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GIULIO RAIMONDO MAZZARINO

CARDINALE

PRIMO MINISTRO DI FRANCIA

 

La nascita

2 La fanciullezza e il Collegio Romano

3 Nuovi fermenti culturali

4 Luci ed ombre

5 Viaggio in Spagna, prima avventura

           sentimentale, la laurea

6 Una situazione intricata

7 Il Capitano Mazzarino

8 Il primo successo

9 Richelieu scopre Mazzarino

10 Cittadino francese - La porpora

11 Primo Ministro del Re di Francia

12 Anna e Mazzarino

13 Rocroy e gli "Importanti"

14 La prima biblioteca pubblica

15 Mazzarino e l'Opera musicale

16 Il Congresso di Westfalia

17 Azioni militari durante il Congresso

18 Vittorie militari e miseria sociale

 

19 Barricate a Parigi

20 La fronda parlamentare

21 I Nobili si coalizzano

22 La fronda dei nobili

23 L' esilio

24 Il ritorno dall' esilio

25 Dispersa la biblioteca Mazzarino

26 Mazzarino si allontana di nuovo

27 Il Re e Mazzarino tornano e Parigi

28 Il Cardinale di Retz e i Giansenisti

29 Difficoltà economiche e ripresa

              culturale

30 Ripresa della politica estera

31 Il Re s'innamora

32 Il matrimonio di Luigi XIV

33 L' ultima malattia e il testamento

34 Il Collegio delle Quattro Nazioni

35 La morte

36 Mazzarino oggi

 

LA NASCITA

 

«II giorno 14 luglio 1602 - Giulio Raimondo figlio del Signor Pietro Mazzarino Palermitano e della di lui moglie signora Ortenzia è stato battezzato da me don Pasquale Pippo e lo tenne al sacro fonte battesimale l'ostetrica Cristina».

Queste parole si trovano scritte in latino in un registro dei Battezzati della cattedrale di Pescina (AQ), sorprendentemente salvatosi dalla distruzione toccata a tanti altri documenti, che farebbero la gioia degli studiosi di storia locale. Anzi, per essere più precisi, il registro che contiene gli atti di battesimo amministrati in quella chiesa dal 1601 al 1613 ancora c'è, ma il foglio n° 13, che conteneva l'atto di battesimo di Mazzarino, è scomparso. Si conosce tuttavia di esso una copia autentica trascritta dal canonico Giacomo Mellorio e sottoscritta dal notaio Giovanni Antonio De Lucis il 14 maggio 1961.

Il cardinale Mazzarino, uno dei più illustri personaggi della storia europea moderna, primo ministro di Luigi XIV re di Francia, è nato, dunque, a Pescina, ma pescinese non è. Il padre, Pietro, era oriundo della Sicilia ed era emigrato a Roma, forse su invito di uno zio gesuita e letterato. Egli si era fatto strada con l'ingegno del bravo amministratore, riuscendo a farsi benvolere dalla famiglia Colonna, che, a quel tempo, faceva parte della più potente nobiltà romana. Pietro aveva sposato Ortenzia Buffalini, originaria dell'Umbria, anch'essa venuta a Roma con la famiglia e gravitante nell'orbita dei Colonna; era anche figlioccia del connestabile di Napoli, don Filippo.

Un fratello di Ortenzia aveva dei benefici ecclesiastici nel territorio di Pescina e qui soleva mandare il cognato Pietro per l'amministrazione dei suoi beni. Fu appunto durante uno di questi soggiorni a Pescina che venne alla luce il primogenito di Pietro e Ortenzia, Giulio Raimondo.

Il caso che l'illustre personaggio sia nato a Pescina non sembra del tutto fortuito. Infatti, i coniugi Mazzarino a Pescina disponevano anche di una casa, di cui si può ancora vedere qualche muro e la loggia, e i loro viaggi nel centro marsicano, specialmente durante l’estate, dovevano essere frequenti. Ciò è stato confermato da una scoperta recente,  che ha portato a ritrovare sullo stesso registro dei battesimi della cattedrale di Santa Maria delle Grazie l'atto di nascita di un altro dei fratelli del famoso Primo Ministro, Alessandro, battezzato il 1° settembre 1605 dallo stesso prete don Pasquale Pippo: Alessandro, poi, diventerà arcivescovo di Aix in Francia e, siccome era entrato nell'ordine dei Domenicani, prenderà il nome di Michele.                           .      

A Pescina, pertanto, Pietro Mazzarino veniva quasi tutti gli anni, in estate, per ragioni di lavoro, e vi portava spesso fa famiglia in villeggiatura. Non è superfluo al riguardo ricordare che la Marsica è stata sempre una meta di villeggiatura estiva per i romani, e non solo nei tempi moderni, ma anche nell'antichità imperiale e repubblicana, come ampiamente hanno documentato gli storici.

