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Testimone di serenità
nella sofferenza
Ricordo
di Don Giovanni Gagliardi
Don Antonio
Tirabassi è nato a Cerchio (AQ) il 21 maggio 1957 ed è morto
nell’ospedale civile dell’Aquila il 19 marzo 2004, a soli 47 anni. E
nonostante sia morto in età così giovane, ha lasciato un segno molto
profondo del suo passaggio negli ambienti e nelle persone che l’hanno
incontrato.
La sua strada spesso s’è
incrociata con la mia.
Nel 1967 è entrato nel
Seminario di Avezzano dove ha compiuto gli studi delle scuole medie e
ginnasiali per poi proseguire col liceo e la teologia presso il
Seminario regionale di Chieti.
Già negli ultimi anni dei
suoi studi ho avuto occasione di frequentarlo in molte occasioni,
specialmente durante i campi estivi che organizzavo a Collelongo dal
1974 in qualità di assistente diocesano ACR e durante le vacanze estive
dei seminaristi che guidavo, sempre a Collelongo, come rettore del
seminario di Avezzano. Il chierico Antonio Tirabassi, come gli atri
seminaristi del regionale, era invitato a trascorrere questi periodi di
vacanza con i ragazzi e con i seminaristi più piccoli, per aiutare e per
fare le prime esperienze pastorali. Ricordo come Antonio era sempre
gioviale e sereno. Amava organizzare “cacce al tesoro” o altri giochi
con difficoltà notevoli e si divertiva un mondo nel vedere lo sforzo dei
ragazzi che di tanto in tanto stimolava con piccoli aiuti.
Ordinato sacerdote il 24
aprile 1982, il 1° ottobre dello stesso anno fu mandato parroco alla
parrocchia “San Giuseppe” in Pescina, una delle più grandi e impegnative
della diocesi, dove era ed è sepolta la Serva d Dio Santina Campana.
Nonostante la sua giovane
età ed il brevissimo tempo in cui ha potuto esercitare normalmente il
suo ministero di parroco, ha inciso profondamente sulla sua gente,
particolarmente sui giovani che lo seguivano con affetto.
Anche durante questi anni
ho avuto con lui degli incontri speciali. Più di una volta mi son recato
nella sua parrocchia per celebrarvi la “giornata del seminario”, per
fare una proposta vocazionale e raccogliere offerte per i seminaristi.
Sono stato sempre accolto con grande rispetto e tanta amicizia da lui e
da sua madre Maria Grazia che l’ha sempre seguito, facendo di lui lo
scopo della sua vita.
Dopo questo breve periodo
felice della sua vita, solo dopo tre anni trascorsi in parrocchia,
iniziava il suo Calvario. Nel Natale del 1985 cominciò a evidenziare
comportamenti strani che all’inizio furono interpretati persino come
conseguenza di eccessivo consumo di alcolici, ma che ben presto
manifestarono la vera natura del suo male: tumore al cervello!
Tra il 1986 e il 1989 ha
subito otto interventi: due a Roma e sei a Milano. Durante questo tempo
difficilissimo ha sempre mantenuto serenità e spirito di fede. Anche nei
momenti più critici e dolorosi, a chi gli chiedeva come stesse
rispondeva sempre: “bene, bene!”. Sua madre si è sempre sostenuta con la
preghiera e confessa che, durante l’intervento decisivo del 1989 a
Milano, ha chiesto al Signore di restituirgli suo figlio: anche in
carrozzella, ma vivo. Ed il Signore l’ha esaudita. Anzi, dopo qualche
tempo Don Antonio ha potuto lasciare anche la carrozzella e trascorrere
un periodo relativamente tranquillo.
Tornato da Milano e non
potendo più ovviamente guidare una parrocchia, chiese al Vescovo mons.
Terrinoni di venire a vivere insieme alla madre in un appartamento della
Cattedrale, dove ero stato chiamato come parroco l’anno precedente e
dove era anche Don Mario Pistilli, suo intimo amico e che seguiva come
lui il movimento dei Focolari. Da quel momento la casa di Don Antonio
diventò il luogo abituale per l’incontro mensile dei sacerdoti
focolarini, tra i quali Don Gianfranco De Luca, attuale vescovo di
Termoli.
L’ultimo, radicale
intervento al cervello Don Antonio lo subì a Teramo nel 1996. E tale
intervento gli consentì di andare avanti con una certa tranquillità per
altri otto anni. Naturalmente le crisi sono state molte, i ricoveri
ospedalieri circa annuali, i controlli continui. Il suo era diventato un
caso nazionale ed i medici si meravigliavano e si rallegravano per il
modo in cui rispondeva alle cure e per lo spirito estremamente sereno
con cui affrontava ogni difficoltà.
Durante i quindici anni
trascorsi da malato in Cattedrale è stato sempre generoso nel
collaborare pastoralmente. Ha sempre concelebrato la santa Messa ed anzi
ad un certo punto chiese di celebrare da solo e l‘ha fatto sino alla
fine. Era particolarmente disponibile nel dedicarsi alle confessioni ed
i fedeli andavano volentieri da lui.
In tutto questo periodo è
stato anche assistente diocesano dell’UNITALSI e con quest’associazione
accompagnava tutti gli anni i malati a Lourdes e partecipava a tutte le
sue attività.
I fedeli di Pescina non
l’hanno mai dimenticato. Nei quindici anni trascorsi in Cattedrale c’è
stato un continuo viavai di persone che venivano a trovarlo e che egli e
sua madre accoglievano sempre con grande amicizia.
Nel marzo 2004 l’ennesimo
ricovero in ospedale a L’Aquila. Eravamo abbastanza tranquilli: eravamo
abituati a questi periodici ricoveri che lo rimettevano un po’ in sesto
sino al ricovero successivo. E invece quella volta Don Antonio non ce la
fece. Il 19 marzo, festa di San Giuseppe, il Signore lo richiamava a sé
per dargli il premio per tanta sofferenza vissuta con fede e per la
testimonianza di serenità nella sofferenza che gli derivava da una
profonda e costante unione con Dio. |