il
Pontefice nella sua città da cui era stato scacciato - per impadronirsi di beni
ecclesiastici e nominare gente tutt'altro che religiosa agli uffici di chiesa. I
conti Berardi arrivarono anche a insediare come Vescovo a Marsia un loro
congiunto un certo Sigenulfo.
Ci dicono le storie che Sigenulfo era una degna persona "per la sincerità di
incorrotti costumi, religiosa osservanza e incomparabile astinenza" (Febonio), e
se accettò di essere eletto vescovo illegittimo dall'antipapa Guberto di Parma,
insediato da Enrico IV, è forse da addebitarsi alla debolezza di carattere di
Sigenulfo e alla confusione delle idee e dei movimenti di quegli anni.
Sigenulfo era stato eletto nel 1097 e rimase nella Marsica fino al 1113; e che
fosse un uomo più di meditazione che di governo e provato dal fatto che il
capitolo dei canonici di S. Sabina in Marsia conduceva con lui una vita comune
esemplare, mentre in tutta la diocesi imperversava la simonia, il concubinaggio,
il lusso, oltre agli altri abusi di potere. Per avere un'idea della situazione
lasciamo ancora la parola agli storici: "Entro i confini della Marsica cresceva
l'insidioso vizio della simonia, sia perché i laici vendevano i beni
ecclesiastici come cosa propria sia - ciò che è ancora peggio - perché gli
ecclesiastici che li accettavano non lo ritenevano contro la morale... Molti di
essi non si curavano delle sacre leggi e vivevano scandalosamente; non portavano
alcun segno esteriore del loro stato; altri coltivavano vistose capigliature"; e
la descrizione che ne fa il Febonio si colora di sarcasmo: "Altri ecclesiastici
rilassati nelle leggerezze, o con chioma pendente sul dorso, o inanellata circa
la fronte, volevano mostrarsi Nazareni nei capelli e non nell'opere".
Per reprimere questi abusi nell'Italia centro-meridionale il Papa nel 1108 aveva
tenuto un sinodo a Benevento. Evidentemente, però è inutile emanare leggi e
decreti, se non c'è chi si impegna ad eseguirli e a farli eseguire. Per questo
Pasquale II cercava persone a lui fedeli e che aderivano alla riforma per
metterle a capo delle diocesi e delle altre istituzioni ecclesiastiche, dove la
rilassatezza morale e l'insubordinazione che arrivava fino alla ribellione
all'autorità rasentavano lo scisma. Egli dovette provvedere a risanare anche la
Marsica e per questo non gli fu difficile la scelta della persona adatta. Il
cardinale Berardo apparteneva alla famiglia dei conti che dominavano nella
regione: questo fatto avrebbe tolto ai potenti signori marsicani un motivo di
opposizione alla nomina di lui a vescovo dei Marsi. Nello stesso tempo il
prelato aveva dato abbondanti garanzie di fedeltà alla Sede apostolica e aveva
rivelato capacità non comuni di serietà di vita e di governo.
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SAN BERARDO VESCOVO DEI MARSI
La decisione della nomina di Berardo a vescovo dei Marsi venne presa senza
ripensamenti. Berardo nel 1109 venne ordinato Cardinale-prete del titolo di S.
Crisogono martire; subito dopo consacrato vescovo e inviato nella diocesi dei
Marsi con il difficile incarico di reprimere lo scisma di Sigenulfo e riformare
la vita ecclesiastica e religiosa della diocesi. Il compito che Berardo aveva
accettato solo per obbedienza - come dicono i biografi - non era certo dei più
desiderabili. Egli avrebbe dovuto affrontare non solo l'antivescovo Sigenulfo
che, pio e onesto, non avrebbe frapposti troppi ostacoli a lasciare la Sede,
sulla quale, con ogni probabilità, era stato messo contro la sua volontà; ma
avrebbe dovuto sostenere uno scontro duro e penoso con i suoi stessi parenti,
che avevano voluto e sostenuto Sigenulfo con lo scopo di poter liberamente
spadroneggiare nella collazione dei benefici e degli uffici ecclesiastici e
nell'amministrazione dei beni delle chiese. Né sarebbe stato agevole richiamare
a vita onesta e cristiana tanti ecclesiastici che erano tali solo di nome.
Certamente il vescovo Berardo nella sua opera avrebbe trovato nella stessa
diocesi validi appoggi sia in seno al clero, che come abbiamo visto a proposito
del capitolo dei canonici di S. Sabina, aveva resistito all'ondata di
rilassamento, sia presso il popolo che, se nel passato aveva potuto lamentare
qualche ingiustizia da parte degli amministratori ecclesiastici, adesso, con la
completa soggezione di questi ai signori laici, non c'era più freno alle
angherie, alla dilapidazione dei beni, al furto vero e proprio. Ma Berardo
poteva contare soprattutto su se stesso e sulle sue capacità e convinzioni. Egli
veniva da una scuola di formazione seria e severa, una vera scuola di santità.
