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Don Vincenzo è stato ordinato sacerdote, dopo aver
compiuto gli studi regolari nel diocesano di Avezzano e nel
Regionale di Chieti, dal vescovo Bagnoli il 2 agosto 1936, nella
chiesa di S. Giovanni in Avezzano.
Egli fu nominato parroco, subito dopo cantata messa,
a Tremonti dove rimase per dieci anni fino al 1 ottobre 1946,
allorché fu trasferito alla parrocchia di Antrosano, dove è rimasto
fino al 1988, quando diede le dimissioni al vescovo Terrinoni non
solo per l’ età, ma soprattutto perché non poteva più guidare l’
automobile per difetti della vista.
Don Vincenzo subito si impegnò per costruire la
canonica ed altri locali per la pastorale parrocchiale.
Egli ha vissuto i suoi ultimi anni a Cese presso la
famiglia.
Ecco alcuni ricordi di Don Vincenzo rievocati da
Maria Grazia Lorenza Di Rocco:
Don Vincenzo aveva un piglio severo, un passo sempre
molto svelto. Aveva un modo particolare di salire i gradini
dell'altare tenendosi con la mano sinistra la tonaca per non
inciampare e con la desta si faceva il segno di croce davanti al
Santissimo.
Alcuni decenni fa era in uso, almeno al mio paese,
che quando si faceva la prima comunione si sceglieva fra le compagne
(o i compagni) una che sarebbe stata la madrina "la comare di
comunione". Un anno, tra quelli che facevano la prima comunione
c'era anche una bambina che era considerata la "semplice" del paese
e naturalmente era emarginata, e perciò nessun' altra bambina la
voleva come "comare" di comunione. Don Vincenzo, nonostante fosse
brusco e taciturno, conosceva l'animo umano in profondità, allora
prese in disparte una bambina tra le più sensibili del paese, anche
perché proveniva da una famiglia aperta e attenta ai problemi dei
figli e del paese, e la convinse a scegliere come "comare di
comunione" Clara, la quale da quel giorno si sentì legata a quella
persona per tutta la vita, infatti la chiamò sempre comare e ci fu
un sincero legame da parte di tutte e due.
Don Vincenzo ci teneva tanto ai bambini e ai giovani,
infatti volle l'Azione Cattolica cui partecipavano sia i maschi che
le femmine ( separati come si usava allora).
Anche per quanto riguarda la catechesi di
preparazione ai sacramenti era molto attento e pur facendosi aiutare
da alcune signorine del paese, interveniva spesso anche lui e ci
teneva le lezioni più difficili. Quando ci interrogava era molto
severo ma quando eravamo preparati ci dava le "gallette" che erano
dei biscotti secchi, per noi molto buoni.
Le campane della chiesa a seconda dell'evento avevano
un suono: a festa per la Messa, rintocchi lenti e cupi per indicare
che in paese era morto qualcuno o per il funerale. Siccome non c'era
la televisione, né la palestra, né la scuola di musica, già a un
quarto alle tre eravamo sotto la finestra della casa parrocchiale a
gridare "Domingé, potemo sonà?". Don Vincenzo si affacciava alla
finestra, ci lanciava un pacchetto di gallette e ci diceva di
aspettare un altro po' perché era presto. Quando non si affacciava
era perché aveva finito le gallette e si dispiaceva di vederci
attendere inutilmente.
Un pomeriggio al grido: “Domingè, potemo sonà!" lui
ci diede il permesso, ma ci attaccammo forse in dieci alla fune
della campana sbagliata e per di più tira tu e tiro io suonammo a
morto e ce ne accorgemmo solo quando arrivò don Vincenzo e ci diede
qualche scappellotto, dopo di ché continuò a suonare lui nel modo
giusto.
Dopo aver ricevuto la prima comunione si usava andare
alla Messa mattutina per un mese di seguito, e perciò si
andava la mattina presto, prima di andare a scuola e, siccome
dovevamo fare la comunione, rimanevamo digiuni dalla sera
precedente. Il più delle volte vuoi per un calo glicemico, vuoi per
l'odore della cera e dell'incenso, qualche bambina si
accasciava sulla sedia; allora don Vincenzo faceva un cenno alla
perpetua e Benigna (questo era il nome della perpetua) prendeva
quella bambina, la portava alla casa parrocchiale, le faceva un bel
caffè e due gallette e la riportava in chiesa quando la messa era
appena finita. Vuoi per emulazione, vuoi per andare a far colazione
con Benigna, quasi tutte le mattine si sentiva male una bambina
diversa.
Un’altra tradizione che ricordo era la
processione in determinati giorni dell'anno, alle quattro
croci poste fuori il paese.
Con la sua utilitaria Don Vincenzo andava ad Avezzano
piano, ma proprio piano: tutti i paesani riconoscevano il rumore
della macchina di don Vincenzo ed erano concordi nel dire che non
avena mai messo la terza e la quarta marcia.
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