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VITA DI S. BERARDO CARDINALE

VESCOVO DEI MARSI

 

INDICE

Parte I

Un difficile momento storico

La famiglia dei Conti Berardi e la fanciullezza di S. Berardo

Il vescovo Pandolfo e il Capitolo di S. Sabina

Il fanciullo Berardo a Marsia - La prima formazione

S. Berardo nel monastero di Montecassino

S. Berardo a Roma - La prefettura nella campagna romana

Il rapimento e la prigionia

La liberazione

Il Cardinalato e il soggiorno romano

Parte II - . S. Berardo vescovo dei Marsi

La situazione della Diocesi e il vescovo Sigenulfo

S. Berardo Vescovo dei Marsi

Persecuzioni contro Berardo

Riassetto giuridico e amministrativo -

la bolla Sicut Iniuxta

I benefici ecclesiastici

Riforma del clero

La pastorale verso il popolo

Moralizzazione e repressione

di scandali pubblici

La morte

S. Berardo patrono della diocesi dei Marsi

S. Berardo a Torricella dei Preti  - 

S. Berardo e S. Rosalia

 

UN DIFFICILE MOMENTO STORICO

 

     San Berardo, cardinale, Vescovo dei Marsi,  nacque nell'anno 1079 nel Castello di Colli (oggi Colli di Monte Bove) da Berardo III e da Teodosia, Conti dei Marsi.

Questa notizia così semplice e schematica, a prima vista dice poco, oltre i dati anagrafici.  Ma se cerchiamo di rivivere quel tempo, distante da noi 900 anni, ci accorgiamo di rievocare un mondo di passioni, di delitti e di santità, che nulla ha da invidiare alla tristezza morale dei nostri tempi.  Comunque, è necessario richiamare qualche notizia di storia generale per inquadrare bene la figura di S. Berardo e capire tutta l'importanza della sua opera riformatrice nella diocesi dei Marsi.

Tutta la seconda metà del secolo XI e la prima metà del secolo seguente furono dominate dalla lunga e drammatica lotta fra il Papa e gli Imperatori di Germania - le due potenze di allora - sulla questione passata alla storia con l'appellativo di "Lotta delle Investiture".  Brevemente ricordiamo di che cosa si trattò.

Per le vicende storiche seguite al crollo definitivo dell'Impero romano d'Occidente, i Vescovi erano praticamente divenuti l'unica autorità capace di dare sicurezza e continuità alle città e agli altri centri più grossi attorno a cui gravitavano le campagne e i villaggi.  In gran parte delle città italiane durante tutto il Medio Evo, anche nei momenti Più duri, "non venne mai meno la continuità del potere" (G. Volpe), che si raccolse tutta nelle mani dei Vescovi, poiché in seguito alle invasioni barbariche e alla distruzione di tutto ciò che aveva realizzato il dominio romano, erano scomparse le magistrature ordinarie, e le stesse istituzioni politiche, amministrative e militari si erano vanificate.

La gente che accorreva a porsi sotto la protezione del Vescovo spesso riuniva la sua proprietà a quella della Chiesa; aveva così una maggiore tutela e poteva acquistare diritti nell'esercizio dell'amministrazione cittadina.

Fu questo il motivo che per alcuni secoli, in Occidente, fece confondere la storia civile, economica, militare e sociale con la storia del Cristianesimo e della Chiesa.

Quando fu superato il periodo della bufera distruttiva delle invasioni dei barbari, e la fusione delle antiche popolazioni con i nuovi conquistatori aveva dato origine ad una rinascita della civiltà, i Vescovi delle città e gli Abati dei monasteri divennero i protagonisti, insieme ai nuovi condottieri, degli avvenimenti che portarono tutta l'Europa alla riscossa civile.

Con Carlo Magno iniziò la nuova era.  Egli però non fu un re come lo erano stati gli imperatori romani o come lo saranno quelli delle monarchie moderne.  Si trattava di un signorotto feudale più ricco e più capace degli altri che con lui in qualche modo avevano a che fare, e che a lui riconoscevano una specie di presidenza, gli riconoscevano soprattutto una capacità di organizzazione militare e di condottiero; diveniva un "duca".  Tutto ciò rendeva i vari signori autonomi rispetto all'autorità regia, consolidando quella forza socio-economico-politica che è rimasta nota col nome di "feudalesimo"

     Il feudatario esercitava un potere incontrollato nel suo feudo, aveva perfino un esercito ai suoi comandi.  Ai re era sempre difficile e spesso impossibile, soggiogare la potenza dì questi subalterni, che da essi dipendenti per diritto e convenzione, di fatto si comportavano come completamente arbitri di ogni potere nell'ambito dei propri possedimenti territoriali.

Anche i vescovi e gli Abati, in forza del potere che a loro era stato riconosciuto nei secoli precedenti, si erano ritrovati nelle condizioni di feudatari.

Questa condizione li aveva portati ad una complicata situazione.  Come Vescovi erano capi spirituali del loro popolo con una missione tesa al superamento della contingenza terrena e materiale e dipendevano direttamente dal Papa, come feudatari erano capi politici e militari con interessi e compiti contrastanti spesso con la loro missione religiosa. 

     La mentalità religiosa del tempo non distingueva troppo fra questi due piani, ma l'incongruenza dell'accentrarsi di essi nelle stesse mani rimaneva ed era grave.  D'altra parte i possedimenti fondiari dei feudi davano anche ai Vescovi una potenza economica che decideva delle sorti politiche dei re e degli imperatori, fra i quali bisogna annoverare anche il Papa, capo politico di uno Stato territoriale e mediante la sua suprema autorità spirituale arbitro di equilibri e di egemonie nel complesso scacchiere europeo. Dopo il Mille, e precisamente negli anni in cui visse San Berardo, quattro grandi potenze dominavano in Europa: il Re di Francia, che ormai aveva rinunciato al sogno carolingio del Sacro Romano Impero l’Imperatore di Germania erede dell'aspirazione ad un impero universale fatto rivivere nei secoli precedenti da Carlo Magno; il Re normanno nell'Italia Meridionale, che ancora non rinuncia del tutto al sogno di unificare sotto la sua corona tutta l'Italia, il Papa di Roma che, pur limitato nel suo potere territoriale, esercitava una decisiva e preponderante influenza su tutti.

Ma il problema per questi grandi era quello economico.  L'economia agricola era preponderante; anche il commercio che cominciava a svegliarsi gravitava ancora intorno ai latifondi, i quali però si trovavano in mano ai signori feudatari laici e religiosi.  Era una situazione che creava uno stato di conflitto nella società in due direzioni. I signorotti locali e i grandi feudatari per rinsanguare le loro casse cercavano di impadronirsi dei beni, che le chiese da secoli possedevano.  Per riuscire in questo scopo non sempre si poteva adoperare la forza e la violenza, poiché le stesse popolazioni si ribellavano ai soprusi dei signorotti, ritenendo più sicuro, per i bisogni del popolo, il possesso ecclesiastico.  Pertanto la via più seguita da parte dei potenti laici per entrare in possesso dei beni ecclesiastici era quella di nominare all'amministrazione di quei beni (chiamati "benefici") persone di loro fiducia e scelte da essi stessi, basandosi su privilegi reali o presunti, scritti o riferiti a usanze locali.

     In questo modo però si scontravano con l'autorità ecclesiastica che rivendicava il diritto della nomina dei “beneficiati” e non tollerava l'ingerenza laica. Da qui le innumerevoli liti, vertenze e colpi di mano che infestarono tutto l'ambiente sociale del tempo. Quando si verificava localmente veniva ripetuto su scala più larga e complessa fra Re, Imperatori e Papa nei confronti dei feudatari più grandi.

     Il caso più significativo durante  secolo XI si ebbe fra l'imperatore Enrico IV, che pretendeva di "investire" vescovi-feudatari a lui soggetti dell'ufficio e del connesso beneficio, e il Papa Gregorio VII, che avrebbe dovuto   solo ratificare l’“investitura”. Il Papa, forte del rinnovato prestigio che gli veniva dalla riforma in atto nella Chiesa dopo la grave crisi di decadenza dei secoli passati, si opponeva a quel preteso diritto dell'imperatore, poiché rendeva nulla l'autorità religiosa e riduceva la stessa religione a un semplice affare di Stato; tanto più che Enrico IV, scelta delle persone nella vestire dei benefici ecclesiastici, usava una politica di sfacciato opportunismo ricorrendo apertamente alla vendita degli uffici a chi più gli offriva: operazione nota col termine di “Simonia”.

     Fra due grandi Si accese una lotta furibonda allorché si dovette nominare un nuovo vescovo a Milano. L'uno e l'altro presentarono un proprio candidato. Nell'irriducibilità dell'opposizione fra i due Enrico IV dichiarò decaduto Gregorio VII. Gregorio a sua volta scomunicò e dichiarò deposto l'imperatore.  La lotta si fece sempre più accanita e gli avvenimenti si aggrovigliarono fino a quando, in seguito alla scomunica del Papa, Enrico IV trovò a mal partito e dopo drammatiche vicende si riconciliò, a Canossa, con Gregorio.  In seguito fra i due si verificò una nuova rottura.

     Ebbene, proprio mentre Gregorio VII celebrava a Roma un concilio per decide sulla situazione del trono tedesco, nell'anno 1079, nasceva a Colli, nel territorio della Marsica occidentale, Berardo nella famiglia dei Berardi, conti dei Marsi.

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LA FAMIGLIA DEI CONTI DEI MARSI

E LA FANCIULLEZZA

DI SAN BERARDO.

