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PARLANO ANCORA

DON LIBERATO PORRECA

Nato a S.Benedetto il 20 aprile 1922

      Morto a Nerola il 9 novembre 1995

 

Ecco come ha tratteggiato la figura di don Liberato Giovanni Grassi di San Sebastiano dei Marsi, dove il sacerdote è stato parroco dal febbraio del 1951 al giugno del 1988:

 Don Settimio era partito da poco e la parrocchia era rimasta, per qualche mese, senza Sacerdote. Alcuni cittadini avevano chiesto al Vescovo di inviare un nuovo Parroco al più presto possibile, ma i giorni passavano senza novità.

Il telegramma della Curia arrivò un freddo pomeriggio di febbraio del 1951: "Nuovo Parroco Rev. Liberato Porreca arriverà costà giorno mercoledì 21 febbraio...". Quel giorno era finalmente arrivato, ma nessuno sapeva quando e come Don Liberato sarebbe arrivato. Si costituirono, così, dei "gruppi" di osservazione fin dal mattino del 21, giornata che si presentava con cielo coperto e freddo penetrante... Qualche camioncino era passato sferragliando nel corso della mattinata, senza fermarsi; nel pomeriggio era apparso solo il carretto di Luigi con il suo carico di vino. Qualcuno osservò': "Non e' il prete quello lì! Non ha la tonaca nera..". "Forse ha una coperta addosso", soggiunse un altro... Il carretto si avvicinava lentamente: due ragazzi gli corsero incontro, si fermarono vicino ai muli e tornarono indietro trafelati: "E' un Monaco!", gridarono alla folla che, al fine, decise di accorciare la distanza con il mezzo di trasporto. L'incontro avvenne alla prima casa del paese. Luigi non ebbe difficoltà a fermare i muli ed annunciò: "Questo e' il Vostro Parroco Don Liberato". I muli non si scomposero nemmeno quando dal sedile del carretto si alzò un uomo di piccola, ma robusta statura, vestito con saio, un cordone pendeva dalla cintura ed ai piedi un paio di sandali; non aveva calze. Sovrastando la folla, che diventava sempre più numerosa, accennò ad un segno di croce, proprio mentre uno dei muli fece un movimento brusco con la testa, spostando la stanga del carretto ed obbligando Don Liberato a ritirare la mano per appoggiarla sulla sponda del sedile, per non cadere.

Fu aiutato a scendere fra grida: "Viva il Parroco!!". Piccolo e tarchiato nel suo saio: ma era il nostro Parroco. Le campane accompagnarono il corteo con i loro festosi rintocchi fino alla vicina Chiesa di Santa Gemma, stracolma di parrocchiani, congregatisi più per curiosità che per pregare. Don Liberato salì sull'altare e finalmente poté impartire la benedizione con la Sua mano piuttosto tozza e le dita ingiallite dal fumo delle sigarette.

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La vita trascorreva nella tranquillità e nella monotonia del Paese di montagna, tra un matrimonio, un battesimo e più frequenti funerali. Don Liberato si era, ormai, inserito tra la gente. Il saio aveva lasciato il posto alla tonaca nera, cucitagli dal sarto di Ortona ed ai piedi un paio di scarpe nere, a volte sporche di fango. Si era sistemato in una casa dietro il campanile e dal suo balcone partivano robuste corde legate ai batacchi delle quattro campane, sistema che gli permetteva di suonare le sue campane senza dover salire i numerosi e pericolanti gradini di legno del campanile.

Come Parroco non sembrava avesse voglia di prendere iniziative nella cura della chiesa, ma si prodigava nel portare in chiesa soprattutto ragazzi ed uomini, almeno durante i primi anni. La messa della domenica e delle Feste registrava un'affluenza notevole e la questua veniva ripartita tra i quattro o più chierichetti che facevano a gara nell' accompagnare il generoso sacerdote sull'altare.

I primi problemi per Don Liberato vennero con l'inizio della costruzione della nuova chiesa parrocchiale... I lavori iniziarono con la demolizione del bel campanile in pietra -simile al campanile della chiesa di Ortona dei Marsi-, delle arcate scolpite della chiesa distrutta dal terremoto del 1915 e dei pilastri anch'essi lavorati da sapienti scalpelli di alcuni secoli fa. Tutti quei reperti architettonici vennero ceduti per una manciata di lire dal Parroco, ignaro del loro valore. La popolazione iniziò a mormorare e ad accusare velatamente, prima e apertamente, dopo, di aver privato il paese di quei pochi resti di antichità che il terremoto non aveva potuto distruggere. Da allora -e siamo intorno al 1955- "le azioni" di Don Liberato cominciarono a perdere valore, nonostante l'alienazione delle pietre era stata considerata dall'inconscio sacerdote come un'azione per sgomberate dalle macerie l'area dell'antica chiesa demolita. Si cominciarono a formare due fazioni: una in difesa e l'altra d'accusa.

Superato il momento di crisiì, il popolo tutto lo accompagnò nell' anniversario dei suoi dieci anni di sacerdozio, con il Coro  che ebbe a interpretare canzoni appositamente create per l'occasione. Don Liberato era vivamente commosso e la Sua riconoscenza venne manifestata con una magnifica festa dove il vino scorreva a "fiumi" ed i panini sembravano provenire dalla moltiplicazione dei pani e ... prosciutto.

 Era l'epoca della rinascita dell'Italia, della crescita economica, della ricostruzione, delle emigrazioni in Belgio, Francia e Germania, delle raccomandazioni in generale.. .

Don Liberato, al margine della sua attività pastorale, iniziò la sua opera di aiuto ai "cafoni" che non potevano viaggiare a L'Aquila per sbrigare le pratiche per il passaporto e per l'espatrio. Tale opera di semplice aiuto, al principio, lo cominciò ad assorbire quasi quotidianamente, quasi fosse il titolare di un'agenzia di servizi per una clientela ormai non più circoscritta alla popolazione di Bisegna e San Sebastiano. Lo contattavano da tutta la provincia dell' Aquila, soprattutto quanto un nuovo filone di "servizi", quello delle pensioni, improvvisamente si aprì all'orizzonte. Don Liberato aveva ormai contatti in tutti gli Uffici Pubblici ed otteneva quello che i suoi clienti si aspettavano da lui: passaporti, contratti di lavoro all'estero, ma soprattutto PENSIONI. 

Di giovani e non più giovani, Don Liberato ne mandò moltissimi a lavorare all'estero! E di pratiche di pensioni ne ha aperte a migliaia, quasi tutte con esito positivo.

Rimase a Sebastiano e Bisegna per più di 35 anni. Con i suoi pregi ed i suoi difetti, benvoluto dai più e malvisto o criticato da pochi, Don Liberato può essere descritto come un uomo semplice ed il classico curato di campagna di una volta, di scarsa cultura, ma di una generosità enorme; facilmente irritabile, gridava, offendeva ed inveiva, ma con altrettanta facilità si scusava con le lagrime agli occhi. Debole con i forti e forte con i deboli, aveva sempre l'umiltà di riconquistare un'amicizia chiedendo perdono. Un uomo volubile, un pastore non sempre all'altezza della sua missione, ma una persona che ha saputo conquistare una simpatia speciale anche nelle avversità. Di Lui si ricorderanno, con un sorriso, quelle vicende giudiziarie, ma con gratitudine tutto il prodigarsi a favore della povera gente che, grazie alla sua intraprendenza, può vivere oggi una vita serena, grazie alla pensione procurata da un parroco di campagna del quale la popolazione di San Sebastiano, in particolare, conserva un grato ricordo.