Quando si ricostruisce la storia di quei tempi è essenziale, per capirla,
mettere in giusto rilievo una componente essenziale e caratterizzante
dell'epoca: la spiritualità monastica e l’ ascetismo cristiano. Questa
componente spirituale proprio mentre la Chiesa si trovava invischiata nella
lotta per la sopravvivenza del suo prestigio politico-economico, stava
raggiungendo la sua piena e completa espressione, che maturerà del tutto nei due
secoli seguenti. "Dai monasteri, il pensiero, la passione della riforma
traboccò fuori e investì variamente tutta la Chiesa, cioè la comunione dei
fedeli... Interpretare letteralmente il Vangelo, uniformare la propria vita a
quella di Cristo e degli Apostoli, diventa passione viva di innumerevoli
uomini. Era un rinfrescato Cristianesimo, uno sforzo di più completa
realizzazione sua ... E si aveva così la riforma monastica ed il diffuso
turbamento contro il clero corrotto, specialmente contro i chierici coniugati, a
cui si negava la capacità di compiere gli atti del loro ministero. Si aveva la
proclamazione dei diritti dei fedeli sulla Chiesa, della loro capacità di
giudicare i sacerdoti e di somministrare anche i sacramenti... Un segno visibile
di questo più vivo e più fattivo animo religioso furono anche le mille e mille
chiese che allora, quasi a furia di popolo furono erette in tutta l'Europa; e il
meraviglioso fiorire dell'architettura romanica, con le sue grandi cattedrali e
le sue chiese rurali , che diedero come un suggello religioso ai nuovi nuclei
sociali ed alle nuove formazioni politiche delle città e delle campagne, lungo
tutto l'undecimo e il duodecimo secolo" (G.Volpe).
San Berardo si era formato proprio in uno di quei centri di cultura e di
spiritualità, la cui impronta resterà indelebile nella civiltà occidentale: il
monastero di Montecassino. Qui il lavoro, cioè l'impegno quotidiano di vita e
preghiera, unione con Dio ed esecuzione della sua volontà: ogni azione, ogni
pensiero sono arricchimento di se stesso e arricchimento spirituale e sociale
della comunità. Prega e lavora: un programma semplice da formulare, ma
impegnativo e duro da attuare, una pedagogia spirituale molto severa. A questa
scuola Berardo aveva formato il suo carattere e fortificata, arricchendola di
doti, la sua personalità. L'acquisita capacità di riferire al soprannaturale
qualsiasi momento dell'esistenza e proiettare ogni minima e singola azione umana
sullo sfondo di una finalità oltre l'orizzonte della realtà contingente e
terrena, era una disciplina quanto mai valida per dare solidità ad un'indole
naturale già dotata particolarmente.
Berardo era più che preparato ad assumere il governo pastorale della Marsica.
Appena egli prese possesso della sua sede episcopale, iniziò l'opera di riforma.
Ma incontrò forti resistenze ed opposizioni.
C'era da aspettarsi che gli ecclesiastici conviventi con donne poco serie non
fossero tanto ben disposti ad accogliere i rimproveri e i richiami, nonché le
minacce di pene del Pastore. Ma ancora più difficile fu ottenere che i
"beneficiati", illegittimamente nominati in uffici di chiesa o addirittura che
avevano mercanteggiato la loro carica religiosa e amministrativa, lasciassero i
posti in cui si erano insediati, protetti dai signorotti tutti vassalli dei
conti Berardi. Nel 1113 Berardo riuscì ad espellere il vescovo nominato dall'
antipapa, Siginulfo; e già molti ecclesiastici o chiedevano il condono delle
pene o di essere legittimamente reintegrati nei loro uffici o volontariamente
abbandonavano la carica e il beneficio annesso ricevuti indebitamente.
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PERSECUZIONI CONTRO BERARDO
Queste iniziative di riforma ed i successi che esse ottenevano misero sul chi va
là i signorotti della zona e gli stessi conti Berardi, in particolare Rinaldo
che risiedeva ad Albe. Chiaramente essi non si aspettavano dal loro congiunto
vescovo un' opera di rinnovamento e di moralizzazione così energica.
Dai tentativi di compromesso, a cui Berardo non poteva certamente aderire se
voleva veramente rinnovare la diocesi, si passò facilmente alle minacce e
all'aperta persecuzione.
Gli antichi scrittori della vita di S. Berardo ci parlano di ingiurie e di
insulti, di incarcerazione del vescovo e di tentativi per cacciarlo a pietrate;
si fece ricorso anche al veleno nel l'intento di sopprimerlo. Erano tempi in
cui a prendere certe decisioni e a metterle in atto non ci si pensava due volte.
La lotta e le persecuzioni da parte di chi non accettava le riforme di Berardo
non dovettero essere solo tentativi occasionali, ma un'azione ben determinata
decisa e organizzata, tanto che il Santo fu costretto a fuggire dalla sua
diocesi più di una volta, per scampare alla morte. Durante una di queste fughe
si rifugiò a Roma sotto la protezione di Pasquale II. La determinazione dei suoi
avversari nel non volerlo nella Marsica, in tale circostanza, fu così accanita e
così ben controllata la fuga di lui, che il vescovo Berardo dovette fermarsi a
Roma per un periodo piuttosto lungo. Il Papa gli diede perfino un incarico
particolare, mandandolo come legato pontificio a Veroli, ad Alatri e in
Sardegna, per il disbrigo di affari inerenti ai rapporti tra i signori di quelle
città e la Sede apostolica. Poi la tempesta delle persecuzioni si attenuò, anche
perché la gente stessa dei paesi della Marsica si era accorta che la severità
del vescovo Berardo era tutt'altra cosa che la prepotenza dei signorotti, e il
freno che il Pastore voleva porre agli abusi e alle ingiustizie miravano solo a
riportare ordine e onestà nella vita della diocesi e si ispirava a un
cristianesimo autentico e leale. Gli stessi Marsicani, allora, pregarono il
Papa di rimandare Berardo nella sua diocesi.
