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Ecco come lo commemora e lo ricorda il prof.
Mario Di Berardino:
Don Paolo Fioravante Salamon nacque a Santa Lucia
di Piave 1'8 dicembre 1913. Alla nascita il padre gli diede i nomi
dei due nonni, materno e paterno: Fioravante-Giovanni. Il cognome,
nei registri di battesimo era: Salomon; ma nei registri di stato
civile era Salamon. Cognomi ebraici erano diffusi in Veneto, specie
per le consistenti comunità di ebrei a Conegliano e Vittorio Veneto,
cittadine che avevano sinagoga, cimitero e quartieri propri
dell'etnia.
Dopo le scuole elementari, entrò subito nel
seminario diocesano di Ceneda. Durante le vacanze, come si usava
all'ora, accompagnava monsignor Morando, camminando gli a fianco,
come lettore ambulante di giornali.
Il suo temperamento mo lto indipendente e
anticonformista non garbò al rettore del seminario che lo giudicò
non adatto al sacerdozio. Fu accolto invece dalla Congregazione dei
Sacramentini, dove passò realmente anni felici, sette, tra
probandato e noviziato a Ponteranica di Bergamo e teologia,
frequentata nel seminario maggiore di Torino.
Dopo i triennali voti semplici, però, di fronte ai
voti perpetui gli si riprospettò il problema di quel suo
temperamento non conformista e senza rispetto umano. I superiori
furono molto comprensivi e con l'aiuto di un padre sacramentino
oriundo di Magliano dei Marsi della famiglia Di Lorenzo, fu
raccomandato al vescovo dei Marsi, mons. Pio Marcello Bagnoli,
carmelitano.
Fu durante il probandato che il Padre maestro dei
novizi, come a tutt gli disse se avesse voluto adottare un altro
nome. Avendo gran simpatia, anche caratteriale, per san Paolo,
scelse il nome di Paolo, con il quale amò di essere sempre chiamato.
Ad Avezzano, pur sconosciuto, fu accolto con
straordinaria simpatia dal rettore Polla, dai sacerdoti insegnanti e
superiori e dal vescovo Pio Marcello Bagnoli.
Era l'ottobre del 1939. 116 gennaio 1940 a Paterno
morì, d'infarto, don Michelangelo Addari. Il Vescovo sicuramente
aveva progettato di mandarlo a sostituire. Difatti appena dopo la
sua ordinazione sacerdotale, che avvenne il 12 maggio 1940, festa
della Pentecoste: lo mandò alla festa di sant'Onofrio il 12 giugno,
accompagnando don Angelino, parroco di Cappelle; gli diede un mese
di libertà che trascorse a Santa Lucia di Piave, dove celebrò la
prima messa solenne il 29 giugno, con l'obbligo di essere a Paterno
per i primi di agosto: e, promosso agli esami di morale e
predicazione, nominato abate-parroco nel 1941.
Succeduto a quell' anima mite di don Michelangelo
Addari, don Paolo portò a Paterno una ventata di gioventù, di
entusiasmo, di fede, di vita operosa nella parrocchia. Alto, snello,
agile, nell'entusiasmo dei suoi primi anni di ministero, alle prime
luci dell'alba, nel freddo dell'inverno e nel primo sole
dell'estate, tutti lo sentivano percorrere la strada per la chiesa
con passo svelto e leggero.
Con lo slancio della gioventù, organizzò
cerimonie, riordinò le confraternite, le varie associazioni
parrocchiali, tenne corsi di scuola serale. Per interessare i
giovani e il paese intero, in quei tempi eroici della guerra e del
dopoguerra, pur non avendo a disposizione non solo alcun locale
adatto, ma neppure un palco elementarmente attrezzato, si dedicò al
teatro, all'arrembaggio sulle balle di paglia, all'aperto, negli
scantinati del consorzio, nel cinema di Agostino Silvagni, detto il
Mago.
La popolazione accorreva in massa ad assistere
agli spettacoli preparati all'ombra della chiesa e batteva
replicatamente le mani agli artisti che, in ambiente diverso,
avrebbero potuto, di certo, spiccare il volo verso mete ambiziose.
Altrettanto bravo regista egli era nelle cerimonie
religiose. Quelle comunioni, quelle cresime impeccabili, organizzate
nei minimi particolari erano una gioia per gli occhi e un sollievo
per l'anima. E quelle parole sgorgate dal cuore, sempre adatte ad
ogni festa e ad ogni ricorrenza!
A Natale, a Pasqua sciorinava profondi pensieri,
riflessioni, esortazioni, citazioni della Bibbia, dei padri della
chiesa, dei sant di scrittori antichi e contemporanei.