Pescina, all'inizio del secolo XVII era il centro più importante della zona, contava intorno ai tremila abitanti e si affacciava, dalla parte dell'oriente, sul lago Fucino, di cui si ammirava uno scorcio incantevole. Ai piedi delle rocce sulle quali la cittadina sorgeva, scorreva l'unico affluente di quel lago, il fiume Giovenco, ricco di trote e di altri pesci d’acqua dolce. A Pescina, nel 1580, era stata ufficialmente trasferita la sede vescovile dei Marsi, che prima si trovava a Marsia (oggi San Benedetto dei Marsi), ed era stata avviata dal vescovo Matteo Colli l'attuazione delle riforme deliberate nel Concilio di Trento; la diocesi comprendeva settanta parrocchie e diverse case religiose.

Un particolare curioso viene ricordato da tutti i biografi di Giulio Mazzarino. Il bambino, al momento della nascita, presentava, ben evidenti, due denti già messi e sviluppati. Il fatto era ritenuto segno che qualche cosa di straordinario attendesse nella vita il neonato. A Giulio, quando sarà divenuto cardinale e primo ministro, non dispiacerà scherzare su questo insolito presagio.

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. LA FANCIULLEZZA.

IL COLLEGIO ROMANO

 

Pietro e Ortenzia vivevano a Roma e stavano al servizio del connestabile di Napoli don Filippo Colonna, che, tra l’altro, aveva combinato anche il loro matrimonio Essi abitavano nel rione Trevi, non lontano dal palazzo dei Colonna, e frequentavano la chiesa dei santi Anastasio e Vincenzo. Giulio, soprattutto in compagnia della mamma, quasi quotidianamente andava in questa chiesa e, quando sarà diventato grande e potente, non dimenticherà quei lontani ricordi d’infanzia  e farà abbellire la facciata del tempio, che aveva riempito gli occhi e acceso la fantasia del fanciullo.

Questi, intanto, veniva rivelando, fin dagli anni della prima infanzia, un'intelligenza vivace e riflessiva rara. Ai genitori non potevano sfuggire le doti anche se solo ancora abbozzate, del loro primogenito. Essi cercarono di metterle in evidenza alla presenza dei potenti padroni, i Colonna, e così ottennero che Giulio fosse accettato come allievo nel Collegio Romano dei Gesuiti. Questo istituto scolastico e culturale, fondato una cinquantina di anni prima aveva raggiunto la celebrità delle grandi scuole e tale fu ritenuto per tutto il Seicento e il Settecento. Perfino Galilei aveva amici e aderenze all'interno di esso. Vi si insegnava teologia, sacra scrittura, filosofia scolastica, diritto canonico, ebraico, metafisica, etica, geometria, astronomia. La disciplina  era quanto mai severa, com'è appunto nella migliore tradizione dei Gesuiti.

L’allievo Giulio Mazzarino si applicò allo studio con impegno singolare e caparbio. Egli non era nobile, come invece lo erano tutti gli altri allievi suoi compagni, ma non voleva essere secondo a nessuno.

In genere gli storici e i biografi di Mazzarino accennano appena a questo periodo della sua vita, per poter subito passare ai grandi fatti che lo hanno reso celebre. Noi siamo convinti che furono proprio questi anni di formazione a plasmare la sua personalità, già copiosamente dotata per natura. Il rigoroso meccanismo della logica aristotelica strutturò il pensiero e la riflessione del giovane allievo; le sottigliezze della scolastica affinarono la capacità di cogliere significati e valori nelle sfumature delle parole e delle espressioni, sollecitando in lui quell’arte diplomatica in cui avrebbe spiegato in seguito tutta la sua genialità. Ma soprattutto lo studente Giulio Mazzarino aprì la mente a un concetto di cultura molto più ampio di quanto la mentalità del tempo suggerisse. Egli amò la cultura per se stessa, assimilò un vero culto per l'arte, specialmente per la musica, il teatro, la pittura, la scultura. Vedremo in seguito come queste qualità e questa educazione lo abbiano portato a iniziative innovatrici in tutti i campi.

Nel frattempo la sua condizione sociale di « familiare di nobili », ma non nobile, lo portava ad essere attento al comportamento degli altri, ad apprezzare ciò che nei compagni vi era di valido e di autentico e a scartare quello che di artificioso e di manieristico osservava nei loro atteggiamenti.

Egli, insomma, divenne un giovane eccezionale, amico di tutti, stimato dai superiori e ricercato dagli amici.