Era intorno al 1115 quando Berardo rientrò nella Marsica e celebrò a Marsia
nella cattedrale di S. Sabina martire. I suoi propositi di riforma durante la
dura prova del la fuga si erano rafforzati, maturando in un programma ben
preciso e più incisivo. Le linee di questo programma, attraverso le notizie
tramandateci, si possono così individuare:
* riassetto giuridico e organizzativo della diocesi, eliminando abusi,
falsi privilegi e diritti arrogati indebitamente;
* reintegrazione dei beni ecclesiastici e più equa amministrazione delle
rendite secondo gli scopi dei donatori e degli statuti istituzionali;
* riforma della vita ecclesiastica e religiosa col ritorno allo spirito
di obbedienza e di austerità. di preghiera e di servizio;
* ridonare alla Chiesa locale il volto e l'atteggiamento della madre che
è preoccupata soprattutto dei suoi figli spiritualmente e materialmente più
poveri e bisognosi;
* moralizzazione e repressione degli scandali.
Brevemente accenniamo alle iniziative prese da Berardo per raggiungere gli scopi
di questa riforma.
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RIASSETTO GIURIDICO E AMMINISTRATIVO
LA BOLLA "SICUT INIUXTA” DI PASQUALE II
Abbiamo ricordato quanto fosse caotica la situazione territoriale anche nella
nostra Marsica all'inizio del secolo XII. Con le lotte fra i feudatari, le
spoliazioni dei vassalli, gli smembramenti della diocesi e le concessioni fatte
dai vescovi illegittimi, si erano instaurati molti abusi; e molti paesi e chiese
reclamavano privilegi di autonomia e indipendenza dal Vescovo. Per cui
riportare ordine in certi posti era veramente difficile. Il vescovo Berardo
approfittò delle sue ottime relazioni col papa Pasquale II ed ottenne da lui una
"bolla" (la "bolla" grosso modo, equivale a ciò che oggi è un "decreto") in data
25 febbraio 1115, rimasta celebre nella storia della diocesi dei Marsi poiché
con essa il Papa fissa i confini delle stessa diocesi ed enumera le chiese
soggette alla cattedrale dei Marsi di S. Sabina. La bolla, come è uso nella
prassi ecclesiastica, prende il titolo dalle prime due parole con cui comincia
il testo: “Sicut Iniuxta”. L'importante documento ci è stato
tramandato da Muzio Febonio, mentre l'originale è scomparso durante le
calamitose vicende della sede vescovile dei Marsi. In essa i confini della
diocesi sono così indicati: "Da forca Ferrato, a monte di Carrito passano sul
monte Argatone toccando il territorio di Scanno, attraverso la serra Fornelle,
scendono al mulino vecchio e risalgono a forca d'Acero; tagliano serra di Vivo,
serra Troia e declinano a Pescocanale; risalgono a Penna Imperatore e attraverso
il monte Cervaro piegano verso la forca di Oricola; attraverso varco S. Giorgio,
il fiume Sisara, Ofrano, le Scalette, Tufo, il fiume Remando, Treponti, piega no
a Volpe Morta, bocca di Teba, campo di Pezza, rio dei Gamberi, attraverso serra
Candida e Venerino si ricongiungono a forca Ferrato". I nomi di alcune località
col passare degli anni e mutato, come ad esempio quello di forca Ferrato che
oggi e più noto come Forca Caruso, ma i confini, eccetto qualche piccola
variazione, sono rimasti fino ai giorni nostri quasi gli stessi. Da ciò
l'importanza della bolla, la quale, dopo aver enumerato le chiese dipendenti
dalla matrice S. Sabina, così prosegue (naturalmente, dati gli scopi di questa
modesta pubblicazione, traduciamo in italiano, alla buona, il testo latino
riportato dal Febonio): "Qualsiasi possedimento che si conosca di legittima
proprietà della stessa Chiesa (dei Marsi) o che in futuro da essa proprietà
venga a far parte in qualunque legittima modalità, decretiamo che venga da te
(dal Vescovo) e dai tuoi successori conservata intatto. Per cui a nessuno sia
lecito perturbare la tua Chiesa, impossessarsi dei suoi beni, conservare ciò che
ha preso, o rivendicare per i propri usi ciò che ingiustamente gli è stato
concesso, mutilarli o speculare su dì essi; siano essi beni mantenuti integri
per l'uso tuo, del clero e dei poveri a cui sono destinati". Segue quindi la
minaccia di pene e di condanna a coloro che perseverassero nel reato, dopo
essere stati benevolmente richiamati.
Forte dell'autorità di questa bolla pontificia il Vescovo Berardo riuscì a
strappare dalle mani dei prepotenti signorotti molti benefici ecclesiastici e a
reintegrare i legittimi amministratori, cacciati via con minacce ed angherie di
ogni genere.
