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Ecco come ha tratteggiato la figura di don
Liberato Giovanni Grassi di San Sebastiano dei Marsi, dove il
sacerdote è stato parroco dal febbraio del 1951 al giugno del 1988:
Don
Settimio era partito da poco e la parrocchia era rimasta, per
qualche mese, senza Sacerdote. Alcuni cittadini avevano chiesto al
Vescovo di inviare un nuovo Parroco al più presto possibile, ma i
giorni passavano senza novità.
Il telegramma della Curia arrivò un freddo pomeriggio
di febbraio del 1951: "Nuovo Parroco Rev. Liberato Porreca arriverà
costà giorno mercoledì 21 febbraio...". Quel giorno era finalmente
arrivato, ma nessuno sapeva quando e come Don Liberato sarebbe
arrivato. Si costituirono, così, dei "gruppi" di osservazione fin
dal mattino del 21, giornata che si presentava con cielo coperto e
freddo penetrante... Qualche camioncino era passato sferragliando
nel corso della mattinata, senza fermarsi; nel pomeriggio era
apparso solo il carretto di Luigi con il suo carico di vino.
Qualcuno osservò': "Non e' il prete quello lì! Non ha la tonaca
nera..". "Forse ha una coperta addosso", soggiunse un altro... Il
carretto si avvicinava lentamente: due ragazzi gli corsero incontro,
si fermarono vicino ai muli e tornarono indietro trafelati: "E' un
Monaco!", gridarono alla folla che, al fine, decise di accorciare la
distanza con il mezzo di trasporto. L'incontro avvenne alla prima
casa del paese. Luigi non ebbe difficoltà a fermare i muli ed
annunciò: "Questo e' il Vostro Parroco Don Liberato". I muli non si
scomposero nemmeno quando dal sedile del carretto si alzò un uomo di
piccola, ma robusta statura, vestito con saio, un cordone pendeva
dalla cintura ed ai piedi un paio di sandali; non aveva calze.
Sovrastando la folla, che diventava sempre più numerosa, accennò ad
un segno di croce, proprio mentre uno dei muli fece un movimento
brusco con la testa, spostando la stanga del carretto ed obbligando
Don Liberato a ritirare la mano per appoggiarla sulla sponda del
sedile, per non cadere.
Fu aiutato a scendere fra grida: "Viva il Parroco!!".
Piccolo e tarchiato nel suo saio: ma era il nostro Parroco. Le
campane accompagnarono il corteo con i loro festosi rintocchi fino
alla vicina Chiesa di Santa Gemma, stracolma di parrocchiani,
congregatisi più per curiosità che per pregare. Don Liberato salì
sull'altare e finalmente poté impartire la benedizione con la Sua
mano piuttosto tozza e le dita ingiallite dal fumo delle sigarette.
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La vita trascorreva nella tranquillità e nella
monotonia del Paese di montagna, tra un matrimonio, un battesimo e
più frequenti funerali. Don Liberato si era, ormai, inserito tra la
gente. Il saio aveva lasciato il posto alla tonaca nera, cucitagli
dal sarto di Ortona ed ai piedi un paio di scarpe nere, a volte
sporche di fango. Si era sistemato in una casa dietro il campanile e
dal suo balcone partivano robuste corde legate ai batacchi delle
quattro campane, sistema che gli permetteva di suonare le sue
campane senza dover salire i numerosi e pericolanti gradini di legno
del campanile.
Come Parroco non sembrava avesse voglia di prendere
iniziative nella cura della chiesa, ma si prodigava nel portare in
chiesa soprattutto ragazzi ed uomini, almeno durante i primi anni.
La messa della domenica e delle Feste registrava un'affluenza
notevole e la questua veniva ripartita tra i quattro o più
chierichetti che facevano a gara nell' accompagnare il generoso
sacerdote sull'altare.
