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Ordinato sacerdote dal vescovo Bagnoli il 7 agosto
1938.
E’ stato parroco di Sperone, poi di Poggio Cinolfo ed
infine di Massa d’Albe.
Il prof. Dino Cerqua così
lo ricorda:
Don Fernando G. Mercuri arriva a Massa d'Albe,
parrocchia dei SS. Fabiano e Sebastiano, nel Dicembre del 1950: un
anno assai tormentato per la parrocchia, tant’è vero che, per
riportarvi la tranquillità e la pace, il Vescovo, Mons. Domenico
Valeri, fu costretto a recarsi a Massa. E dopo tormentate vicende
tra i Massetani, i confratelli dell’ Immacolata e il Vescovo, fu
nominato parroco Don Fernando Mercuri, che insieme con i
confratelli, concordò con il Vescovo un calendario delle funzioni da
celebrarsi nella chiesa dell’ Immacolata: detto calendario è tuttora
affisso all'interno della medesima chiesa.
Comunque. da quel dicembre; Don Fernando ha
funzionato, come prescritto, in modo tale, da riportare la pace e
soddisfare la devozione mariana; anzi collaborò con i congregati per
raggiungere le finalità della confraternita: accompagnare all'ultima
dimora i morti e recitare l'ufficio dei defunti e le sante messe in
loro suffragio.
Tutto si è, per cinquant' anni, svolto nella più
grande normalità e nella più appagante serenità, soprattutto perché
don Fernando viveva una profonda devozione per la Madonna che
venerava e invocava, ogni sera, con il santo rosario, recitato,
prima della benedizione eucaristica, da lui e dai fedeli.
Ma la personalità di Don Fernando non potrebbe
emergere nella sua pienezza, se non si tenessero nel debito conto
alcuni punti essenziali del suo ministero. Una era l'aspirazione
fondamentale di Fernando: lodare Dio nel modo più solenne possibile.
A ciò tendeva la sua smania di rendere "bella", "pulita" la chiesa;
a ciò aspirava il suo occhio che voleva "linde" e "preziose" le
tovaglie dell' altare e "freschi" e "profumati" i suoi fiorii.
E quanto ha lavorato per preparare la Schola cantorum
per accompagnare le sacre funzioni! Si è anche sacrificato per
dotare la chiesa di un organo che allietasse il tutto. Egli non
riteneva possibile una festività senza "canti".
Ma. .. non era soltanto esteriorità e folklore. Egli
sapeva raccogliersi in preghiera e riusciva a condurre alla
meditazione più silenziosa davanti al tabernacolo. Era innamorato
dell' eucaristia: negli ultimi tempi invitava con parole commosse
tutti a visitare il "solitario prigioniero".
Lode pubblica e solenne e meditazione raccolta
e silenziosa!
Spesso è stato sorpreso inginocchiato presso l'altare
con la testa chinata e gli occhi incerti tra il sorriso e il pianto!
Allora traspariva la consapevolezza d'essere stato eletto ad una
missione divina e la certezza d'essere un uomo, come tutti,
caratterizzato da limiti.
Nelle sensazioni provate in questi eccezionali
momenti è, forse, nascosta la chiave segreta che spiega alcuni
comportamenti di Don Fernando. Egli, infatti, è stato sempre
"geloso" dei bambini da lui preparati alla Prima Comunione. A
nessuno, mai, ha permesso che i comunicandi fossero "distratti" in
quei giorni: voleva che, guidati da chi li aveva formati, "stessero
con Gesù Eucaristia". Egli, tanto attaccato ai canti e alla
solennità, in quel giorno preferiva che i bambini ascoltassero ciò
che loro diceva Gesù, per cui rifiutava i canti e il frastuono.
Permetteva solo che si leggessero loro preghiere semplicissime e
brevi. Era convinto che Gesù sa parlare ai bimbi e che questi Lo
capiscono. Questa fiducia in Gesù era presente anche nella lettura
del Vangelo e della Bibbia: occorre leggere e ascoltare ciò che Gesù
sa suggerire a ciascuno, secondo la propria cultura e secondo la
propria maturità religiosa. Per questo nelle omelie, più che
approfondire, grazie a studi biblici, leggeva e rileggeva la "Parola
di Dio" convinto che ai puri e semplici Egli sa parlare.
Poi aveva una dote speciale: sapeva, con chiarezza e
sicurezza, intuire chi avrebbe voluto servirsi della religione per
"servire" sé o la politica. Con questi era feroce, non si è mai
interessato di politica ed ha sempre vituperato chi vedeva nella
religione un mezzo per fini umani.
Sì, egli ha fatto leva sulla fede, sulla religione,
ma solo perché si ottenesse un "pugnetto di riso" per i poveri del
Burkina Faso o per Padre Celestino Di Giovambattista e per i suoi
lebbrosi o diseredati di questo ingiusto mondo.
Un prete di campagna che agiva con la
meditazione, la preghiera e soprattutto il Rosario.
Forse per questo alcuni Vescovi della diocesi,
spesso si ritiravano alcune ore nella sua canonica.
Per questo, sulla sua tomba, i parrocchiani
scrissero:
"A te, Sacerdote, umile, generoso e pio".
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