Dei suoi successi scolastici ci rimane notizia di una dissertazione da lui discussa dinanzi ai maestri ed ai condiscepoli in occasione dell'apparizione della cometa del 1618, molto luminosa e di cui si ha testimonianza dall'astronomo danese Longomontano. Era maestro di astronomia al Collegio Romano padre Grassi. Le argomentazioni e l'esposizione di Giulio Mazzarino riscossero unanimi ed entusiastici consensi. Ancora una volta venne confermata la complessità degli interessi culturali del nostro personaggio.

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NUOVI FERMENTI CULTURALI

 

Mentre Giulio Mazzarino si applicava agli studi come allievo del Collegio Romano, nel mondo culturale si sviluppavano fermenti che andavano operando un'autentica rivoluzione nella storia del pensiero e della mentalità dell'uomo.

Proprio durante i primi anni del Seicento, Galilei dava la riprova sperimentale alle teorie di Copernico e di Keplero, volgendo verso il cielo per la prima volta il cannocchiale. La terra non era più il centro dell'universo; i corpi celesti, sole luna stelle, erano come la terra; l'uomo riprendeva il dominio del creato con la sua ragione e le sue esperienze; nasceva la scienza moderna; il pensiero religioso era costretto a rientrare entro i limiti della propria competenza; le lettere classiche non erano più il solo campo in cui lo spirito umano si affinava, ma la natura, sperimentata conosciuta utilizzata, faceva germogliare una nuova sapienza, quella fertilizzata e vitalizzata dalla scienza. Si stava operando, insomma, la trasformazione di una conoscenza aprioristica, sistematicamente razionalistica, teoricamente dogmatica, in una conoscenza che faceva dell'ignoranza dell'uomo la condizione di umiltà necessaria per sapere, per fare, per essere autenticamente «signori» del creato.

Il secolo XVII «fu così fecondo per le scienze esatte, che per trovare un'altra epoca capace di reggere al confronto di esso è necessario risalire a quella in cui fiorirono i sommi geometri della Grecia » (G. Loria). Voler fare i nomi degli studiosi, degli scienziati, delle iniziative, delle istituzioni sorte in quel secolo in un modesto lavoro come il nostro, oltre ad essere fuori luogo, sarebbe presuntuoso. Ci limitiamo ad accennare sommariamente a qualche particolare che ci aiuti ad inquadrare meglio il personaggio che andiamo conoscendo, Giulio Mazzarino.

Questi, insieme ai suoi compagni di scuola e di divertimento, come i giovani di tutte le generazioni, ascoltava con curiosità i nuovi discorsi, le notizie che arrivavano da Padova, da Pisa, dalla Francia, dall'Olanda, da Praga sulle nuove teorie e sui nuovi metodi. La curiosità veniva ancor più sollecitata da quel senso di rivoluzionario che le nuove idee portavano nella società in cui essi vivevano. Quel Galilei che faceva muovere la terra e riduceva i cieli, cristallini e immobili fino allora, a palle vorticanti in uno spazio alla portata dei calcoli della mente umana, dava loro un nuovo ardire e apriva nuovi, anche se confusi, orizzonti. Nella disputa, poi, fra i loro maestri sulla difesa arroccata del passato e la facile evidenza della nuova scienza, non potevano essi non vedere un moto di liberazione dagli antichi schemi di una società per molti versi decadente e sorpassata. I nomi di Marsenne, di Giovambattista della Porta fondatore dell'Accademia degli Oziosi a Napoli, dei matematici Napier che diede il nome ai logaritmi, Pietro Antonio Cataldi algebrista e geometra, Bonaventura Cavalieri perfezionatore dei calcoli trigonometrici, di Federico Cesi che nel 1601 aveva fondato a Roma l'Accademia dei Lincei, dovevano rimbalzare nella mente sveglia del giovane Mazzarino e renderlo particolarmente attento a queste novità.

Un giorno, quando sarà potente e ricco abbastanza, prenderà egli stesso l'iniziativa di raccogliere i libri di quei grandi e offrirli, per la prima volta nella storia della cultura moderna, al pubblico degli studiosi. Ma di questo diremo a suo tempo.

Intanto, se il pensiero speculativo e scientifico attirava l'attenzione del giovane studente Giulio Mazzarino, il suo senso artistico gli faceva assimilare il più genuino spirito del Rinascimento italiano, di cui Roma era stata la culla e che ancora continuava a ispirare artisti sommi in tutti i campi.

Sotto le volte e le cupole maestose delle basiliche della Roma rinascimentale, l'animo del giovane si lasciava rapire dai possenti cori polifonici di Pier Luigi da Palestrina e degli imitatori di questi, i maestri delle «cappelle», come allora si chiamavano le scholae cantorum, musica che si fondeva mirabilmente con l'architettura grandiosa delle chiese erette da artisti come Michelangelo e Brunelleschi, riempiendone gli spazi ampi, per dare all'anima il respiro di una religiosità avvolgente e travolgente verso l'infinito e l'immenso.