 

      Quando venne alla luce il fanciullo che sarebbe stato il più illustre dei Vescovi marsicani, e sarebbe stato proclamato santo, la Marsica politicamente era un feudo dei Conti Berardi, i quali, e per le vicende familiari e per quelle politico-militari, avevano frazionato i loro possedimenti, costituendo così nella regione tre zone, dove essi risiedevano ora simultaneamente ora in successione. I centri          principali di queste zone erano Celano, Alba Fucens e Colli.

     La famiglia dei conti Berardi          faceva ascendere il suo albero genealogico fino a Carlo Magno, poiché Doda, antenata della famiglia che per prima ebbe il titolo di contessa dei Marsi, aveva sposato un nipote del fondatore del Sacro Romano Impero, di nome Liuduno, nell'anno 910.

Berardo III, il padre di S. Berardo, risiedeva nel 1079 a Colli, e tutta la contea dei Marsi era aggregata al Ducato di Spoleto; mentre per la sua posizione geografica faceva da cuscinetto fra i territori dello Stato della Chiesa, del ducato di Salerno che proprio in quegli anni finì nelle mani dei Normanni, e a Nord dei territori del Regno Italico.

S. Berardo era il terzo figlio di Berardo III e Teodosia: come tale difficilmente poteva aspirare a succedere nella contea al padre, secondo le leggi di quel tempo. Il suo avvenire aveva due sole prospettive: o la carriera militare o quella ecclesiastica.  

Il fanciullo fin dai primi anni dimostrò un’indole calma, serena, piuttosto remissiva e pensosa.  Non erano queste caratteristiche per prevedere in lui un soldato. I genitori, pertanto, pensarono di avviarlo alla vita ecclesiastica. Per questo, però, non poteva rimanere in seno alla famiglia, nell'atmosfera di un castello medioevale; era necessario metterlo in un ambiente più religioso e più adatto allo scopo.

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IL VESCOVO PANDOLFO

E IL CAPITOLO   DI

S. SABINA IN MARSIA

 

     La Marsica, contea dei Berardi, vantava una tradizione cristiana antichissima che si faceva risalire ai tempi degli Apostoli.  Essa era stata sempre una diocesi illustre, madre di santi, e di personalità di alto prestigio.

Uno dei suoi figli era stato in tempi più antichi successore di S. Pietro nella cattedra romana col nome di Bonifacio IV.

Il centro della diocesi, con la sede del Vescovo e il Capitolo dei canonici era stato da sempre a Marsia, nome medioevale di Valeria, il municipio dei Romani, poi completamente distrutta che o sorgeva su per giù dove oggi si estende il paese di San Benedetto dei Marsi, sulla riva orientale del lago Fucino.  A Marsia c'era anche la cattedrale dedicata a S. Sabina martire, ancora oggi venerata come patrona della diocesi dei Marsi.

Quando nacque S. Berardo era vescovo dei Marsi Pandolfo, uomo di virtù e di ingegno, che era riuscito a sanare una gravissima lite fra lui e la stessa famiglia dei conti Berardi.  Infatti, questi ultimi non avevano voluto accettare Pandolfo alla sua elezione a Vescovo dei Marsi, perché non apparteneva alla loro famiglia, ed avevano ottenuto dal papa Benedetto IX (il poco degno Teofilatto) che la diocesi marsicana fosse smembrata in due: una parte rimaneva fedele a Pandolfo che risiedeva in Marsia, l'altra parte - comprendente la zona di Carsoli, Colli e la valle di Nerfa - veniva costituita in una nuova diocesi sotto il vescovo Attone, parente degli stessi Berardi. Pandolfo però nel 1055 al concilio di Firenze riuscì a far riunificare la diocesi sotto il suo governo pastorale. L'intruso vescovo Attone fu trasferito a Chieti, e infine morì a Montecassino, dove fu sepolto.

La famiglia dei conti Berardi si riconciliò col vescovo Pandolfo e rimase a lui devota.  Il comportamento del Pastore era stato in quella triste circostanza fermo e nello stesso tempo pieno di carità e comprensione.  Così i conti Berardi, quando dovettero decidere dove mandare il proprio figlio, ormai in età di iniziare la sua preparazione, pensarono appunto di affidarlo al vescovo Pandolfo.

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IL FANCIULLO BERARDO A MARSIA.

LA PRIMA FOMAZIONE

 

      Berardo, ancora giovanissimo, lasciò il castello paterno e fu condotto a Marsia, dove nei pressi della cattedrale di S. Sabina, patrona della Diocesi, il vescovo Pandolfo conduceva vita comune con i suoi canonici.

 Il ragazzo fu accolto con tutti gli onori dovuti alla sua famiglia, ma alla scuola dell’anziano Pastore, dimostrò  ben presto di meritare stima e apprezzamento non tanto per nobiltà, quanto per le sue doti e   capacità. “Questo giovane – raccontano gli  storici – non fece alcun conto della nobiltà della classe sociale a cui apparteneva, ma coltivò l’umiltà, la pazienza, la castità, la carità e tutte le virtù.  Il suo modo di parlare e il suo comportamento rivelavano uno spirito umile e pronto a sopportare le offese.  Era così castigato e mortificato nei costumi che trattava con le donne solo per quello che era indispensabile e vestiva in modo modesto e senza vanità. Era gentile e pieno di premure nel servire gli ospiti, fornendo loro con scrupolosità quello di cui avessero bisogno.  Sempre pronto e puntuale, fu assiduo alle letture sacre, alle preghiere notturne e ai doveri quotidiani, ritenendosi in colpa se al primo tocco della campana che lo chiamava ai doveri del suo stato, sia di notte che di giorno, non fosse stato pronto ad eseguirli.  Secondo le regole della vita comune, mai rompeva il silenzio nella chiesa, nel capitolo, in dormitorio e in refettorio, se non per una strettissima necessità.  Era amico di tutti e a tutti voleva bene, trattando ciascuno con grande carità e pazienza.

Forse ci sarà dell'esagerazione in questa descrizione della condotta del giovane Berardo, ma certamente rimasero colpiti il Vescovo e i canonici di S. Sabina dal comportamento di un giovane signore, da cui, data la mentalità del tempo, ci si sarebbe aspettato tutt’altro carattere e modo di agire.

     Non ci furono, pertanto, difficoltà a concedere a Berardo la “sacra tonsura” (l'immissione ufficiale nelle file del Clero) e a conferirgli gli “Ordini Minori”, ordinarlo cioè per quelle mansioni sacre che si concedevano anche ai non sacerdoti addetti al servizio della chiesa: la custodia del luogo di culto (ostiariato), lettura dei testi sacri durante le celebrazioni liturgiche (lettorato), la preparazione e il servizio all'altare durante il sacrificio della Messa (accolitato) preparazione dei fedeli a ricevere i sacramenti (esorcistato).

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SAN BERARDO

NEL MONASTERO DI MONTECASSINO

 

 Gli anni passavano e il buon vescovo Pandolfo, ormai vecchio, decise di ritirarsi nel monastero di Montecassino, il centro religioso, culturale e in qualche misura anche politico fra i più importanti di tutto il mondo.  Il monastero stava rivivendo in quegli anni una nuova rinascita dopo la crisi medioevale, ad opera soprattutto dell' abate Desiderio, che alcuni decenni prima aveva ricostruito ed ampliato, riportandolo a nuovo splendore.

Pandolfo, ritirandosi dagli impegni pastorali della diocesi dei Marsi non poteva dimenticare la giovane speranza che egli stesso aveva scoperto e curato per anni.  Egli prospettò ai conti Berardo e Teodosia l'opportunità di procurare al loro terzo figlio una formazione più completa e più profonda, impossibile nel ristretto ambiente provinciale del Capitolo di S. Sabina in Marsia.  Il buon Vescovo propose, quindi, a quei signori di inviare il figlio Berardo a Montecassino, dove avrebbe trovato un ambiente prestigioso per l'educazione delle di lui ottime qualità.

Berardo padre e Teodosia non si lasciarono sfuggire la serietà e l'importanza della proposta: per l'avvenire del figlio a Montecassino si potevano aprire tante strade. Acconsentirono di buon grado ed accompagnarono il giovane per affidarlo a quei monaci universalmente ritenuti maestri di sapere e di santità.

Quando Berardo entrò fra le mura del monastero trovò un ambiente completamente diverso da quello che aveva trovato a Marsia.  Avvenimenti di risonanza mondiale si intrecciavano, ripercuotendo la loro eco direttamente entro ì chiostri e le celle del pio luogo.  In quegli anni era Papa lo stesso abate Desiderio, ricostruttore del monastero, col nome di Vittore III, il quale stava lottando con l'antipapa Clemente III imposto dall'imperatore Enrico IV, e Vittore più volte aveva dovuto abbandonare Roma e rifugiarsi presso i duchi Normanni, suoi protettori, o nello stesso monastero di Montecassino, di cui continuava a mantenere il titolo di abate.

Berardo a Montecassino ebbe come maestro il monaco Paolo, cieco, ma ottimo insegnante ed educatore.  Il giovane non trovò difficoltà ad inserirsi nel nuovo ambiente e a divenire uno dei migliori allievi nelle mani di quei maestri di fama europea.  Anzi il monaco e maestro Paolo non ci mise molto per segnalare il suo nuovo discepolo Berardo come "uomo di costumi integri, di non comuni capacità intellettive, ben formato di mente e di corpo". Intanto Vittore III, l'abate Desiderio, dopo aver celebrato un sinodo a Benevento in cui proibì la simonia e le investiture laiche, scomunicò di nuovo l'antipapa Clemente III e richiamò il clero ad una più severe condotta e disciplina ecclesiastica.  Sentendosi egli prossimo alla fine, si fece trasportare al suo monastero, dove morì il 16 settembre 1087.

