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PARLANO ANCORA

DON VINCENZO BIANCHI

Nato a Cese il 12 novembre 1910

      Morto a Cese il 23 agosto 1995

 

Don Vincenzo è stato ordinato sacerdote, dopo aver compiuto gli studi regolari nel diocesano di Avezzano e nel Regionale di Chieti, dal vescovo Bagnoli il 2 agosto 1936, nella chiesa di S. Giovanni in Avezzano.

Egli fu nominato parroco, subito dopo cantata messa, a Tremonti dove rimase per dieci anni fino al 1 ottobre 1946, allorché fu trasferito alla parrocchia di Antrosano, dove è rimasto fino al 1988, quando diede le dimissioni al vescovo Terrinoni non solo per l’ età, ma soprattutto perché non poteva più guidare l’ automobile per difetti della vista.

Don Vincenzo subito si impegnò per costruire la canonica ed altri locali per la pastorale parrocchiale.

Egli ha vissuto i suoi ultimi anni a Cese presso la famiglia.

 

Ecco alcuni ricordi di Don Vincenzo rievocati da Maria Grazia Lorenza Di Rocco:

Don Vincenzo aveva un piglio severo, un passo sempre molto svelto. Aveva un modo particolare di salire i gradini dell'altare tenendosi con la mano sinistra la tonaca per non inciampare e con la desta si faceva il segno di croce davanti al Santissimo.

Alcuni decenni fa era in uso, almeno al mio paese, che quando si faceva la prima comunione si sceglieva fra le compagne (o i compagni) una che sarebbe stata la madrina "la comare di comunione". Un anno, tra quelli che facevano la prima comunione c'era anche una bambina che era considerata la "semplice" del paese e naturalmente era emarginata, e perciò nessun' altra bambina la voleva come "comare" di comunione. Don Vincenzo, nonostante fosse brusco e taciturno, conosceva l'animo umano in profondità, allora prese in disparte una bambina tra le più sensibili del paese, anche perché proveniva da una famiglia aperta e attenta ai problemi dei figli e del paese, e la convinse a scegliere come "comare di comunione" Clara, la quale da quel giorno si sentì legata a quella persona per tutta la vita, infatti la chiamò sempre comare e ci fu un sincero legame da parte di tutte e due.

Don Vincenzo ci teneva tanto ai bambini e ai giovani, infatti volle l'Azione Cattolica cui partecipavano sia i maschi che le femmine ( separati come si usava allora).

Anche per quanto riguarda la catechesi di preparazione ai sacramenti era molto attento e pur facendosi aiutare da alcune signorine del paese, interveniva spesso anche lui e ci teneva le lezioni più difficili. Quando ci interrogava era molto severo ma quando eravamo preparati ci dava le "gallette" che erano dei biscotti secchi, per noi molto buoni.

Le campane della chiesa a seconda dell'evento avevano un suono: a festa per la Messa, rintocchi lenti e cupi per indicare che in paese era morto qualcuno o per il funerale. Siccome non c'era la televisione, né la palestra, né la scuola di musica, già a un quarto alle tre eravamo sotto la finestra della casa parrocchiale a gridare "Domingé, potemo sonà?". Don Vincenzo si affacciava alla finestra, ci lanciava un pacchetto di gallette e ci diceva di aspettare un altro po' perché era presto. Quando non si affacciava era perché aveva finito le gallette e si dispiaceva di vederci attendere inutilmente.

Un pomeriggio al grido: “Domingè, potemo sonà!" lui ci diede il permesso, ma ci attaccammo forse in dieci alla fune della campana sbagliata e per di più tira tu e tiro io suonammo a morto e ce ne accorgemmo solo quando arrivò don Vincenzo e ci diede qualche scappellotto, dopo di ché continuò a suonare lui nel modo giusto.

Dopo aver ricevuto la prima comunione si usava andare alla Messa mattutina per un mese di seguito,  e perciò si andava la mattina presto, prima di andare a scuola e, siccome dovevamo fare la comunione, rimanevamo digiuni dalla sera precedente. Il più delle volte vuoi per un calo glicemico, vuoi per l'odore della cera e dell'incenso, qualche bambina si accasciava sulla sedia; allora don Vincenzo faceva un cenno alla perpetua e Benigna (questo era il nome della perpetua) prendeva quella bambina, la portava alla casa parrocchiale, le faceva un bel caffè e due gallette e la riportava in chiesa quando la messa era appena finita. Vuoi per emulazione, vuoi per andare a far colazione con Benigna, quasi tutte le mattine si sentiva male una bambina diversa.

     Un’altra tradizione che ricordo era la processione  in determinati giorni dell'anno, alle quattro croci poste fuori il paese.

Con la sua utilitaria Don Vincenzo andava ad Avezzano piano, ma proprio piano: tutti i paesani riconoscevano il rumore della macchina di don Vincenzo ed erano concordi nel dire che non avena mai messo la terza e la quarta marcia.