Egli riuscì anche ad eliminare abusi introdotti in alcuni ambienti del clero
sotto i vescovi illegittimi. Riportiamo solo un caso emblematico dell'ambiente
che si era creato con questi abusi. A Celano c'era un Preposto con un Capitolo
di canonici, protetti dai potenti feudatari Berardi. Il Preposto aveva ottenuto
dal vescovo illegittimo Attone nel secolo precedente il privilegio di benedire
il Giovedì Santo gli Oli Santi e di distribuirli ai parroci dei paesi
circostanti: funzione questa riservata esclusivamente al Vescovo della diocesi e
che doveva essere celebrata nella chiesa cattedrale. A noi oggi l'abuso può
sembrare di scarsa entità, ma, specialmente allora, era gravissimo. Infatti
quel privilegio attribuiva al Preposto di Celano delle prerogative riservate
esclusivamente al Vescovo della diocesi e poteva rappresentare un pericoloso
presupposto per una nuova scissione della diocesi. Si aggiunga poi che
nell'occasione della distribuzione alle varie parrocchie degli Oli Santi si
riscuoteva il tributo che le singole chiese dovevano in denaro o in natura alla
chiesa madre: diritto che il Preposto di Celano naturalmente pretendeva per sé
da quelle chiese alle quali si arrogava il privilegio di dare gli Oli Santi. Il
vescovo Berardo, dopo tante insistenze, interventi e minacce di pene
ecclesiastiche, riuscì a convincere il Preposto di Celano a rinunciare al
preteso privilegio in nome della disciplina ecclesiastica e dell'unità della
diocesi, nonostante la protezione interessata che i Conti dei Marsi accordavano
al clero celanese: si trattò di un successo dovuto solo all'eccezionale
personalità di S. Berardo, poiché in seguito la lite fra il Capitolo dei
canonici di Celano, e il Vescovo dei Marsi si è trascinata per secoli.
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I BENEFICI ECCLESIASTICI
Le fonti storiche riportano che, quando il vescovo Berardo tornò nella sua
diocesi, i signorotti locali non permettevano alle chiese situate nei propri
possedimenti di versare alla cattedrale dì S. Sabina le primizie, le decime e le
offerte per i morti che ad essa dovevano; anzi, peggio ancora, essi prendevano
motivo da ogni occasione e da scuse insignificanti per incarcerare gli
ecclesiastici e torturarli fio a quando non riuscivano ad estorcere loro del
denaro, anche se non ne possedevano. Angariavano poi in ogni modo i contadini,
i poveri, gli orfani e le vedove a loro soggetti.
Far cessare queste, prepotenze non fu agevole al vescovo Berardo, contro il cui
zelo si elevava tutta la ferocia di una mentalità che sulla forza e la violenza
basava il diritto e la ragione. E li comunque, nonostante tutte le opposizioni,
i rifiuti e le aperte minacce, usò tutti gli strumenti che le leggi del tempo
gli mettevano in mano, ma soprattutto vinse le resistenze con la pazienza, il
disinteresse e la carità che hanno caratterizzato la sua vita e la sua
opera di Pastore. Le fonti ci informano che Berardo "tornato in mezzo al suo
gregge continuò l'opera di risanamento, ergendosi con la solidità di un muro
contro cui andavano a sbattere i ribelli, prudente ma irremovibile"; e in altra
parte si legge che quei prepotenti "stipulata solenne scrittura di rinuncia alle
varie pretenzioni, e rilasciati in libertà i beni occupati, furono nel consueto
modo della Santa Chiesa, abolita la contumacia, assolti dalle pene e censure”.
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RIFORMA DEL CLERO
Abbiamo precedentemente notato in quale stato di rilassatezza e di immoralità si
era ridotto il clero marsicano: si trattava di una crisi diffusa cui solo
qualcuno si salvava come i canonici di S. Sabina in Marsia. Su questo punto
Berardo, in qualità di vescovo, poteva agire con maggiore potere ed autorità.
La piaga però era così estesa e profonda che il Pastore dovette molto soffrire
è lottare per risanarla. Se ai signorotti laici era possibile l’opposizione
all'opera pastorale del vescovo ciò era dovuto anche al fatto che molti
ecclesiastici appoggiavano quell’opposizione, ben sapendo che essi sarebbero
stati i primi a dover cambiar vita, se la riforma fosse stata portata avanti; e
poi non dimentichiamo, che molti di quegli ecclesiastici erano divenuti tali
solo perché investiti, dagli stessi signorotti, dei benefici usurpati, e che,
pertanto, non avevano nessuno spirito religioso e nessuna formazione allo stato
di chierici.
Il vescovo Berardo riuscì "a dissodare un campo così mal coltivato", tanto che
alla fine si ritrovò un clero a lui devoto e lealmente tornato a dedicarsi ai
propri doveri.
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L’OPERA PASTORALE PRESSO IL POPOLO
Berardo visse in un periodo storico in cui - almeno come lo conosciamo noi a
distanza di nove secoli - tutti gli interessi erano rivolti ai grossi problemi
politici, agli scontri tra forze di potere e di dominio. Ma il Medio Evo,
specialmente quello dopo il Mille che chiamiamo Basso Medio Evo, ha una sua
realtà storica meno conosciuta, ma altrettanto viva e interessante. Negli
ambienti della provincia isolata, nelle campagne e in mezzo ai monti, come nelle
grandi città di quel tempo, la vita andava riorganizzandosi e rinnovandosi,
soprattutto per una presa di coscienza delle proprie capacità e dei propri
diritti da parte del popolo. "Da per tutto una folla anonima, che dissodava con
nuova alacrità la terra, che costruisce la sua casa. E' un vasto e vario
sforzo, con finalità limitate, con limitata consapevolezza del proprio valore,
ma con risultati di grande portata. Bisogni concreti, spirito pratico guidano
il popolo..."(G.Volpe).
Ed è proprio al popolo che il vescovo Berardo rivolge le sue cure maggiori.