Berardo aveva 18 anni e, anziché restare scoraggiato e scandalizzato per ciò che succedeva nel mondo e nella Chiesa, intensificò il suo impegno per meglio prepararsi ad essere un uomo di religione, degno e sicuro in mezzo al caotico accavallarsi degli avvenimenti. Le notizie tramandateci sulla permanenza di Berardo nel monastero di Montecassino, che si protrasse fino agli ultimi anni del secolo, sono piuttosto scarse, ma è facile immaginare come egli andasse maturando la sua personalità e la sua preparazione in quell’ambiente, che era quanto di meglio si potesse desiderare in quel tempo.

 

Berardo sentì fortemente l'atmosfera di riforma della Chiesa, per la quale proprio gli Ordini religiosi e monastici si sta vano battendo da decenni e che stava facendo grandi progressi, nonostante le lotte tra il potere spirituale e quello temporale che agitavano tutti gli animi.  D'altra parte Montecassino si trovava politicamente nell'area di influenza dei domini normanni, e i signori di queste terre, negli ultimi tempi, si erano avvicinati al Papa e lo appoggiavano nella lotta contro l'imperatore tedesco e il partito italiano a questi favorevole.  Berardo, quindi, andava sempre più confermandosi nella convinzione di fedeltà al Pontefice di Roma e, ormai era arrivato a un punto di maturità che - come ci di cono gli storici - spesso interveniva nelle discussioni, allora molto accese, sui diritti del Papa, sulla concezione dello Stato e sui rapporti fra il temporale e lo spirituale.

Egli fu senz'altro notato per questo suo atteggiamento e per la preparazione che dimostrava, e la perspicacia dei suoi argomenti nel sostenere quel che pensava. Egli dovette imporsi anche a persone estranee al monastero, ma impegnate nel conflitto che si andava sviluppando con alterne vicende fra i complessi e complicati interessi in lotta.

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 SAN BERARDO A ROMA

LA PREFETTURA NELLA CAMPAGNA ROMANA

 

 Nel 1099 veniva eletto Papa Pasquale II, monaco anch'egli di Cluny, cardinale e, al momento dell'elezione, abate di S. Lorenzo fuori le mura a Roma.  Il nuovo Papa ereditava dai suoi predecessori una cattedra e un trono in piena tempesta.  Egli era un sant’uomo, ma non un grande politico.  L'ambiente politico e religioso italiano era per lo più favorevole a lui contro l'imperatore, ma non mancavano nemici ed avversari, anche nei dintorni di Roma ed entro la stessa città.  Questi parteggiavano per l'imperatore di Germania, che era sempre Enrico IV, e avrebbero preferito un Papa scelto dall'imperatore e a questi fedele anziché un papa indipendente come Pasquale II. Erano questi i nemici che bisognava debellare per primi. Pasquale II non voleva    però lo scontro armato, non rientrava nel suo carattere e nella sua politica, portati più alla pacificazione e all’accordo.

Il Papa, così, preferì circondarsi di persone che assecondassero la sua condotta.

Fu il momento perché Berardo venisse alla luce e potesse mettere a servizio della Chiesa le sue ottime qualità, e la brillante preparazione ricevuta a Montecassino. Pasquale II si rivolse a quel centro di formazione perché gli segnalassero persone capaci a cui affidare incarichi delicati e di grandi responsabilità. Berardo fu indicato fra i primi. Il Papa lo fece venire        a Roma, gli conferì l’ordine sacro del Suddiaconato e lo nominò Prefetto nella Provincia della Campagna Romana. Questa provincia, alla fine del secolo XII, era già dominata da quella che in seguito diventerà una delle famiglie più potenti e prepotenti della nobiltà romana: i Colonna.

I Colonna parteggiavano apertamente per l'imperatore di Germania e intrigavano perfino per l'elezione di un antipapa ligio all'Imperatore da opporre a Pasquale II.

Pietro Colonna era allora signore del Castello di Tuscolo e aveva sotto la sua signoria Monteporzio e Zagarolo, mentre tramava per impossessarsi di Palestrina e di altri luoghi di proprietà dello Stato della Chiesa.

Questa situazione si trovò ad affrontare il giovane Prefetto Berardo quando si recò ad esercitare il suo nuovo ufficio, ospite nel Castello dei signori di Cavi, situato tra Zagarolo e Palestrina.

Berardo mise in atto tutte le sue doti e le sue risorse per convincere più di un signorotto a rimanere fedele al Papa e a difendere i territori della Chiesa contro le prepotenze del Colonna.  "Nella sua amministrazione - raccontano gli storici - Berardo fu sempre animato da prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, senza mai allontanarsi né con le parole né con i fatti da una tale onesta condotta".

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IL RAPIMENTO E LA PRIGIONIA

 

 La forza persuasiva degli interventi del prefetto Berardo doveva essere più forte e trascinante della paura ispirata dagli avversari con la violenza ed i raggiri.  Infatti, essi decisero che bisognava togliere di mezzo un avversario tanto pericoloso alle loro mire di impadronirsi dei territori appartenenti alla Chiesa, magari con l'appoggio dell'imperatore di Germania.

Già altre volte Pietro Colonna con complotti, intimidazioni, rapimenti e uccisioni era riuscito nel proprio intento.  Questa volta., però, non poteva semplicemente eliminare, uccidendo il Prefetto, perché il Papa avrebbe potuto scagliare contro di lui il fulmine della scomunica, le cui conseguenze in quei tempi sarebbero state più disastrose di una battaglia perduta.  Fu quindi deciso di rapire e di tenere prigioniero il prefetto pontificio Berardo, magari sperando in un riscatto. Il colpo di mano riuscì con una certa facilità.  Una squadra di soldati rapì Berardo a Cavi e lo condusse a Palestrina., città occupata dai Colonna e da loro presidiata.

Qui il Prefetto fu legato e tenuto prigioniero in una cisterna vuota, nudo e contuso per le bastonate.

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LA  LIBERAZIONE

 

 La notizia della cattura di Berardo arrivò rapidamente a Roma e il Papa cercava il modo di liberare il suo funzionario, forse pensando a mezzi diplomatici o a trattative di riscatto, come spesso si usava anche in quei tempi.  Ma quando furono informati dell'accaduto i Conti Berardi nella Marsica, questi ebbero una reazione ben più stizzosa e violenta.  Quel loro congiunto, che stava a servizio diretto del Papa e rinnovava così le glorie del loro casato, da cui tanti vescovi e cardinali erano usciti, ora vittima dei Colonna, era un affronto troppo grave che essi ricevevano.

Il Conte Berardo immediatamente si mise ad organizzare un piccolo esercito per liberare il figlio.  Questi eserciti allora erano formati dagli uomini forniti dai paesi e dai villaggi sotto la signoria del feudatario o del vassallo, in proporzione al numero delle famiglie, su cui gravavano anche le spese di armamento. I ranghi degli ufficiali erano per lo più coperti dai figli minori delle famiglie nobili, i quali, non potendo aspirare all'eredità degli avi per le leggi del tempo, erano costretti a scegliere la via della carriera militare. Mentre i banditori del conte giravano la contea dei Marsi per chiamare a raccolta i soldati e il conte organizzava quelli che rispondevano alla chiamata, uno di quei nobili di nome Giovanni da Petrella, imparentato con la famiglia dei Berardi, si presentò al castello e chiese di parlare al Signore.  Fu ricevuto dal conte e a questi Giovanni espose un suo piano alternativo per liberare Berardo dalla prigionia dei Colonna con uno stratagemma, senza ricorrere a un attacco armato contro la potente famiglia romana.  Il conte Berardo si rese perfettamente conto della serietà e della convenienza della proposta.  Se il piano di Giovanni fosse riuscito, si sarebbe evitata l'azione armata, che in quei tempi turbolenti comportava troppi rischi e molte spese, con la sicura perdita di vite umane tanto preziose all'economia della contea.

Fu così che alcuni giorni dopo, a Palestrina, un mendicante si avvicinò alla guarnigione dei Colonna che teneva prigioniero nella cisterna Berardo.  Il mendicante era Giovanni da Petrella travestito. I soldati dei Colonna, quando videro lo straccione, pensarono a un inaspettato passatempo nella noia del servizio di guardia.  Chiamarono il finto mendicante, gli buttarono qualche avanzo del rancio e cominciarono a divertirsi con lui. Con frizzi e lazzi, battute di spirito e buffonate Giovanni riuscì ad entrare in confidenza con soldati. Poi non gli fu difficile accostarsi al prigioniero custodito nella cisterna, farsi da lui riconoscere e metterlo sull'avviso per il tentativo di evasione.  Infine di nottetempo, il coraggioso e astuto Giovanni, eludendo la sorveglianza dei soldati di guardia, rimosse le pesanti tavole che coprivano la cisterna, aiutò il prigioniero ad uscire e insieme con lui riuscirono a fuggire alla volta di Roma.