Passando gli anni,
le sue parole diventavano sagge, opportune, pregnanti, assennate, ma
la sua azione risentiva inesorabilmente dell'usura del tempo e
dell'età.
Egli rimase sempre fedele col cuore alla vecchia
liturgia e alquanto restio alle innovazioni di
una Chiesa riformata dai Concili per adeguarsi ai
tempi nuovi. Si adattò, è vero, perché ministro fedele della Chiesa,
ma non volentieri. Non perché non condividesse i nuovi indirizzi
ecclesiali, ma perché educato e formato alla maniera forte, a quella
scuola di vita e a quella certezza di verità che mal si conciliano
con la tolleranza di oggi, con il cosiddetto progressismo di oggi.
Nella vita di tutti
i giorni egli rifiutava le comodità della moderna
società. L'unico mezzo di cui si serviva per raggiungere
quotidianamente la scuola come insegnante di religione per tanti
anni alla scuola media Vivenza, e spesso anche con le intemperie,
era la pratica, umile, ecologica, fedele bicicletta; per
comunicare a distanza, la penna. .
Non nutriva simpatia per le cosiddette Autorità.
In verità la sua polemica non era contro il
potere sic et simpliciter, ma contro l'uso che si
faceva e si fa di esso. Egli non condannava la ricerca del potere e
neppure l'ambizione, a patto che fossero davvero servizio
E per servire i suoi parrocchiani e per togliere i
bambini dalla strada, per offiire ai ragazzi e ai giovani un luogo
dove potersi incontrare e riunirsi, si interessò molto alla
costruzione sia dell'asilo infantile, sia dei locali del ministero
pastorale
Anche per lui, dopo 53 anni trascorsi nella
parrocchia di san Sebastiano in Paterno, arrivò il momento del
riposo. Senza clamore, senza cerimonie d'addio, si ritirò nella casa
Nostra Signora di Lourdes in Conegliano Veneto, convinto di non
essere stato mai un personaggio in niente, considerando un errore
ricordarlo e desiderando di essere dimenticato, anche da chi, per
rispetto, si ostinava a rammemorarlo, convinto che non c'era niente
e che non aveva lasciato niente di
meritorio.
E invece, durante gli undici anni trascorsi
nella casa di riposo, non solo ci fu un continuo
rapporto epistolare, ma Conegliano divenne una
meta molto frequentata dai parrocchiani di Paterno, che salivano
lassù per salutare e colloquiare con chi, per ben cinquantatré anni,
aveva visto nascere, crescere e morire diverse generazioni di
paternesi.
Problemi di salute non agevolarono il suo primo
desiderio, quello di attivarsi come sacerdote mansionario del
santuario della Madonna di Ramoncello, verso la quale provava una
speciale devozione. Volle però contribuire alle spese per i restauri
di quel santuario, devolvendo i suoi risparmi, dopo aver finanziato
la stampa del libro La Madonna di Ramoncello in Santa Lucia di
Piave.
Morì a 91 anni, il 17 settembre 2004, dopo Il anni
da quando si era ritirato presso l'Opera Immacolata di Lourdes in
Conegliano. Alla cerimonia quasi privata dell'ultimo saluto a don
Paolo, per sua volontà animata da canti gregoriani eseguiti dal Coro
della Speranza con la recita del Canone Romano, erano presenti sei
sacerdoti, famigliari, paesani e rappresentanze della Casa di riposo
coneglianese. Il vescovo di Vittorio Veneto, mons. Giuseppe Zenti,
ne tracciò un nitido profilo, quasi l'avesse conosciuto da sempre,
mettendo in risalto soprattutto il suo esemplare zelo pastorale e il
suo sentirsi sacerdos in aeternum.
A Paterno la notizia della morte di don Paolo
giunse troppo tardi da non permettere ad alcuno la partecipazione ai
funerali. Il giorno dopo la morte, la parrocchia era in lutto per la
dipartita di colui che per ben 53 anni, nel bene e nel male, era
stato il Parroco di Paterno.
La comunità parrocchiale, in segno di
gratitudine, assistette compatta alla celebrazione della
messa in suffiagio dell'anima di don Paolo,
mercoledì 22 settembre 2004, nella chiesa di Paterno.
I suoi resti mortali riposano nel cimitero
di Santa Lucia di Piave, dove è sepolto nella tomba di
famiglia.
In occasione della prima visita da parte
dei paternesi nel dicembre 2004, venne deposta una
targa a perenne ricordo sulla sua tomba.
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