Nella mentalità del tempo il popolo era solo l'insieme dei dipendenti al
servizio del signorotto o del feudatario, il quale aveva un potere quasi
assoluto su di esso. Il nostro Santo seppe invece intuire chiaramente il nuovo
fermento dì libertà e di autonomia che andava sviluppandosi e ritornando al più
genuino spirito del Vangelo che proprio in quel periodo suscitava in seno alla
Chiesa vivaci movimenti di riforma, portò avanti il nuovo discorso, secondo cui
i benefici ecclesiastici non erano stati costituiti per l'uso del potere
politico e militare, ma essi appartenevano ai poveri, agli orfani, alle vedove,
insomma a chi nella società rappresentava Cristo e faceva realmente Chiesa.
Ricordiamo anche che proprio in questo periodo nella Marsica ebbero impulso
quelle costruzioni che, come luoghi di ricovero o di rifugio, hanno reso per
secoli insostituibili servizi. Su tutti i valichi montani, che mettono la zona
in comunicazione con le altre, ci fu un ospizio, un rifugio: S. Nicola de
Ferrato al valico di Forca Caruso, S. Maria di monte Tronchillo nei pressi di
Pescasseroli, la Candelecchia a Trasacco, S. Maria in Valle Polcraneta presso
Rosciolo ed altri. Inoltre molti "benefici" avevano come obblighi statutari il
ricovero degli infermi e la loro cura, la formazione della dote per le giovani
povere, l'ospitalità e l'educazione dei ragazzi orfani. Ancora a quel tempo
vanno fatte risalire le iniziative divenute parte integrante delle celebrazioni
liturgiche locali, come il pane di S. Antonio, cioè la distribuzione di pane di
grano o di altri cereali ai più poveri in occasione di ricorrenze religiose,
soprattutto in tempo di carestia o di altre calamità.
S. Berardo dedicò gran parte della sua opera pastorale a fondare e incrementare
iniziative di questo genere. La sua non fu una carità espressa con atti di
elemosina occasionali soltanto, Egli istituì un'organizzazione vera e propria
per venire incontro a chi si trovava nel bisogno. Gli storici e i biografi del
Santo ci parlano di un certo Pietro, un asceta e un solitario tipico del Medio
Evo, che abitava nella chiesa di S. Pantaleone alle falde del monte su cui si
trovava il castello di Venere, un uomo buono e di vita santa e sincera"; ci
parlano anche di Giovanni Signino, canonico di S. Sabina e stretto collaboratore
del Vescovo - di cui fu anche il primo biografo a detta degli storici; ed
inoltre di altre persone che componevano la "famiglia del Vescovo". Berardo si
servì di tutti costoro per informarsi dei bisogni della gente nei centri grossi
e piccoli della diocesi e per mandarli poi a portare quei soccorsi necessari a
quanti si trovavano in difficoltà, "specialmente a quelli che abitavano a Marsia,
a Venere ai villaggi di Pescina, a Celano e nei paesi intorno e in molte altri
località".
L'organizzazione di questa assistenza prevedeva anche dei giorni fissi durante
l'anno, in cui la distribuzione dei viveri era regolare, e precisamente nei
giorni di Natale, di Pasqua, di Avvento, della Quaresima e in tutte le
vigilie delle altre feste. In questo modo lo spirito di carità e di
fraternità dei tempi forti e dei giorni liturgici ad esso dedicati, acquistava
un significato non soltanto individualistico e personale, ma diveniva
espressione di vita ecclesiale in una comunione autentica spirituale e
materiale. Oggi, noi non ci sforziamo forse dì educare i cristiani allo stesso
spirito di carità? Ciò vuol dire che la vera santità è perenne e universale,
anche se storicamente e geograficamente incarnata nella realtà locale in cui
vive.
Ma c'è un particolare che vogliamo sottolineare nell'opera caritativa del
vescovo Berardo. I biografi rilevano che egli si preoccupava particolarmente di
non far mancare i soccorsi alla sua gente "nei giorni dei mesi di maggio e dì
giugno, il periodo più difficile dell'anno". E' semplice la spiegazione di
questo particolare, nell'economia agricola primitiva di quel tempo, a carattere
familiare, chiuso - nel senso che ogni famiglia produceva tutto quello che
serviva ai suoi bisogni - proprio al sopraggiungere della nuova stagione si
esaurivano le provviste dei raccolti dell'anno precedente e molte famiglie erano
costrette a indebitarsi ipotecando il raccolto venturo per tirare avanti nei
mesi di maggio e di giugno, fino a quando non si cominciava a raccogliere i
nuovi frutti; e non sempre si trovava chi fosse disposto a far credito ai
poveretti, riducendoli alla fame. E' rimasta proverbiale nel nostro popolo
questa carestia annuale, cronica, nel detto, "La più difficile a salire è la
costa di maggio e giugno". Ebbene, il vescovo Berardo proprio in questo periodo
intensificava le sue iniziative di carità e metteva in moto la sua
organizzazione assistenziale
Non fa meraviglia che l'aspetto caritativo della vita di S. Berardo abbia
particolarmente colpito il popolo, e i fatti straordinari da lui compiuti in
vita, che ci sono stati tramandati, si riferiscano in gran parte alla sua opera
di assistenza. Ne ricordiamo solo qualcuno che può servire come esempio.
Si era nel mese di maggio e un giorno il collaboratore del santo Vescovo,
Giovanni Signino, che abbiamo conosciuto più sopra, riferì che la figlia di un
soldato tedesco stava morendo di fame col padre, eppure sopportava con pazienza
e con estrema riservatezza la sua disgrazia. Berardo immediatamente dispose che
le venisse portato un primo soccorso di generi alimentari. Quando si andò nella
cantina, dove venivano raccolte le provviste da distribuire, i domestici si
accorsero che il grano era completamente esaurito. Il Vescovo non si scoraggiò,
ma fece dire alla ragazza che il giorno seguente mandasse un uomo con un asino
per poter caricare il grano occorrente a tirare avanti in quei mesi duri.