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IL CARDINALATO

E IL SOGGIORNO ROMANO

 

 Tornato a Roma, Berardo fu accolto da tutti con grande gioia e soddisfazione.  Ciò che maggiormente colpi il Papa, gli amici e quanti lo conoscevano fu il suo atteggiamento nei confronti di coloro che lo avevano maltrattato e tenuto in prigione.  Egli non ebbe mai alcun espressione di rancore o di odio e tanto meno di vendetta verso i Colonna e la loro soldataglia, ma andava ripetendo, secondo quanto riferiscono gli storici: "Sono felice e voi dovete gioire con me poiché mi è stato concesso di soffrire a causa del servizio e della fedeltà alla santa Chiesa, madre nostra e di tutto il mondo”. Questo comportamento non poteva non colpire favorevolmente gente abituata a tutt'altro modo dì reagire di fronte alle offese e alle prepotenze.  Il richiamo di Berardo a motivi superiori e religiosi per rispondere alla cattiveria umana dovette dare motivo di riflessione e riportare le coscienze a una valutazione più profonda e più autenticamente cristiana degli avvenimenti, in un mondo dominato dalla violenza e dalla forza. Il Papa stesso, Pasquale II, volle conferire un riconoscimento al suo eccezionale Prefetto, sia in premio di quanto aveva dovuto soffrire nel servizio della Chiesa e del Pontefice, sia come apprezzamento della di lui fedeltà e condotta così esemplari durante e dopo il gravissimo incidente. Pasquale II elevò Berardo all'ordine sacro del Diaconato e lo creò Cardinale col titolo di S. Michele in Pescheria.  Questo titolo cardinalizio era riferito a una chiesa romana del quartiere dove si vendeva il pesce, un quartiere molto popolare, e certamente gradito a Berardo che aveva sempre dimostrato tanta umiltà e carità.

Dopo l'elezione a Cardinale, il nostro Santo restò a Roma fino al 1109 e si diede in particolare alla predicazione nelle chiese dì Roma e ad opere di carità, che attirarono verso la sua persona un crescendo di simpatia e di stima.

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PARTE SECONDA

  

SAN BERARDO

VESCOVO DEI MARSI

 

 

LA SITUAZIONE DELLA DIOCESI DEI MARSI

E IL VESCOVO ILLEGITTIMO SIGENULFO

 

 Il papa Pasquale Il - come abbiamo già notato - era un sant'uomo, ma poco abile in politica; certo, non aveva la tempra di un Gregorio VII che aveva saputo condurre con ben altra capacità ed energia la lotta delle investiture.

Ci ritroviamo al 1109, e quella che poteva essere una questione chiusa con la scomparsa di Enrico IV imperatore di Germania - a cui era successo il figlio Enrico V, il quale più volte si era rivolto al Papa per chiederne l'appoggio - si era invece riaccesa ancora più ingarbugliata e violenta.

Anche in Italia il partito dell'imperatore si era rafforzato e molti signori e signorotti approfittavano dell'incertezza e dell'indecisione di Pasquale II per impossessarsi dei beni della Chiesa o, per lo meno, affidarli a persone di loro fiducia e da loro direttamente dipendenti.  Questa operazione politico-economica ebbe conseguenze disastrose per la vita religiosa e morale sia del clero che del popolo.

Sarebbe lungo e complicato seguire gli avvenimenti di quei tempi.  A noi basta notare che molti vescovi ed altri prelati in diverse zone dell'Italia erano ormai solo emanazioni dei signorotti locali grandi e piccoli.  In molti ambienti la vita religiosa non aveva più alcun contenuto di autenticità.  Gli sforzi di Pasquale II per reprimere con sinodi e decreti la simonia, cioè la compravendita degli uffici ecclesiastici, producevano poco frutto e in molte parti, anche della nostra zona, si moltiplicavano gli abusi, mentre ogni senso morale andava scomparendo.

Abbiamo un esempio della situazione negli avvenimenti della stessa Marsica, dove ì conti Berardi, e più ancora i loro vassalli, nei castelli della diocesi approfittavano del momento in cui il Papa era impegnato con l'imperatore di Germania, con i re di Francia e d'Inghilterra e con gli stessi principi Normanni i quali erano arrivati perfino a saccheggiare Roma con la scusa di riportare il Pontefice nella sua città da cui era stato scacciato - per impadronirsi di beni ecclesiastici e nominare gente tutt'altro che religiosa agli uffici di chiesa. I conti Berardi arrivarono anche a insediare come Vescovo a Marsia un loro congiunto un certo Sigenulfo.

Ci dicono le storie che Sigenulfo era una degna persona "per la sincerità di incorrotti costumi, religiosa osservanza e incomparabile astinenza" (Febonio), e se accettò di essere eletto vescovo illegittimo dall'antipapa Guberto di Parma, insediato da Enrico IV, è forse da addebitarsi alla debolezza di carattere di Sigenulfo e alla confusione delle idee e dei movimenti di quegli anni.

Sigenulfo era stato eletto nel 1097 e rimase nella Marsica fino al 1113; e che fosse un uomo più di meditazione che di governo e provato dal fatto che il capitolo dei canonici di S. Sabina in Marsia conduceva con lui una vita comune esemplare, mentre in tutta la diocesi imperversava la simonia, il concubinaggio, il lusso, oltre agli altri abusi di potere.  Per avere un'idea della situazione lasciamo ancora la parola agli storici: "Entro i confini della Marsica cresceva l'insidioso vizio della simonia, sia perché i laici vendevano i beni ecclesiastici come cosa propria sia - ciò che è ancora peggio - perché gli ecclesiastici che li accettavano non lo ritenevano contro la morale... Molti di essi non si curavano delle sacre leggi e vivevano scandalosamente; non portavano alcun segno esteriore del loro stato; altri coltivavano vistose capigliature"; e la descrizione che ne fa il Febonio si colora di sarcasmo: "Altri ecclesiastici rilassati nelle leggerezze, o con chioma pendente sul dorso, o inanellata circa la fronte, volevano mostrarsi Nazareni nei capelli e non nell'opere".

Per reprimere questi abusi nell'Italia centro-meridionale il Papa nel 1108 aveva tenuto un sinodo a Benevento.  Evidentemente, però è inutile emanare leggi e decreti, se non c'è chi si impegna ad eseguirli e a farli eseguire.  Per questo Pasquale II cercava persone a lui fedeli e che aderivano alla riforma per metterle a capo delle diocesi e delle altre istituzioni ecclesiastiche, dove la rilassatezza morale e l'insubordinazione che arrivava fino alla ribellione all'autorità rasentavano lo scisma. Egli dovette provvedere a risanare anche la Marsica e per questo non gli fu difficile la scelta della persona adatta. Il cardinale Berardo apparteneva alla famiglia dei conti che dominavano nella regione: questo fatto avrebbe tolto ai potenti signori marsicani un motivo di opposizione alla nomina di lui a vescovo dei Marsi.  Nello stesso tempo il prelato aveva dato abbondanti garanzie di fedeltà alla Sede apostolica e aveva rivelato capacità non comuni di serietà di vita e di governo.

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SAN BERARDO VESCOVO DEI MARSI

 

 La decisione della nomina di Berardo a vescovo dei Marsi venne presa senza ripensamenti.  Berardo nel 1109 venne ordinato Cardinale-prete del titolo di S. Crisogono martire; subito dopo consacrato vescovo e inviato nella diocesi dei Marsi con il difficile incarico di reprimere lo scisma di Sigenulfo e riformare la vita ecclesiastica e religiosa della diocesi. Il compito che Berardo aveva accettato solo per obbedienza - come dicono i biografi - non era certo dei più desiderabili.  Egli avrebbe dovuto affrontare non solo l'antivescovo Sigenulfo che, pio e onesto, non avrebbe frapposti troppi ostacoli a lasciare la Sede, sulla quale, con ogni probabilità, era stato messo contro la sua volontà; ma avrebbe dovuto sostenere uno  scontro duro e penoso con i suoi stessi parenti, che avevano voluto e sostenuto Sigenulfo con  lo scopo di  poter liberamente spadroneggiare nella collazione dei benefici e degli uffici ecclesiastici e nell'amministrazione dei beni delle chiese. Né sarebbe stato agevole richiamare a vita onesta e cristiana tanti ecclesiastici che erano tali solo di nome. Certamente il vescovo Berardo nella sua opera avrebbe trovato nella stessa diocesi validi appoggi sia in seno al clero, che come abbiamo visto a proposito del capitolo dei canonici di S. Sabina, aveva resistito all'ondata di rilassamento, sia presso il popolo che, se nel passato aveva potuto lamentare qualche ingiustizia da parte degli amministratori ecclesiastici, adesso, con la completa soggezione di questi ai signori laici, non c'era più freno alle angherie, alla dilapidazione dei beni, al furto vero e proprio. Ma Berardo poteva contare soprattutto su se stesso e sulle sue capacità e convinzioni. Egli veniva da una scuola di formazione seria e severa, una vera scuola di santità.  Quando si ricostruisce la storia di quei tempi è essenziale, per capirla, mettere in giusto rilievo una componente essenziale e caratterizzante dell'epoca: la spiritualità monastica e l’ ascetismo cristiano. Questa componente spirituale proprio mentre la Chiesa si trovava invischiata nella lotta per la sopravvivenza del suo prestigio politico-economico, stava raggiungendo la sua piena e completa espressione, che maturerà del tutto nei due secoli seguenti.  "Dai monasteri, il pensiero, la passione della riforma traboccò fuori e investì variamente tutta la Chiesa, cioè la comunione dei   fedeli... Interpretare letteralmente il Vangelo, uniformare la propria vita a quella di Cristo e degli Apostoli, diventa passione viva di innumerevoli uomini.  Era un rinfrescato Cristianesimo, uno sforzo di più completa realizzazione sua ... E si aveva così la riforma monastica ed il diffuso turbamento contro il clero corrotto, specialmente contro i chierici coniugati, a cui si negava la capacità di compiere gli atti del loro ministero.  Si aveva la proclamazione dei diritti dei fedeli sulla Chiesa, della loro capacità di giudicare i sacerdoti e di somministrare anche i sacramenti... Un segno visibile di questo più vivo e più fattivo animo religioso furono anche le mille e mille chiese che allora, quasi a furia di popolo furono erette in tutta l'Europa; e il meraviglioso fiorire dell'architettura romanica, con le sue grandi cattedrali e le sue chiese rurali , che diedero come un suggello religioso ai nuovi nuclei sociali ed alle nuove formazioni politiche delle città e delle campagne, lungo tutto l'undecimo e il duodecimo secolo" (G.Volpe).