Quando Giulio era ospite nelle case dei suoi amici nobili, non poteva non entusiasmarsi e commuoversi al fascino degli affreschi, delle tempere, delle tele, dei quali grandi pittori, fra i nomi più prestigiosi del tempo, avevano abbellite le stanze e i saloni, dove con sfarzo e lusso le corti principesche celebravano le feste e davano spettacoli. Qui Giulio Mazzarino provò i primi fremiti della passione, che lo accompagnerà per tutta la vita, per le cantate, i madrigali, le partite, i capricci, che i musicisti del tempo componevano in gran copia dando all'arte del suono un impulso decisivo di sviluppo.

A Roma, negli anni della giovinezza di Mazzarino, Girolamo Frescobaldi, con le sue innovazioni e le sue creazioni musicali, raggiungeva l'acme di un'epoca «aprendo ampie prospettive per il futuro», mentre nasceva il «melodramma», una «forma teatrale che aprirà nuove vie alla musica, alla poesia, alla danza, alla scenografia, divenendo un fatto di gusto e di cultura» (Fabbri).

Giulio Mazzarino fu attento a tutti questi fermenti del sapere e dell'arte e la sua mente rimase sempre aperta alle nuove espressioni del pensiero e della fantasia.

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LUCI ED OMBRE

 

II personaggio che fin qui abbiamo presentato potrebbe far pensare a un giovane senza difetti e dalla condotta irreprensibile. Noi non abbiamo aggiunto nulla a quel che la storia ci dice: essa ci fa sapere ancora che il giovane Giulio Mazzarino aveva anche i suoi lati meno accettabili e non certamente esemplari. Egli, per esempio, amava il gioco e gli piaceva nelle forme meno raccomandabili, preferendo appunto il gioco d'azzardo. Le condizioni economiche della sua famiglia, pur essendo discrete, non erano certo da paragonarsi a quelle dei suoi amici nobili. D'altra parte egli, per tenersi al ritmo della vita degli altri, aveva bisogno di denaro e non trovò di meglio per procurarselo che tentare la fortuna al gioco.

Il gioco più in voga a quei tempi erano i dadi: ad esso si abbandonavano nobili e plebei, soldati e borghesi, ecclesiastici e laici, ricchi e poveri. Giulio vi si dedicò con passione e con molta fortuna; vinceva quasi sempre. Questo particolare convinse gli altri e lui stesso di essere un uomo particolarmente fortunato. Mazzarino dirà sempre in seguito che nella sua vita la fortuna gli è stata favorevole e lo ha aiutato anche in affari molto più complessi e importanti che non il gioco.

Giulio era anche un bel ragazzo. I suoi biografi ci dicono concordi che egli era affabile, convincente, brillante e, pertanto, piaceva alle donne. Ma per mantenersi all'altezza di questa fama di giovane interessante e galante, aveva bisogno ancora di molto denaro. L'unica fonte per procurarselo rimaneva il gioco.

È facile che, parlando di un giovane che un giorno diventerà cardinale, ci si chieda quali fossero i suoi sentimenti religiosi e la sua condotta morale. Ebbene, Giulio Mazzarino, a quanto ne sappiamo, non si è mai posto esplicitamente una problematica religiosa. Egli seguiva le tendenze, le convinzioni e le convenzioni della società in cui viveva, ma senza drammi. Era religioso e cattolico, perché accettava la religione in cui era nato e non si è mai interrogato in profondità su di essa. Ci fu un tentativo, durante gli anni di studio, da parte dei Gesuiti, suoi maestri nel Collegio Romano, per far indossare l'abito religioso a un giovane così dotato e promettente, ma egli rifiutò senza esitazione e non se ne parlò più.

Quando Mazzarino sarà arrivato al vertice del potere, si troverà di fronte questioni teologiche che agiteranno tutto il mondo cattolico, quali il Giansenismo e il Gallicanesimo — di cui diremo più avanti — oltre alla questione del conflitto ancora vivo e acceso dei rapporti tra cattolici e protestanti, ma egli li vedrà e li affronterà solo sotto il risvolto diplomatico e politico, non entrando mai nel merito di essi.

Così Mazzarino non si porrà mai un problema etico-sociale, pur prestando attenzione alle iniziative che andavano svolgendosi in Italia e in Francia, sotto la spinta riformatrice del Concilio di Trento. Basti accennare alle grandiose opere sociali di San Vincenzo de' Paoli e della Chantal, Oltralpe, e a quelle di San Filippo Neri nella stessa Roma del Mazzarino, alle quali egli si interesserà solo marginalmente e sempre sotto l'angolo visuale della diplomazia e della politica.

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VIAGGIO IN SPAGNA.

PRIMA AVVENTURA SENTIMENTALE.