Puntualmente, il giorno appresso, l'uomo si presentò con la bestia per prelevare
quanto promesso. Il Vescovo, diede ordine di andare in cantina e di scopare il
pavimento per racimolare i pochi chicchi caduti durante i travasi. I domestici,
anche se perplessi, eseguirono l'ordine del Pastore. Fu a questo punto che la
fede e la carità del Vescovo e l'obbedienza dei domestici furono premiate dal
miracolo. Mentre essi ramazzavano la cantina, il grano si accumulava davanti
alle scope, e se ne raccolse tanto che bastò non solo alla figlia e al soldato
tedesco fino al nuovo raccolto, ma con esso fu provveduto anche ai bisogni di
tante altre famiglie.
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MORALIZZAZIONE E
REPRESSIONE DI SCANDALI PUBBLICI
L'impegno pastorale di S. Berardo nella diocesi dei Marsi si trovò ad affrontare
anche il gravissimo problema della moralizzazione dei costumi. Nella zona da
anni si erano determinate situazioni di scandalo pubblico. Le piaghe di
immoralità più diffuse erano il concubinaggio e l'incesto. La gravità dello
scandalo era aumentata dal fatto che proprio alcuni signori dei castelli della
diocesi si trovavano a vivere in questo stato e nemmeno alcuni ecclesiastici si
erano salvati dal contagio del male. S. Berardo usò tutti i mezzi di cui
disponeva per frenare e reprimere situazioni tanto penose.
Fra i signori che vivevano in concubinaggio incestuoso c'era il conte Rinaldo,
parente del Santo, che risiedeva nel castello di Albe, il paese sorto nei pressi
delle rovine della romana Alba Fucens. Il vescovo fece tutti i tentativi
possibili per far decidere il congiunto a recedere dalla sua condotta
scandalosa, soprattutto per il cattivo esempio che ne derivava a tutto il
popolo. Ma di fronte al rifiuto caparbio ed altezzoso di Rinaldo, S. Berardo si
vide costretto a ricorrere alla esclusione del peccatore pubblico dalla
comunione dei fedeli. Allo scopo convocò il Vescovo di Valva (Sulmona) e il
Vescovo di Chieti e in modo solenne comminò la scomunica a Rinaldo. Questi
accolse con scherno e disprezzo la sentenza del Vescovo. Anzi organizzò nello
stesso giorno, nel suo castello di Albe, una cena con gli amici. Noi sappiamo
che quelli erano tempi turbolenti e tra gli amici sì trovò anche un suo occulto
ma accanito avversario, che all'improvviso colpi con un pugnale il conte. La
ferita era grave. Rinaldo sentì che non sarebbe sopravvissuto, e allora mandò a
chiamare il Vescovo, che in quei giorni si trovava a Celano. S. Berardo non
esitò un istante e, contro il consiglio di chi lo invitava alla prudenza temendo
un tranello, immediatamente diede ordine che fosse condotto ad Albe al capezzale
del ferito. La sollecitudine del buon pastore ottenne il pentimento
dell'impenitente e la sua supplica di essere riammesso alla comunione dei
fedeli.
Era questa la condotta di Berardo. Egli usava severità, comminava pene e
condanne quando la situazione lo richiedeva, ma mai per fini umani, di
prestigio, di potere e di arroganza: lo scopo preciso e immediato era sempre il
ravvedimento e la conversione del peccatore, il ritorno al rispetto della legge
dì Dio, la salvezza delle anime.
Proprio questa sua condotta e lo spirito profondamente evangelico che lo animava
nonostante contrasti difficoltà e lotte, conferì al vescovo Berardo
quell’aureola di santità caratteristica dei veri riformatori della Chiesa. Egli
in un periodo in cui una forte spinta di rinnovamento e di ritorno ad una più
autentica ispirazione evangelica della vita si diffondeva in tutta la società,
riuscì a portare la diocesi dei Marsi, di cui fu pastore per ventuno anni,
all'avanguardia di una tale rinascita col suo spirito di sacrificio, di
pazienza, di costanza, di grande carità. Meritatamente il popolo marsicano lo
acclamò santo dopo la di lui morte.
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LA MORTE
Anche le circostanze della morte di S. Berardo ebbero aspetti di
straordinarietà. Mentre celebrava la messa pontificale il giorno 29 agosto
dell'anno 1130 nella cattedrale dì Marsia in occasione della festa di S. Sabina,
il Pastore visibilmente affaticato e precocemente consumato da tante contrastate
attività pastorali, disse ai fedeli che gremivano il tempio essere quella
l'ultima volta che con loro offriva il sacrificio del Signore. Un brivido di
commozione percorse l' animo di quella gente che, dopo tante dolorose
esperienze, ora vibrava all'unisono con la carità del Pastore.
Ma, anche di fronte al presentimento della fine, il vescovo Berardo non poteva
allentare la tensione che per l'intera vita l'aveva tenuto sempre pronto al
servizio di Dio e della Chiesa. Aveva già in programma di recarsi a visitare
alcune parrocchie della diocesi e non volle assolutamente rinunciare agli
impegni presi con le comunità che lo attendevano.
Il giorno dedicato alla festa della Maternità divina della Madonna, l’8
settembre di quello stesso anno, S. Berardo giunse a Celano, dove il clero
tornato alla comunione e all'obbedienza dell'unico Pastore della diocesi, lo
attendeva insieme al popolo, che con spontanea sensibilità lo riteneva già
santo.