San Berardo si era formato proprio in uno di quei centri di cultura e di spiritualità, la cui impronta resterà indelebile nella civiltà occidentale: il monastero di Montecassino.  Qui il lavoro, cioè l'impegno quotidiano di vita e preghiera, unione con Dio ed esecuzione della sua volontà: ogni azione, ogni pensiero sono arricchimento di se stesso e arricchimento spirituale e sociale della comunità.  Prega e lavora: un programma semplice da formulare, ma impegnativo e duro da attuare, una pedagogia spirituale molto severa.  A questa scuola Berardo aveva formato il suo carattere e fortificata, arricchendola di doti, la sua personalità.  L'acquisita capacità di riferire al soprannaturale qualsiasi momento dell'esistenza e proiettare ogni minima e singola azione umana sullo sfondo di una finalità oltre l'orizzonte della realtà contingente e terrena, era una disciplina quanto mai valida per dare solidità ad un'indole naturale già dotata particolarmente.

Berardo era più che preparato ad assumere il governo pastorale della Marsica. Appena egli prese possesso della sua sede episcopale, iniziò l'opera di riforma. Ma incontrò forti resistenze ed opposizioni.

C'era da aspettarsi che gli ecclesiastici conviventi con donne poco serie non fossero tanto ben disposti ad accogliere i rimproveri e i richiami, nonché le minacce di pene del Pastore.  Ma ancora più difficile fu ottenere che i "beneficiati", illegittimamente nominati in uffici di chiesa o addirittura che avevano mercanteggiato la loro carica religiosa e amministrativa, lasciassero i posti in cui si erano insediati, protetti dai signorotti tutti vassalli dei conti Berardi. Nel 1113 Berardo riuscì ad espellere il vescovo nominato dall' antipapa, Siginulfo; e già molti ecclesiastici o chiedevano il condono delle pene o di essere legittimamente reintegrati nei loro uffici o volontariamente abbandonavano la carica e il beneficio annesso ricevuti indebitamente.

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PERSECUZIONI CONTRO BERARDO

 

 Queste iniziative di riforma ed i successi che esse ottenevano misero sul chi va là i signorotti della zona e gli stessi conti Berardi, in particolare Rinaldo che risiedeva ad Albe.  Chiaramente essi non si aspettavano dal loro congiunto vescovo un' opera di rinnovamento e di moralizzazione così energica.

Dai tentativi di compromesso, a cui Berardo non poteva certamente aderire se voleva veramente rinnovare la diocesi, si passò facilmente alle minacce e all'aperta persecuzione.

Gli antichi scrittori della vita di S. Berardo ci parlano di ingiurie e di insulti, di incarcerazione del vescovo e di tentativi per cacciarlo a pietrate; si fece ricorso anche al veleno nel l'intento di sopprimerlo.  Erano tempi in cui a prendere certe decisioni e a metterle in atto non ci si pensava due volte. La lotta e le persecuzioni da parte di chi non accettava le riforme di Berardo non dovettero essere solo tentativi occasionali, ma un'azione ben determinata decisa e organizzata, tanto che il Santo fu costretto a fuggire dalla sua diocesi più di una volta, per scampare alla morte.  Durante una di queste fughe si rifugiò a Roma sotto la protezione di Pasquale II. La determinazione dei suoi avversari nel non volerlo nella Marsica, in tale circostanza, fu così accanita e così ben controllata la fuga di lui, che il vescovo Berardo dovette fermarsi a Roma per un periodo piuttosto lungo. Il Papa gli diede perfino un incarico particolare, mandandolo come legato pontificio a Veroli, ad Alatri e in Sardegna, per il disbrigo di affari inerenti ai rapporti tra i signori di quelle città e la Sede apostolica. Poi la tempesta delle persecuzioni si attenuò, anche perché la gente stessa dei paesi della Marsica si era accorta che la severità del vescovo Berardo era tutt'altra cosa che la prepotenza dei signorotti, e il freno che il Pastore voleva porre agli abusi e alle ingiustizie miravano solo a riportare ordine e onestà nella vita della diocesi e si ispirava a un cristianesimo autentico e leale.  Gli stessi Marsicani, allora, pregarono il Papa di rimandare Berardo nella sua diocesi.

Era intorno al 1115 quando Berardo rientrò nella Marsica e celebrò a Marsia nella cattedrale di S. Sabina martire. I suoi propositi di riforma durante la dura prova del la fuga si erano rafforzati, maturando in un programma ben preciso e più incisivo.  Le linee di questo programma, attraverso le notizie tramandateci, si possono così individuare:

 

* riassetto giuridico e organizzativo della diocesi, eliminando abusi, falsi privilegi e diritti arrogati indebitamente;

* reintegrazione dei beni ecclesiastici e più equa amministrazione delle rendite secondo gli scopi dei donatori e degli statuti istituzionali;

* riforma della vita ecclesiastica e religiosa col ritorno allo spirito di obbedienza e di austerità. di preghiera e di servizio;

* ridonare alla Chiesa locale il volto e l'atteggiamento della madre che è preoccupata soprattutto dei suoi figli spiritualmente e materialmente più poveri e bisognosi;

* moralizzazione e repressione degli scandali.

 

Brevemente accenniamo alle iniziative prese da Berardo per raggiungere gli scopi di questa riforma.

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RIASSETTO GIURIDICO E AMMINISTRATIVO

LA BOLLA "SICUT INIUXTA” DI PASQUALE II

 

 Abbiamo ricordato quanto fosse caotica la situazione territoriale anche nella nostra Marsica all'inizio del secolo XII.  Con le lotte fra i feudatari, le spoliazioni dei vassalli, gli smembramenti della diocesi e le concessioni fatte dai vescovi illegittimi, si erano instaurati molti abusi; e molti paesi e chiese reclamavano privilegi di autonomia e indipendenza dal Vescovo.  Per cui riportare ordine in certi posti era veramente difficile.  Il vescovo Berardo approfittò delle sue ottime relazioni col papa Pasquale II ed ottenne da lui una "bolla" (la "bolla" grosso modo, equivale a ciò che oggi è un "decreto") in data 25 febbraio 1115, rimasta celebre nella storia della diocesi dei Marsi poiché con essa il Papa fissa i confini delle stessa diocesi ed enumera le chiese soggette alla cattedrale dei Marsi di S. Sabina.  La bolla, come è uso nella prassi ecclesiastica, prende il titolo dalle prime due parole con cui comincia il testo: Sicut Iniuxta. L'importante documento ci è stato tramandato da Muzio Febonio, mentre l'originale è scomparso durante le calamitose vicende della sede vescovile dei Marsi. In essa i confini della diocesi sono così indicati: "Da forca Ferrato, a monte di Carrito passano sul monte Argatone toccando il territorio di Scanno, attraverso la serra Fornelle, scendono al mulino vecchio e risalgono a forca d'Acero; tagliano serra di Vivo, serra Troia e declinano a Pescocanale; risalgono a Penna Imperatore e attraverso il monte Cervaro piegano verso la forca di Oricola; attraverso varco S. Giorgio, il fiume Sisara, Ofrano, le Scalette, Tufo, il fiume Remando, Treponti, piega no a Volpe Morta, bocca di Teba, campo di Pezza, rio dei Gamberi, attraverso serra Candida e Venerino si ricongiungono a forca Ferrato". I nomi di alcune località col passare degli anni e mutato, come ad esempio quello di forca Ferrato che oggi e più noto come Forca Caruso, ma i confini, eccetto qualche piccola variazione, sono rimasti fino ai giorni nostri quasi gli stessi.  Da ciò l'importanza della bolla, la quale, dopo aver enumerato le chiese dipendenti dalla matrice S. Sabina, così prosegue (naturalmente, dati gli scopi di questa modesta pubblicazione, traduciamo in italiano, alla buona, il testo latino riportato dal Febonio): "Qualsiasi possedimento che si conosca di legittima proprietà della stessa Chiesa (dei Marsi) o che in futuro da essa proprietà venga a far parte in qualunque legittima modalità, decretiamo che venga da te (dal Vescovo) e dai tuoi successori conservata intatto. Per cui a nessuno sia lecito perturbare la tua Chiesa, impossessarsi dei suoi beni, conservare ciò che ha preso, o rivendicare per i propri usi ciò che ingiustamente gli è stato concesso, mutilarli o speculare su dì essi; siano essi beni mantenuti integri per l'uso tuo, del clero e dei poveri a cui sono destinati".  Segue quindi la minaccia di pene e di condanna a coloro che perseverassero nel reato, dopo essere stati benevolmente richiamati.

Forte dell'autorità di questa bolla pontificia il Vescovo Berardo riuscì a strappare dalle mani dei prepotenti signorotti molti benefici ecclesiastici e a reintegrare i legittimi amministratori, cacciati via con minacce ed angherie di ogni genere.