LA LAUREA «IN UTROQUE»

 

Giulio Mazzarino, sui 17 anni, ebbe un'occasione inaspettata per allargare la sua conoscenza del mondo e degli uomini. Egli era diventato amico intimo e confidente del figlio di don Filippo Colonna, connestabile di Napoli, il futuro cardinale Girolamo. Questi doveva recarsi in Spagna per studiare diritto all'università di Alcala, ancora celebre a quei tempi, ed anche per introdursi alla corte di Madrid, una delle più potenti di allora. Girolamo scelse come amico e compagno di viaggio e di studio Giulio, che accettò con entusiasmo.

Arrivati in Spagna, essi non trascurarono gli studi e gli altri doveri, ma trovarono il tempo e i modi anche per soddisfare la passione del gioco e per fare la corte alle donne.

Giulio non conobbe più freni e, nonostante che il giovane padrone Girolamo avesse stretto i lacci della borsa, continuò sulla strada dei divertimenti spenderecci. Egli aveva conosciuto anche una ragazza molto bella, figlia di un notaio di Madrid, della quale si era invaghito. Quando si trovò a corto di quattrini, vinse ogni reticenza e accettò un prestito dal notaio. Ma la fortuna sembrava averlo abbandonato e non poté più far fronte ai suoi impegni. Il notaio aveva capito che l'indole del giovane cliente era molto migliore di quanto le contingenti apparenze mostrassero: non gli sarebbe pertanto dispiaciuto far entrare nella propria famiglia un tipo intelligente e capace come l'italiano, amico di signori potenti. Egli perciò propose a Mazzarino di sposare la propria figlia e tutto sarebbe stato cancellato e dimenticato. Giulio, a cui la ragazza piaceva veramente, accettò e confidò tutto all'amico protettore Girolamo. Questi ascoltò pazientemente ogni cosa e si mostrò contento della felice soluzione. Ma il Colonna, che conosceva il valore del suo giovane protetto e intendeva avvalersi di lui in ben altro modo, non poteva perderlo così facilmente. Girolamo un giorno chiamò Giulio e gli disse che aveva urgente bisogno di comunicare al padre don Filippo delle notizie assai riservate; nessuno sarebbe stato più fidato di lui per far recapitare a Roma lettere così importanti. Giulio non poteva rifiutare il favore all'amico e padrone, il quale, oltre tutto, si offriva di pagare il debito al notaio, prima che il protetto partisse, perché non avesse timori e scrupoli.

Così Mazzarino tornò a Roma nel 1621. Girolamo nella lettera al padre non parlava d'altro che dell'avventura di Giulio; e a don Filippo non fu difficile convincere il giovane a restare a Roma. Qui egli si decise ad abbandonare la vita dissipata del gioco e delle donne: era ora che cominciasse a pensare al suo avvenire con più serietà e impegno. Difatti, si rimise a studiare e dopo qualche anno conseguì il titolo di dottore in utroque, cioè si laureò in diritto civile e in diritto canonico, presso il Collegio della Sapienza a Roma.

Si riaccese in lui anche l'amore per le arti. Raccontano i biografi che nel 1622, in occasione della canonizzazione di S. Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, e di S. Francesco Saverio, missionario nelle Indie, era stata allestita una recita scritta dal padre Vincenzo Guiniggi, ma all'ultimo momento era venuto a mancare l'attore principale, quello che doveva interpretare la parte di S. Ignazio. Fu chiamato Giulio, che in poco tempo apprese il testo, indossò i costumi del protagonista e fece una splendida recita: « Egli interpretò con genialità il Santo che aveva combattuto le potenze del male e aveva trionfato sull'eresia ». Fu un autentico successo e la stima verso il giovane intelligente e versatile continuò a crescere fra i coetanei e fra i superiori.

Dobbiamo notare, però, a questo punto, che Giulio Mazzarino divenne un intenditore delle arti, un amatore dal gusto raffinato, ma non era un artista. Col passare del tempo questa caratteristica diventerà sempre più evidente ed egli si trasformerà in uno dei più celebri collezionisti di opere d'arte. Così egli sarà un uomo istruito e attento ai fatti della cultura, ma non un uomo di studi.

Tutto l'orientamento della sua vita si volgerà all'azione, alla diplomazia, alla politica, all'organizzazione.

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UNA SITUAZIONE INTRICATA

 

II 1625 fu l'anno in cui Giulio Mazzarino uscì da Roma per iniziare una carriera che lo porterà molto lontano. Per ben comprendere la strada sulla quale egli mosse i primi passi, è necessario tracciare un quadro della situazione. Naturalmente, ci limiteremo a tratteggiare solo alcune linee principali e sommarie del complesso e intricato groviglio di cause avvenimenti e conseguenze, politiche militari e religiose, che nei primi decenni del Seicento tormentarono tutta l'Europa.