I primi problemi per Don Liberato vennero con
l'inizio della costruzione della nuova chiesa parrocchiale... I
lavori iniziarono con la demolizione del bel campanile in pietra
-simile al campanile della chiesa di Ortona dei Marsi-, delle arcate
scolpite della chiesa distrutta dal terremoto del 1915 e dei
pilastri anch'essi lavorati da sapienti scalpelli di alcuni secoli
fa. Tutti quei reperti architettonici vennero ceduti per una
manciata di lire dal Parroco, ignaro del loro valore. La popolazione
iniziò a mormorare e ad accusare velatamente, prima e apertamente,
dopo, di aver privato il paese di quei pochi resti di antichità che
il terremoto non aveva potuto distruggere. Da allora -e siamo
intorno al 1955- "le azioni" di Don Liberato cominciarono a perdere
valore, nonostante l'alienazione delle pietre era stata considerata
dall'inconscio sacerdote come un'azione per sgomberate dalle macerie
l'area dell'antica chiesa demolita. Si cominciarono a formare due
fazioni: una in difesa e l'altra d'accusa.
Superato il momento di crisiì, il popolo tutto lo
accompagnò nell' anniversario dei suoi dieci anni di sacerdozio, con
il Coro che ebbe a interpretare canzoni appositamente create per
l'occasione. Don Liberato era vivamente commosso e la Sua
riconoscenza venne manifestata con una magnifica festa dove il vino
scorreva a "fiumi" ed i panini sembravano provenire dalla
moltiplicazione dei pani e ... prosciutto.
Era
l'epoca della rinascita dell'Italia, della crescita economica, della
ricostruzione, delle emigrazioni in Belgio, Francia e Germania,
delle raccomandazioni in generale.. .
Don Liberato, al margine della sua attività
pastorale, iniziò la sua opera di aiuto ai "cafoni" che non potevano
viaggiare a L'Aquila per sbrigare le pratiche per il passaporto e
per l'espatrio. Tale opera di semplice aiuto, al principio, lo
cominciò ad assorbire quasi quotidianamente, quasi fosse il titolare
di un'agenzia di servizi per una clientela ormai non più
circoscritta alla popolazione di Bisegna e San Sebastiano. Lo
contattavano da tutta la provincia dell' Aquila, soprattutto quanto
un nuovo filone di "servizi", quello delle pensioni, improvvisamente
si aprì all'orizzonte. Don Liberato aveva ormai contatti in tutti
gli Uffici Pubblici ed otteneva quello che i suoi clienti si
aspettavano da lui: passaporti, contratti di lavoro all'estero, ma
soprattutto PENSIONI.
Di giovani e non più giovani, Don Liberato ne mandò
moltissimi a lavorare all'estero! E di pratiche di pensioni ne ha
aperte a migliaia, quasi tutte con esito positivo.
Rimase a Sebastiano e Bisegna per più di 35 anni. Con
i suoi pregi ed i suoi difetti, benvoluto dai più e malvisto o
criticato da pochi, Don Liberato può essere descritto come un uomo
semplice ed il classico curato di campagna di una volta, di scarsa
cultura, ma di una generosità enorme; facilmente irritabile,
gridava, offendeva ed inveiva, ma con altrettanta facilità si
scusava con le lagrime agli occhi. Debole con i forti e forte con i
deboli, aveva sempre l'umiltà di riconquistare un'amicizia chiedendo
perdono. Un uomo volubile, un pastore non sempre all'altezza della
sua missione, ma una persona che ha saputo conquistare una simpatia
speciale anche nelle avversità. Di Lui si ricorderanno, con un
sorriso, quelle vicende giudiziarie, ma con gratitudine tutto il
prodigarsi a favore della povera gente che, grazie alla sua
intraprendenza, può vivere oggi una vita serena, grazie alla
pensione procurata da un parroco di campagna del quale la
popolazione di San Sebastiano, in particolare, conserva un grato
ricordo. |