Il Vescovo, arrivato in quel centro e rivolto il saluto al clero e al popolo
nella chiesa di S. Giovanni - che allora sorgeva dove oggi c'è quella della
Madonna del le Grazie, vicino alla sorgente dei SS. Martiri - prese alloggio nei
locali annessi alla stessa chiesa. In serata, mentre con il preposto e alcuni
canonici discuteva sul rinvenimento dei corpi dei santi Simplicio Costanzo e
Vittoriano, avvenuto alcuni decenni prima ad opera di Fulgenzio da Foligno,
Berardo fu colpito da forti dolori alle viscere. Il medico, accorso
prontamente, diagnosticò una malattia gravissima e incurabile. Per il vescovo
Berardo era ormai la fine.
Appena si diffuse la notizia di quel che era successo, i Celanesi accorsero e
offrirono tutta la loro assistenza al santo Vescovo. perché egli potesse
terminare in pace i suoi giorni nella loro città, e conservarne quindi le
spoglie mortali. Berardo, però, ebbe un lieve e momentaneo miglioramento; ne
approfittò per insistere e disporre che fosse riportato a Marsia, in mezzo ai
canonici di S. Sabina, con i quali aveva vissuto e condiviso tante ansie e tante
lotte per il ritorno della diocesi ad una più coerente vita cristiana. Il suo
desiderio fu accolto ed egli poté ritornare nella sua sede episcopale.
Intanto la malattia lo andava consumando, ma il suo spirito era sempre vigile e
sollecito nell'adempiere il proprio do vere di pastore fino alla fine. Ci
dicono i biografi: "Dopo il suo ritorno nella sede episcopale dalla Chiesa di S.
Giovanni Battista di Celano, egli diede disposizione sulle cose che andavano
riordinate ed eseguite sia in quella stessa chiesa che in tutte le altre chiese
della diocesi".
Infine la malattia si aggravò in modo irreparabile e fu prossimo alla fine.
Egli stesso ebbe a dire ai canonici di S. Sabina che lo assistevano: "Fra non
molto direte: il giorno anniversario della morte del vescovo Berardo ricorre il
3 novembre".
Prima di cessare di essere il pastore terreno della sua diletta diocesi per
divenirne il protettore celeste, S. Berardo rivolse ai suoi sacerdoti un'ultima
esortazione, che riportiamo per intero, come ci e stata tramandata, poiché ci
sembra un sintetico compendio sella sua vita: “Fratelli miei, mia gloria ed
onore, e, dopo il Signore e i suoi Santi, speranza e premio dell'anima mia, vi
prego e, per tutto quello che vi debbo, vi esorto e vi ammonisco a conservare
fra di voi la carità che è la più grande fra le virtù. Vivete d'accordo e uniti
nella fede, nella speranza nell’umiltà nella pietà, nella pazienza nella
comprensione, nella castità nella sobrietà; fuggite i vizi, di cui la superbia è
la radice di ogni male, soffocatela ed estirpatela con l'umiltà. Opponete alla
bestemmia la devozione, l’accordo alla discordia; la pazienza all'irascibilità,
la disponibilità delle vostre cose all'avarizia, la castità alla lussuria, la
sobrietà all'ingordigia; superate ogni difetto con la preghiera, la
mortificazione, con l' essere vigilanti e con l'aiutare gli altri. Per quello
che potete, cercate di essere ammirati per il vostro comportamento e non per il
vestito o per altre futili vanità. Studiatevi di piacere a Dio; rimanete fedeli
alla vita comune, andando d'accordo in chiesa, a refettorio, nel coro
nell'osservanza dei doveri quotidiani, Abbiate un solo cuore, una sola mente.
una sola volontà, comportandovi in tutto all'unanimità. E' meglio essere nel
bisogno che possedere il superfluo; è necessaria più la santità che la verità.
Niente ci sia in voi che possa dare scandalo o suscitare meraviglia. Se anche
dovesse sorgere fra di voi qualche motivo di disaccordo, fate che in giornata
torni l'armonia, che il sole non tramonti sulla vostra ira. L'odio non trovi
motivo di alimento; e non siate causa di danno alle anime trasformando in trave
la festuca. Così, fratelli, se resterete in sincero amore fra di voi, otterrete
infallibilmente il frutto dell'amore, che è la vita eterna”.
Il 3 novembre dell'anno 1130, all'età di 51 anni, Berardo, Cardinale e Vescovo
dei Marsi, morì assistito dai canonici di S. Sabina in Marsia, con i quali aveva
condiviso tutta l'ansia pastorale per la riforma della diocesi.
La fama della santità di Berardo rapidamente si diffuse in tutta la regione e da
ogni paese, castello, villaggio e campagna ci furono pellegrinaggi alla sua
tomba, posta alla destra dell'altare di S. Sabina martire nella cattedrale di
Marsia, tanto che il preposto della chiesa, Stefano, fu costretto a tenere
aperte le porte anche negli orari in cui era prevista la chiusura, per
soddisfare le richieste dei pellegrini.
Cominciò in questo modo la venerazione popolare al Santo Vescovo, che dopo nove
secoli è ancora molto sentita nella Marsica e specialmente a Colli di Monte
Bove, suo paese natale, e a Pescina, luogo della traslazione del corpo del Santo
dopo il trasferimento della sede vescovile dei Marsi, avvenuta ufficialmente il
1 gennaio 1580 su richiesta del vescovo Matteo Colli.