Egli riuscì anche ad eliminare abusi introdotti in alcuni ambienti del clero sotto i vescovi illegittimi. Riportiamo solo un caso emblematico dell'ambiente che si era creato con questi abusi.  A Celano c'era un Preposto con un Capitolo di canonici, protetti dai potenti feudatari Berardi. Il Preposto aveva ottenuto dal vescovo illegittimo Attone nel secolo precedente il privilegio di benedire il Giovedì Santo gli Oli Santi e di distribuirli ai parroci dei paesi circostanti: funzione questa riservata esclusivamente al Vescovo della diocesi e che doveva essere celebrata nella chiesa cattedrale. A noi oggi l'abuso può sembrare di scarsa entità, ma, specialmente allora, era gravissimo.  Infatti quel privilegio attribuiva al Preposto di Celano delle prerogative riservate esclusivamente al Vescovo della diocesi e poteva rappresentare un pericoloso presupposto per una nuova scissione della diocesi. Si aggiunga poi che nell'occasione della distribuzione alle varie parrocchie degli Oli Santi si riscuoteva il tributo che le singole chiese dovevano in denaro o in natura alla chiesa madre: diritto che il Preposto di Celano naturalmente pretendeva per sé da quelle chiese alle quali si arrogava il privilegio di dare gli Oli Santi. Il vescovo Berardo, dopo tante insistenze, interventi e minacce di pene ecclesiastiche, riuscì a convincere il Preposto di Celano a rinunciare al preteso privilegio in nome della disciplina ecclesiastica e dell'unità della diocesi, nonostante la protezione interessata che i Conti dei Marsi accordavano al clero celanese: si trattò di un successo dovuto solo all'eccezionale personalità di S. Berardo, poiché in seguito la lite fra il Capitolo dei canonici di Celano, e il Vescovo dei Marsi si è trascinata per secoli.

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I BENEFICI ECCLESIASTICI

 

 Le fonti storiche riportano che, quando il vescovo Berardo tornò nella sua diocesi, i signorotti locali non permettevano alle chiese situate nei propri possedimenti di versare alla cattedrale dì S. Sabina le primizie, le decime e le offerte per i morti che ad essa dovevano; anzi, peggio ancora, essi prendevano motivo da ogni occasione e da scuse insignificanti per incarcerare gli ecclesiastici e torturarli fio a quando non riuscivano ad estorcere loro del denaro, anche se non ne possedevano.  Angariavano poi in ogni modo i contadini, i poveri, gli orfani e le vedove a loro soggetti.

Far cessare queste, prepotenze non fu agevole al vescovo Berardo, contro il cui zelo si elevava tutta la ferocia di una mentalità che sulla forza e la violenza basava il diritto e la ragione.  E li comunque, nonostante tutte le opposizioni, i rifiuti e le aperte minacce, usò tutti gli strumenti che le leggi del tempo gli mettevano in mano, ma soprattutto vinse le resistenze con la pazienza, il disinteresse e la carità           che hanno caratterizzato la sua vita e la sua opera di Pastore. Le fonti ci informano che Berardo "tornato in mezzo al suo gregge continuò l'opera di risanamento, ergendosi con la solidità di un muro contro cui andavano a sbattere i ribelli, prudente ma irremovibile"; e in altra parte si legge che quei prepotenti "stipulata solenne scrittura di rinuncia alle varie pretenzioni, e rilasciati in libertà i beni occupati, furono nel consueto modo della Santa Chiesa, abolita la contumacia, assolti dalle pene e censure”.

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RIFORMA DEL CLERO

 

 Abbiamo precedentemente notato in quale stato di rilassatezza e di immoralità si era ridotto il clero marsicano: si trattava di una crisi diffusa cui solo qualcuno si salvava come i canonici di S. Sabina in Marsia. Su questo punto Berardo, in qualità di vescovo, poteva agire con maggiore potere ed autorità.  La piaga però era così estesa e profonda che il Pastore dovette molto soffrire  è lottare per risanarla. Se ai signorotti laici era possibile l’opposizione all'opera pastorale del vescovo ciò era dovuto anche al fatto che molti ecclesiastici appoggiavano quell’opposizione, ben sapendo che essi sarebbero stati i primi a dover cambiar vita, se la riforma fosse stata portata avanti; e poi non dimentichiamo, che molti di quegli ecclesiastici erano divenuti tali solo perché investiti, dagli stessi signorotti, dei benefici usurpati, e che, pertanto, non avevano nessuno spirito religioso e nessuna formazione allo stato di chierici.

Il vescovo Berardo riuscì "a dissodare un campo così mal coltivato", tanto che alla fine si ritrovò un clero a lui devoto e lealmente tornato a dedicarsi ai propri doveri.

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L’OPERA PASTORALE PRESSO IL POPOLO

 

 Berardo visse in un periodo storico in cui - almeno come lo conosciamo noi a distanza di nove secoli - tutti gli interessi erano rivolti ai grossi problemi politici, agli scontri tra forze di potere e di dominio.  Ma il Medio Evo, specialmente quello dopo il Mille che chiamiamo Basso Medio Evo, ha una sua realtà storica meno conosciuta, ma altrettanto viva e interessante.  Negli ambienti della provincia isolata, nelle campagne e in mezzo ai monti, come nelle grandi città di quel tempo, la vita andava riorganizzandosi e rinnovandosi, soprattutto per una presa di coscienza delle proprie capacità e dei propri diritti da parte del popolo.  "Da per tutto una folla anonima, che dissodava con nuova alacrità la terra, che costruisce la sua casa.  E' un vasto e vario sforzo, con finalità limitate, con limitata consapevolezza del proprio valore, ma con risultati di grande portata.  Bisogni concreti, spirito pratico guidano il popolo..."(G.Volpe).

Ed è proprio al popolo che il vescovo Berardo rivolge le sue cure maggiori.  Nella mentalità del tempo il popolo era solo l'insieme dei dipendenti al servizio del signorotto o del feudatario, il quale aveva un potere quasi assoluto su di esso.  Il nostro Santo seppe invece intuire chiaramente il nuovo fermento dì libertà e di autonomia che andava sviluppandosi e ritornando al più genuino spirito del Vangelo che proprio in quel periodo suscitava in seno alla Chiesa vivaci movimenti di riforma,  portò avanti il nuovo discorso, secondo cui i benefici ecclesiastici non erano stati costituiti per l'uso del potere politico e militare, ma essi appartenevano ai poveri, agli orfani, alle vedove, insomma a chi nella società rappresentava Cristo e faceva realmente Chiesa. Ricordiamo anche che proprio in questo periodo nella Marsica ebbero impulso quelle costruzioni che, come luoghi di ricovero o di rifugio, hanno reso per secoli insostituibili servizi.  Su tutti i valichi montani, che mettono la zona in comunicazione con le altre, ci fu un ospizio, un rifugio: S. Nicola de Ferrato al valico di Forca Caruso, S. Maria di monte Tronchillo nei pressi di Pescasseroli, la Candelecchia a Trasacco, S. Maria in Valle Polcraneta presso Rosciolo ed altri.  Inoltre molti "benefici" avevano come obblighi statutari il ricovero degli infermi e la loro cura, la formazione della dote per le giovani povere, l'ospitalità e l'educazione dei ragazzi orfani.  Ancora a quel tempo vanno fatte risalire le iniziative divenute parte integrante delle celebrazioni liturgiche locali, come il pane di S. Antonio, cioè la distribuzione di pane di grano o di altri cereali ai più poveri in occasione di ricorrenze religiose, soprattutto in tempo di carestia o di altre calamità.

S. Berardo dedicò gran parte della sua opera pastorale a fondare e incrementare iniziative di questo genere.  La sua non fu una carità espressa con atti di elemosina occasionali soltanto, Egli istituì un'organizzazione vera e propria per venire incontro a chi si trovava nel bisogno.  Gli storici e i biografi del Santo ci parlano di un certo Pietro, un asceta e un solitario tipico del Medio Evo, che abitava nella chiesa di S. Pantaleone alle falde del monte su cui si trovava il castello di Venere, un uomo buono e di vita santa e sincera"; ci parlano anche di Giovanni Signino, canonico di S. Sabina e stretto collaboratore del Vescovo - di cui fu anche il primo biografo a detta degli storici; ed inoltre di altre persone che componevano la "famiglia del Vescovo".  Berardo si servì di tutti costoro per informarsi dei bisogni della gente nei centri grossi e piccoli della diocesi e per mandarli poi a portare quei soccorsi necessari a quanti si trovavano in difficoltà, "specialmente a quelli che abitavano a Marsia, a Venere ai villaggi di Pescina, a Celano e nei paesi intorno e in molte altri località".

L'organizzazione di questa assistenza prevedeva anche dei giorni fissi durante l'anno, in cui la distribuzione dei viveri era regolare, e precisamente nei giorni di Natale, di Pasqua, di Avvento, della Quaresima e in tutte le vigilie delle altre feste.  In questo modo lo spirito di carità e di fraternità dei tempi forti e dei giorni liturgici ad esso dedicati, acquistava un significato non soltanto individualistico e personale, ma diveniva espressione di vita ecclesiale in una comunione autentica spirituale e materiale.  Oggi, noi non ci sforziamo forse dì educare i cristiani allo stesso spirito di carità?  Ciò vuol dire che la vera santità è perenne e universale, anche se storicamente e geograficamente incarnata nella realtà locale in cui vive.

Ma c'è un particolare che vogliamo sottolineare nell'opera caritativa del vescovo Berardo.  I biografi rilevano che egli si preoccupava particolarmente di non far mancare i soccorsi alla sua gente "nei giorni dei mesi di maggio e dì giugno, il periodo più difficile dell'anno".  E' semplice la spiegazione di questo particolare, nell'economia agricola primitiva di quel tempo, a carattere familiare, chiuso - nel senso che ogni famiglia produceva tutto quello che serviva ai suoi bisogni - proprio al sopraggiungere della nuova stagione si esaurivano le provviste dei raccolti dell'anno precedente e molte famiglie erano costrette a indebitarsi ipotecando il raccolto venturo per tirare avanti nei mesi di maggio e di giugno, fino a quando non si cominciava a raccogliere i nuovi frutti; e non sempre si trovava chi fosse disposto a far credito ai poveretti, riducendoli alla fame.  E' rimasta proverbiale nel nostro popolo questa carestia annuale, cronica, nel detto, "La più difficile a salire è la costa di maggio e giugno".  Ebbene, il vescovo Berardo proprio in questo periodo intensificava le sue iniziative di carità e metteva in moto la sua organizzazione assistenziale

Non fa meraviglia che l'aspetto caritativo della vita di S. Berardo abbia particolarmente colpito il popolo, e i fatti straordinari da lui compiuti in vita, che ci sono stati tramandati, si riferiscano in gran parte alla sua opera di assistenza.  Ne ricordiamo solo qualcuno che può servire come esempio.