Si era in pieno svolgimento di quella che nei manuali di storia viene chiamata «guerra dei trent'anni». Sullo scacchiere europeo due nazioni, o, per essere più precisi, due monarchie svolgevano una partita decisiva: quella spagnola e quella francese. Sul trono di Spagna sedeva Filippo IV, eletto re a sedici anni, e ne dirigeva la politica Guzmàn de Olivares; su quello francese c'era Luigi XIII, che aveva chiamato proprio in quei giorni il cardinal Richelieu a far parte del Consiglio della Corona: e questi era il vero artefice della politica francese.

La posta in giuoco di queste due grandi potenze del tempo era la supremazia militare, politica e diplomatica sul vecchio continente. Esse, però, si trovavano in posizioni diverse. La Spagna, con la conquista dell'America e con l'impero di Carlo v, aveva conosciuto un periodo incontrastato di dominio e di ricchezza, ma ora assisteva, senza l'energia sufficiente per reagirvi, all'inizio di una decadenza lenta e inesorabile. La Francia era  appena uscita dalla fase più acuta di una crisi interna gravissima, per l'uccisione del re Enrico IV e la reggenza della regina Maria dei Medici, da tutti ritenuta incapace e bigotta, a nome del figlio Luigi XIII di soli otto anni. Ma quella della Francia può essere considerata una crisi di crescenza e quindi essa si sentiva in posizione di attacco, mentre la Spagna doveva sostenere il ruolo di una posizione di difesa.

Attorno ai due grandi si agitavano altri troni e altre casate, più o meno importanti ma che avevano sempre il loro peso, soprattutto come zone di dominio o d'influenza da parte della Francia e della Spagna.

L'imperatore d'Austria, che apparteneva alla stessa casa del re di Spagna, cercava di difendere se stesso, appoggiando la politica di Sua Maestà Cattolica, ma costretto a favorire i prìncipi e i vescovi protestanti sui quali si reggeva il suo trono.

Il re d'Inghilterra cercava di consolidare il suo potere contrastando in special modo la Spagna sul mare, dove questa ancora contava una forza preponderante.

C'era infine l'Italia, il campo più delicato, su cui avvenivano l'incontro e lo scontro di tanti interessi contrastanti.

Nella Penisola il Regno di Napoli faceva parte dell'impero spagnolo. A nord il Ducato di Milano era anch'esso legato alla corona del re « Cattolico », come veniva chiamato il re di Spagna. Al centro lo Stato della Chiesa con il Papa, che ormai aveva perduto il prestigio politico avuto nel passato, sentiva forte l'influenza spagnola, ma temeva anche il prevalere dell'egemonia francese; soprattutto il Papa cercava di scongiurare che lo scontro fra le grandi potenze avvenisse proprio in Italia, sconvolgendo una situazione già per se stessa tanto instabile. Sarebbe stato risolutivo, a questo scopo, un accordo fra i prìncipi dei numerosi Stati italiani per la loro indipendenza dalle potenze straniere, ma «pare ora che le frontiere si facciano più alte, la differenziazione regionale più profonda, più viva la mutua estraneità. La fine dell'autonomia, della dialettica, dei contatti diplomatici e, addirittura, degli intrighi, rende gli Italiani stranieri fra di loro» (M. Milani). Il Granducato di Toscana risentiva in modo soffocante la presenza della Spagna. La Repubblica di Genova era costretta a farsi proteggere dalla stessa grande potenza per salvaguardare l'attività del porto, orientato ormai verso il commercio atlantico.

Venezia, impegnata a difendere le precarie condizioni dei suoi mercati e della sua potenza nel Levante, nel tentativo di ritardare una decadenza irreversibile, era costretta a difendersi dal Papa, dalla Spagna e dall'Austria, senza fidarsi troppo della Francia.

I Duchi della Valle Padana — Estensi, Gonzaga, Farnese — che avevano conosciuto anni di splendore ed erano stati tra i più generosi mecenati del Rinascimento italiano ed europeo, andavano ora disimpegnandosi dalla politica, quasi esauriti nella loro ambizione; e scompariranno nel corso del secolo.

In Piemonte andava affermandosi la Casa dei Savoia con Carlo Emanuele I, il quale nutriva il segreto (anche se non troppo) disegno di divenire la potenza più forte nell'Italia del Nord. Ma la sua politica e la sua condotta militare suscitavano una levata di scudi da parte degli altri prìncipi italiani, che mal sopportavano queste ambizioni.

Tutta questa situazione era ancor più complicata dai contrasti religiosi — specialmente fra protestanti e cattolici — esistenti in tutta l'Europa, contrasti spesso presi a pretesto per scatenare guerre di conquista territoriale o di influenza politica o di posizioni strategiche.