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SAN BERARDO PATRONO DELLA DIOCESI
DEI MARSI
La traslazione del corpo dì S. Berardo dalla cattedrale di S. Sabina in Marsia
alla chiesa di S. Maria del Popolo in Pescina per iniziativa dell'allora vescovo
dei Marsi Muzio Colonna (1630 - 1632), avvenne nel 1631. Il vescovo Colonna per
la circostanza aveva fatto costruire una cappella in onore di S. Berardo “con
legni ben lavorati” (A. Di Pietro), dove collocò il corpo del Santo racchiuso in
una cassa di legno dorato.
Nel 1720 il vescovo Muzio De Vecchis (1719-1724), che precedentemente aveva
ereditato una cospicua dote per la morte di un fratello durante uno dei
frequenti terremoti della zona, adoperò il ricavato della vendita di alcune sue
proprietà, per far demolire la vecchia chiesa del Castello di Pescina, dedicata
a S. Maria del Popolo, e per,costruirne un’altra più moderna che dedicò a S.
Berardo. Nella stessa chiesa furono raccolte le reliquie del Santo in una
collocazione più sontuosa.
La costruzione di questa chiesa non fu portata a termine dal De Vecchis per la
sua prematura morte. Successivamente rimise mano ai lavori il vescovo Giuseppe
Baronio (1731-1741), che terminò l'opera, facendovi aggiungere anche la torre
campanaria. Inoltre egli donò alla stessa chiesa il busto d'argento
raffigurante S. Berardo, che gli costò seicento ducati.
Il vescovo Giuseppe Bolognese (1797 - 1803) arricchì il busto d'argento di S.
Berardo con una croce d'oro e con una catena di pietre preziose incastonate
anch’esse nell'oro.
Nei giorni 30 aprile, 1 e 2 maggio del 1831 il vescovo dei Marsi Giuseppe Segna
(1824-1840) celebrò il centenario della traslazione del corpo di S. Berardo in
Pescina con funzioni solennissime, per le quali furono spesi 53 ducati.
Dopo il trasferimento della sede vescovile dei Marsi da Pescina ad Avezzano,
avvenuta ufficialmente nel 1920 sotto il governo pastorale dì mons. Pio Marcello
Bagnoli, il corpo di S. Berardo, patrono della diocesi, è rimasto nella chiesa
concattedrale di S. Maria delle Grazie in Pescina.
Pescina nel 1979 il giorno 2 maggio ha preparato una solenne e degna
celebrazione del NONO CENTENARIO della nascita dì S. Berardo.
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S. BERARDO A TORRICELLA DEI PRETI – VALLE GAIA
Nel 1961, il
Vescovo di Albano, Mons. Macario, a richiesta del Duca Renato Trasmondi (nel cui
albero genealogico spicca luminosa la figura di S. Berardo), permise l'erezione
di una piccola chiesa in onore del Santo nella tenuta agricola in località "Torricella
dei Preti" di Valle Gaia, a comodità degli addetti all'azienda. Lo stesso
Vescovo la benedisse e la inaugurò ai primi di maggio del medesimo anno e
concesse che la festa di S. Berardo si celebrasse ogni anno alla III domenica di
maggio.
Ogni anno alla festa del Santo, che si celebra la terza domenica di maggio, c'è
un grande afflusso di gente proveniente dai dintorni e anche da Roma. Dopo le
celebrazioni religiose, tutti partecipano con gaudio e fraterna amicizia alla
caratteristica «festa campestre» che si protrae per l'intera giornata: festa
ideata, organizzata e sostenuta dai sei figli, dalla signora e dal Duca Renato
Trasmondi, che si prodigano con semplicità e perfetto disimpegno a servizio
degli innumerevoli ospiti, sia per le mense copiosamente imbandite e ricche di
bottiglie del generoso vino dell'azienda stessa, sia per i vari giochi e i
particolari trattenimenti musicali
S. BERARDO E S. ROSALIA, Patrona di Palermo.
Da uno studio di PIETRO ANTONIO TORNAMIRA, del 1674, dal titolo “Della
Prosapia Paterna, Materna e di Palermo, Patria della Gloriosa Vergine S. Rosalia
Monaca e Romita dell’ Ordine del Patriarca San Benedetto”, che si trova
nella Biblioteca Centrale della Regione Siciliana, apprendiamo che esiste una
relazione di parentela tra S. Berardo Cardinale e Vescovo dei Marsi e la Santa
Patrona di Palermo.
L’ Autore citato sostiene che il fratello di S. Berardo, Teodino, avesse un
figlio di nome Sinibaldo: “Sinibaldo dunque figliuolo del sovralodato conte
Teodino, signore del Contado delle Rose, in Marsi, e nel Reatino, dal Regno di
Napoli, passando in questa felicissima città di Palermo, e nella corte di
Ruggiero I, Re di Sicilia, come abbiamo detto nella vita di S. Rosalia,
contrasse matrimonio con una Dama al medesimo Re di sangue strettamente
congiunta, dalla quale ebbe la nostra Vergine Rosalia, e in dote lo stato, e
contado della Quisquina” (p. 75).
Anche in un albero genealogico della Biblioteca del Monastero dei Benedettini
delle Vergini – San Martino delle Scale – in Montereale (PA) S. Rosalia si fa
discendere in linea retta dai conti Berardo dei Marsi: la Santa sarebbe figlia
di Sinibaldo, figlio di Teodino, fratello di San Berardo.
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