Si era nel mese di maggio e un giorno il collaboratore del santo Vescovo, Giovanni Signino, che abbiamo conosciuto più sopra, riferì che la figlia di un soldato tedesco stava morendo di fame col padre, eppure sopportava con pazienza e con estrema riservatezza la sua disgrazia.  Berardo immediatamente dispose che le venisse portato un primo soccorso di generi alimentari.  Quando si andò nella cantina, dove venivano raccolte le provviste da distribuire, i domestici si accorsero che il grano era completamente esaurito.  Il Vescovo non si scoraggiò, ma fece dire alla ragazza che il giorno seguente mandasse un uomo con un asino per poter caricare il grano occorrente a tirare avanti in quei mesi duri.  Puntualmente, il giorno appresso, l'uomo si presentò con la bestia per prelevare quanto promesso.  Il Vescovo, diede ordine di andare in cantina e di scopare il pavimento per racimolare i pochi chicchi caduti durante i travasi. I domestici, anche se perplessi, eseguirono l'ordine del Pastore.  Fu a questo punto che la fede e la carità del Vescovo e l'obbedienza dei domestici furono premiate dal miracolo.  Mentre essi ramazzavano la cantina, il grano si accumulava davanti alle scope, e se ne raccolse tanto che bastò non solo alla figlia e al soldato tedesco fino al nuovo raccolto, ma con esso fu provveduto anche ai bisogni di tante altre famiglie.

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MORALIZZAZIONE E

REPRESSIONE DI SCANDALI PUBBLICI

 

 L'impegno pastorale di S. Berardo nella diocesi dei Marsi si trovò ad affrontare anche il gravissimo problema della moralizzazione dei costumi.  Nella zona da anni si erano determinate situazioni di scandalo pubblico.  Le piaghe di immoralità più diffuse erano il concubinaggio e l'incesto.  La gravità dello scandalo era aumentata dal fatto che proprio alcuni signori dei castelli della diocesi si trovavano a vivere in questo stato e nemmeno alcuni ecclesiastici si erano salvati dal contagio del male. S. Berardo usò tutti i mezzi di cui disponeva per frenare e reprimere situazioni tanto penose.

Fra i signori che vivevano in concubinaggio incestuoso c'era il conte Rinaldo, parente del Santo, che risiedeva nel castello di Albe, il paese sorto nei pressi delle rovine della romana Alba Fucens.  Il vescovo fece tutti i tentativi possibili per far decidere il congiunto a recedere dalla sua condotta scandalosa, soprattutto per il cattivo esempio che ne derivava a tutto il popolo.  Ma di fronte al rifiuto caparbio ed altezzoso di Rinaldo, S. Berardo si vide costretto a ricorrere alla esclusione del peccatore pubblico dalla comunione dei fedeli.  Allo scopo convocò il Vescovo di Valva (Sulmona) e il Vescovo di Chieti e in modo solenne comminò la scomunica a Rinaldo. Questi accolse con scherno e disprezzo la sentenza del Vescovo.  Anzi organizzò nello stesso giorno, nel suo castello di Albe, una cena con gli amici.  Noi sappiamo che quelli erano tempi turbolenti e tra gli amici sì trovò anche un suo occulto ma accanito avversario, che all'improvviso colpi con un pugnale il conte. La ferita era grave.  Rinaldo sentì che non sarebbe sopravvissuto, e allora mandò a chiamare il Vescovo, che in quei giorni si trovava a Celano.  S. Berardo non esitò un istante e, contro il consiglio di chi lo invitava alla prudenza temendo un tranello, immediatamente diede ordine che fosse condotto ad Albe al capezzale del ferito. La sollecitudine del buon pastore ottenne il pentimento dell'impenitente e la sua supplica di essere riammesso alla comunione dei fedeli.

Era questa la condotta di Berardo. Egli usava severità, comminava pene e condanne quando la situazione lo richiedeva, ma mai per fini umani, di prestigio, di potere e di arroganza: lo scopo preciso e immediato era sempre il ravvedimento e la conversione del peccatore, il ritorno al rispetto della legge dì Dio, la salvezza delle anime.

Proprio questa sua condotta e lo spirito profondamente evangelico che lo animava nonostante contrasti difficoltà e lotte, conferì al vescovo Berardo quell’aureola di santità caratteristica dei veri riformatori della Chiesa. Egli in un periodo in cui una forte spinta di rinnovamento e di ritorno ad una più autentica ispirazione evangelica della vita si diffondeva in tutta la società, riuscì a portare la diocesi dei Marsi, di cui fu pastore per ventuno anni, all'avanguardia di una tale rinascita col suo spirito di sacrificio, di pazienza, di costanza, di grande carità.  Meritatamente il popolo marsicano lo acclamò santo dopo la di lui morte.

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LA MORTE

 

 Anche le circostanze della morte di S. Berardo ebbero aspetti di straordinarietà. Mentre celebrava la messa pontificale il giorno 29 agosto dell'anno 1130 nella cattedrale dì Marsia in occasione della festa di S. Sabina, il Pastore visibilmente affaticato e precocemente consumato da tante contrastate attività pastorali, disse ai fedeli che gremivano il tempio essere quella l'ultima volta che con loro offriva il sacrificio del Signore. Un brivido di commozione percorse l' animo di quella gente che, dopo tante dolorose esperienze, ora vibrava all'unisono con la carità del Pastore.

Ma, anche di fronte al presentimento della fine, il vescovo Berardo non poteva allentare la tensione che per l'intera vita l'aveva tenuto sempre pronto al servizio di Dio e della Chiesa.  Aveva già in programma di recarsi a visitare alcune parrocchie della diocesi e non volle assolutamente rinunciare agli impegni presi con le comunità che lo attendevano.

Il giorno dedicato alla festa della Maternità divina della Madonna, l’8 settembre di quello stesso anno, S. Berardo giunse a Celano, dove il clero tornato alla comunione e all'obbedienza dell'unico Pastore della diocesi, lo attendeva insieme al popolo, che con spontanea sensibilità lo riteneva già santo.

Il Vescovo, arrivato in quel centro e rivolto il saluto al clero e al popolo nella chiesa di S. Giovanni - che allora sorgeva dove oggi c'è quella della Madonna del le Grazie, vicino alla sorgente dei SS. Martiri - prese alloggio nei locali annessi alla stessa chiesa.  In serata, mentre con il preposto e alcuni canonici discuteva sul rinvenimento dei corpi dei santi Simplicio Costanzo e Vittoriano, avvenuto alcuni decenni prima ad opera di Fulgenzio da Foligno, Berardo fu colpito da forti dolori alle viscere.  Il medico, accorso prontamente, diagnosticò una malattia gravissima e incurabile.  Per il vescovo Berardo era ormai la fine.

Appena si diffuse la notizia di quel che era successo, i Celanesi accorsero e offrirono tutta la loro assistenza al santo Vescovo. perché egli potesse terminare in pace i suoi giorni nella loro città, e conservarne quindi le spoglie mortali.  Berardo, però, ebbe un lieve e momentaneo miglioramento; ne approfittò per insistere e disporre che fosse riportato a Marsia, in mezzo ai canonici di S. Sabina, con i quali aveva vissuto e condiviso tante ansie e tante lotte per il ritorno della diocesi ad una più coerente vita cristiana. Il suo desiderio fu accolto ed egli poté ritornare nella sua sede episcopale.

Intanto la malattia lo andava consumando, ma il suo spirito era sempre vigile e sollecito nell'adempiere il proprio do vere di pastore fino alla fine.  Ci dicono i biografi: "Dopo il suo ritorno nella sede episcopale dalla Chiesa di S. Giovanni Battista di Celano, egli diede disposizione sulle cose che andavano riordinate ed eseguite sia in quella stessa chiesa che in tutte le altre chiese della diocesi".

Infine la malattia si aggravò in modo irreparabile e fu prossimo alla fine.  Egli stesso ebbe a dire ai canonici di S. Sabina che lo assistevano: "Fra non molto direte: il giorno anniversario della morte del vescovo Berardo ricorre il 3 novembre".