Una situazione così aggrovigliata portava a continue campagne militari, che, secondo gli usi di allora, avevano come immediata conseguenza distruzioni di raccolti, razzie di bestiame, diffusioni di malattie infettive ed epidemiche, impoverimento totale di intere zone e popolazioni, quando non si concludevano con saccheggi di case, negozi, magazzini e stragi di abitanti. La miseria, la fame, la sporcizia, le epidemie erano l'inevitabile retaggio del passaggio continuo delle compagnie di ventura.

A tutto questo si aggiungeva la pressione fiscale per finanziare eserciti e guerre e per mantenere le corti principesche. Tasse, balzelli e taglieggiamenti costituivano l'incubo continuo delle popolazioni, che spesso, spinte dalla disperazione, reagivano qua e là violentemente, alimentando rivolte che aggravavano ancor più la situazione.

Questo, a grandi e incomplete linee, il quadro dell'Europa allorché Giulio Mazzarino iniziava la sua carriera con un incarico modesto, ma che l'avrebbe portato verso i vertici del potere.

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IL CAPITANO MAZZARINO

 

Uno dei punti di frizione più pericolosi e facili ad esplodere tra Francia e Spagna, con il conseguente coinvolgimento di tutti gli Stati italiani, negli anni venti del Seicento, era la Valtellina. Questa zona era per la Spagna un passaggio obbligato per rifornire i Paesi Bassi di merci e di armi sbarcate a Genova, poiché il Nord-Atlantico era insidiato dagli inglesi. Perciò la Spagna faceva del tutto per mantenervi i suoi presidi, ma la Francia ed i Savoia ritenevano troppo avanzata e pregiudizievole la posizione spagnola, tanto più che anche a loro faceva comodo quel passaggio.

La situazione era resa ancora più incandescente dal fatto che gli abitanti della Valtellina erano cattolici, mentre i Frigioni, da cui dipendevano, erano protestanti: ciò determinava uno stato di continua tensione e di frequenti violenze all'interno, e forniva il pretesto al governatore spagnolo di Milano, il duca di Feria, di intervenire in difesa dei cattolici, ma in realtà per assicurare nella Valtellina il dominio spagnolo.

Nel 1623 le cose precipitarono. Stava per scoppiare un generale conflitto nella Valtellina, che però tutti temevano, perché nessuno poteva prevedere come sarebbe andato a finire. Fu raggiunto, alla fine, un accordo: la Spagna avrebbe evacuato i presidi della zona e gli altri avrebbero rinunciato alle loro pretese. Per garantire il rispetto dei patti le fortezze valtellinesi sarebbero state consegnate al papa Gregorio XV. Questi dovette allestire un esercito per far fronte all'impegno affidategli dagli accordi internazionali.

Fu a questo punto che a Giulio Mazzarino si offrì la possibilità di uscire dall'ambiente goliardico e godereccio di Roma e lanciarsi per il mondo in cerca di fortuna.

Il Papa affidò l'incarico di reclutare l'esercito da inviare in Valtellina al principe di Palestrina, che era uno della famiglia dei Colonna. Mazzarino si arruolò ed ebbe il grado di capitano con il comando di una compagnia.

Gli acquartieramenti dell'esercito pontificio si trovavano a Loreto e a Bologna. A Loreto il giovane capitano contribuì in modo lodevole all'organizzazione dell'esercito.

Mentre stava nella città del celebre santuario mariano, Mazzarino dovette chiedere una licenza per recarsi a Roma a difendere il padre, accusato falsamente di omicidio.

Nel frattempo l'esercito papale, all'inizio del 1626 si era spostato a Monza, sotto il comando di Torquanto Conti. Questi doveva trattare col governatore di Milano il passaggio dell'esercito pontificio sul territorio del ducato e le modalità per la consegna delle fortezze valtellinesi. Accompagnava il Conti, per dirigere le trattative, Gian Francesco Sacchetti, commissario apostolico, al quale era stato associato come sottocommissario Giulio Mazzarino. Il capitano Mazzarino era riuscito ad avere l'incarico tramite le sue conoscenze e le sue relazioni con la nobiltà romana; avevano contribuito alla nomina le lettere del principe di Palestrina al cardinal Barberini, nelle quali si lodava espressamente e in modo lusinghiero il comportamento di Mazzarino.

Nella nuova incombenza Mazzarino mise in evidenza tutte le sue qualità e riuscì a conquistarsi la fiducia e la stima del Conti, il quale lo utilizzò per condurre le trattative con tutti gli Stati interessati alla questione della Valtellina.

Il 5 marzo 1626 ci fu un accomodamento con il «Trattato di Cherasco», tra la Spagna e la Francia. Mazzarino al seguito del Sacchetti tornò a Roma.