Prima di cessare di essere il pastore terreno della sua diletta diocesi per divenirne il protettore celeste, S. Berardo rivolse ai suoi sacerdoti un'ultima esortazione, che riportiamo per intero, come ci e stata tramandata, poiché ci sembra un sintetico compendio sella sua vita: “Fratelli miei, mia gloria ed onore, e, dopo il Signore e i suoi Santi, speranza e premio dell'anima mia, vi prego e, per tutto quello che vi debbo, vi esorto e vi ammonisco a conservare fra di voi la carità che è la più grande fra le virtù.  Vivete d'accordo e uniti nella fede, nella speranza nell’umiltà nella pietà, nella pazienza nella comprensione, nella castità nella sobrietà; fuggite i vizi, di cui la superbia è la radice di ogni male, soffocatela ed estirpatela con l'umiltà. Opponete alla bestemmia la devozione, l’accordo alla discordia; la pazienza all'irascibilità, la disponibilità delle vostre cose all'avarizia, la castità alla lussuria, la sobrietà all'ingordigia; superate ogni difetto con la preghiera, la mortificazione, con l' essere vigilanti e con l'aiutare gli altri.  Per quello che potete, cercate di essere ammirati per il vostro comportamento e non per il vestito o per altre futili vanità.  Studiatevi di piacere a Dio; rimanete fedeli alla vita comune, andando d'accordo in chiesa, a refettorio, nel coro nell'osservanza dei doveri quotidiani, Abbiate un solo cuore, una sola mente. una sola volontà, comportandovi in tutto all'unanimità.  E' meglio essere nel bisogno che possedere il superfluo; è necessaria più la santità che la verità.  Niente ci sia in voi che possa dare scandalo o suscitare meraviglia.  Se anche dovesse sorgere fra di voi qualche motivo di disaccordo, fate che in giornata torni l'armonia, che il sole non tramonti sulla vostra ira.  L'odio non trovi motivo di alimento; e non siate causa di danno alle anime trasformando in trave la festuca.  Così, fratelli, se resterete in sincero amore fra di voi, otterrete infallibilmente il frutto dell'amore, che è la vita eterna”.

 

Il 3 novembre dell'anno 1130, all'età di 51 anni, Berardo, Cardinale e Vescovo dei Marsi, morì assistito dai canonici di S. Sabina in Marsia, con i quali aveva condiviso tutta l'ansia pastorale per la riforma della diocesi.

La fama della santità di Berardo rapidamente si diffuse in tutta la regione e da ogni paese, castello, villaggio e campagna ci furono pellegrinaggi alla sua tomba, posta alla destra dell'altare di S. Sabina martire nella cattedrale di Marsia, tanto che il preposto della chiesa, Stefano, fu costretto a tenere aperte le porte anche negli orari in cui era prevista la chiusura, per soddisfare le richieste dei pellegrini.

Cominciò in questo modo la venerazione popolare al Santo Vescovo, che dopo nove secoli è ancora molto sentita nella Marsica e specialmente a Colli di Monte Bove, suo paese natale, e a Pescina, luogo della traslazione del corpo del Santo dopo il trasferimento della sede vescovile dei Marsi, avvenuta ufficialmente il 1 gennaio 1580 su richiesta del vescovo Matteo Colli.

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SAN BERARDO PATRONO DELLA DIOCESI

DEI MARSI

 

 La traslazione del corpo dì S. Berardo dalla cattedrale di S. Sabina in Marsia alla chiesa di S. Maria del Popolo in Pescina per iniziativa dell'allora vescovo dei Marsi Muzio Colonna (1630 - 1632), avvenne nel 1631.  Il vescovo Colonna per la circostanza aveva fatto costruire una cappella in onore di S. Berardo “con legni ben lavorati” (A. Di Pietro), dove collocò il corpo del Santo racchiuso in una cassa di legno dorato.

Nel 1720 il vescovo Muzio De Vecchis (1719-1724), che precedentemente aveva ereditato una cospicua dote per la morte di un fratello durante uno dei frequenti terremoti della zona, adoperò il ricavato della vendita di alcune sue proprietà, per far demolire la vecchia chiesa del Castello di Pescina, dedicata a S. Maria del Popolo, e per,costruirne un’altra più moderna che dedicò a S. Berardo. Nella stessa chiesa furono raccolte le reliquie del Santo in una collocazione più sontuosa.

La costruzione di questa chiesa non fu portata a termine dal De Vecchis per la sua prematura morte. Successivamente rimise mano ai lavori il vescovo Giuseppe Baronio (1731-1741), che terminò l'opera, facendovi aggiungere anche la torre campanaria.  Inoltre egli donò alla stessa chiesa il busto d'argento raffigurante S. Berardo, che gli costò seicento ducati.

Il vescovo Giuseppe Bolognese (1797 - 1803) arricchì il busto d'argento di S. Berardo con una croce d'oro e con una catena di pietre preziose incastonate anch’esse nell'oro.

 

Nei giorni 30 aprile, 1 e 2 maggio del 1831 il vescovo dei Marsi Giuseppe Segna (1824-1840) celebrò il centenario della traslazione del corpo di S. Berardo in Pescina con funzioni solennissime, per le quali furono spesi 53 ducati.

 

 

Dopo il trasferimento della sede vescovile dei Marsi da Pescina ad Avezzano, avvenuta ufficialmente nel 1920 sotto il governo pastorale dì mons. Pio Marcello Bagnoli, il corpo di S. Berardo, patrono della diocesi, è rimasto nella chiesa concattedrale di S. Maria delle Grazie in Pescina.

Pescina nel 1979 il giorno 2 maggio ha preparato una solenne e degna celebrazione del NONO CENTENARIO della nascita dì S. Berardo.

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S. BERARDO A TORRICELLA DEI PRETI – VALLE GAIA

 Nel 1961, il Vescovo di Albano, Mons. Macario, a richiesta del Duca Renato Trasmondi (nel cui albero genealogico spicca luminosa la figura di S. Berardo), permise l'erezione di una piccola chiesa in onore del Santo nella tenuta agricola in località "Torricella dei Preti" di Valle Gaia, a comodità degli addetti all'azienda. Lo stesso Vescovo la benedisse e la inaugurò ai primi di maggio del medesimo anno e concesse che la festa di S. Berardo si celebrasse ogni anno alla III domenica di maggio.

Ogni anno alla festa del Santo, che si celebra la terza domenica di maggio, c'è un grande afflusso di gente proveniente dai dintorni e anche da Roma. Dopo le celebrazioni religiose, tutti partecipano con gaudio e fraterna amicizia alla caratteristica «festa campestre» che si protrae per l'intera giornata: festa ideata, organizzata e sostenuta dai sei figli, dalla signora e dal Duca Renato Trasmondi, che si prodigano con semplicità e perfetto disimpegno a servizio degli innumerevoli ospiti, sia per le mense copiosamente imbandite e ricche di bottiglie del generoso vino dell'azienda stessa, sia per i vari giochi e i particolari trattenimenti musicali

 

S. BERARDO E S. ROSALIA, Patrona di Palermo.

 

Da uno studio di PIETRO ANTONIO TORNAMIRA, del 1674, dal titolo “Della Prosapia Paterna, Materna e di Palermo, Patria della Gloriosa Vergine S. Rosalia Monaca e Romita dell’ Ordine del Patriarca San Benedetto”, che si trova nella Biblioteca Centrale della Regione Siciliana, apprendiamo che esiste una relazione di parentela tra S. Berardo Cardinale e Vescovo dei Marsi e la Santa Patrona di Palermo.

L’ Autore citato sostiene che il fratello di S. Berardo, Teodino, avesse un figlio di nome Sinibaldo: “Sinibaldo dunque figliuolo del sovralodato conte Teodino, signore del Contado delle Rose, in Marsi, e nel Reatino, dal Regno di Napoli, passando in questa felicissima città di Palermo, e nella corte di Ruggiero I, Re di Sicilia, come abbiamo detto nella vita di S. Rosalia, contrasse matrimonio con una Dama al medesimo Re di sangue strettamente congiunta, dalla quale ebbe la nostra Vergine Rosalia, e in dote lo stato, e contado della Quisquina” (p. 75).

Anche in un albero genealogico della Biblioteca del Monastero dei Benedettini delle Vergini – San Martino delle Scale – in Montereale (PA) S. Rosalia si fa discendere in linea retta dai conti Berardo dei Marsi: la Santa sarebbe figlia di Sinibaldo, figlio di Teodino, fratello di San Berardo. 

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INDICE

 

 

UN DIFFICILE MOMENTO STORICO  ………………………………………………….1

 

LA FAMIGLIA DEI CONTI DEI MARSI E LA FANCIULLEZZA

DI SAN BERARDO ………………………………………………………………………. 4

 

IL VESCOVO PANDOLFO E IL CAPITOLO   DI S. SABINA IN MARSIA  …………..5

 

IL FANCIULLO BERARDO A MARSIA. LA PRIMA FOMAZIONE  ………………….6

 

SAN BERARDO NEL MONASTERODI MONTECASSINO ……………………………7

 

SAN BERARDO A ROMA LA PREFETTURA NELLA CAMPAGNA ROMANA …… 9

 

IL RAPIMENTO E LA PRIGIONIA ……………………………………………………..10

 

LA LIBERAZIONE                 ………………………………………………………….... 11

 

IL CARDINALATO E IL SOGGIORNO ROMANO ……………………………………12

 

PARTE SECONDA

SAN BERARDO VESCOVO DEI MARSI

 

LA SITUAZIONE DELLA DIOCESI DEI MARSI E IL

VESCOVO ILLEGITTIMO SIGENULFO ………………………………………………15

 

SAN BERARDO VESCOVO DEI MARSI ……………………………………………...17

 

PERSECUZIONI CONTRO BERARDO ………………………………………………..19

 

RIASSETTO GIURIDICO E AMMINISTRATIVO

LA BOLLA "SICUT INIUXTA DI PASQUALE II ……………………………………..20

 

I BENEFICI ECCLESIASTICI …………………………………………………………..22

 

RIFORMA DEL CLERO ………………………………………………………………...23

 

L’OPERA PASTORALE PRESSO IL POPOLO ………………………………………. 24

 

MORALIZZAZIONE E REPRESSIONE DI SCANDALI PUBBLICI …………………27

 

LA MORTE ……………………………………………………………………………....28

 

SAN BERARDO PATRONO DELLA DIOCESI DEI MARSI …………………………31

 

INDICE …………………………………………………………………………………...33