Il papa Urbano VIII, succeduto a Gregorio, nominò poi il Sacchetti legato pontificio a Ferrara e questi volle con sé Mazzarino, a cui affidò tutto il disbrigo degli affari diplomatici.

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IL PRIMO SUCCESSO

 

Dopo questo primo debutto nel mondo politico-militare di uno dei periodi storici più ingarbugliati dell'Europa moderna, diventa estremamente complicato seguire Giulio Mazzarino in tutte le circostanze che fecero di lui l'arbitro della politica mondiale di allora. Noi, anziché tenere dietro al nostro personaggio nelle corti, nelle cancellerie, nei campi di battaglia, nei convegni per i trattati, nei contatti personali o tramite messaggeri e incaricati, cercheremo di seguire le linee direttrici della sua opera e della sua condotta.

Abbiamo lasciato Mazzarino a Ferrara con il cardinal Sacchetti. Ma l'ambiente della città degli Estensi non poteva certo soddisfare le ambizioni del giovane. Ed egli si diede da fare per mantenere i contatti con Roma e soprattutto per allargare le sue conoscenze tra le famiglie e i personaggi, che nella corte pontificia avevano influenza e potere.

A Roma era salito al trono pontificio Urbano VIII, Matteo Barberini, e il giovane capitano-diplomatico cercò con successo l'amicizia dei parenti del nuovo Papa, soprattutto di Antonio, che sarà cardinale e avrà un rilievo di primo piano nella politica dello Stato della Chiesa; di Francesco, anch'egli cardinale e ministro; del cardinal Bentivoglio, che era stato nunzio in Francia e in Fiandra. Queste amicizie e conoscenze non tarderanno a dare il loro frutto.

Il contrasto tra Spagna e Francia per il predominio in Italia si riacuì sulla questione nota come «successione del ducato di Mantova». In questa città, dopo i fasti rinascimentali, si andava estinguendo la Casa ducale dei Gonzaga e gli occhi di tutti i governi d'Europa erano fissi per vedere come sarebbe andata a finire. «La questione della successione dei Gonzaga, da tanti anni prospettata come un problema spinoso, era giunta alla fase critica proprio quando l'Europa era tutto un incendio e quando il risolverla in un senso o nell'altro avrebbe avuto un'importanza eccezionale per le sorti del conflitto. I due dominii, di cui si componeva il ducato, vantavano infatti due fortezze di primo ordine: Mantova difesa dalle acque; Casale potente per i suoi bastioni e per il sapiente campo di difesa. Se fossero passate in mani non neutrali, avrebbero potuto assai alterare l'equilibrio esistente» (R. Quazza).

Nel 1626 i francesi riuscirono a far prevalere la loro influenza nella successione di Mantova, con grande disappunto degli spagnoli. Si inserì fra i due grandi Carlo Emanuele di Savoia, col proposito non confessato di ampliare i territori del suo ducato. Si arrivò ad un accordo segreto fra il Savoia e il governatore di Milano, don Gonzalo, in seguito al quale l'uno invase il Monferrato e l'altro pose l'assedio a Casale nel marzo del 1628.

Il Papa Urbano VIII, preoccupato per le conseguenze che potevano derivare da queste operazioni di guerra, che certamente avrebbero risvegliato l'interesse francese, inviò a Milano, come nunzio straordinario, il Sacchetti, che volle con sé Giulio Mazzarino come segretario particolare. La diplomazia vaticana cercava di trovare un compromesso, un accordo perché si evitasse in territorio italiano un conflitto tra le grandi potenze.

Poco dopo che la missione papale era arrivata a Milano, il Sacchetti dovette rientrare a Roma, e Mazzarino rimase a dirigere tutta l'azione diplomatica per la pace. «Durante tutto un anno [1628] il Mazzarino superò se stesso; lo si vide ovunque: a Torino, a Milano, a Mantova, cercando di conciliare le parti» (Boulanger). «I negoziati si fanno soprattutto attraverso le conversazioni. Mazzarino era un eccellente conversatore. Egli possedeva la grande qualità del diplomatico: era amabile, aveva il senso innato di trattare con gli uomini, l'arte dell'insinuazione, il talento di aprirsi la via del cuore » (Cousin). Ma soprattutto Mazzarino era fedele alla missione che gli era stata affidata, cercava di perseguirne il fine con pazienza e dedizione: si era fatto un'idea precisa dei fatti e delle intenzioni delle varie parti, era obiettivo e completo nel riferire ai superiori quanto avveniva e interessava.

Lo scopo di un accordo generale, per scongiurare nel 1629 lo scontro armato, pareva raggiunto. Ma Carlo Emanuele di Savoia scoprì le sue carte: egli voleva ampliare i territori del suo ducato nel Monferrato e non gli interessava niente di tutto il resto; perciò si allontanò dall'alleanza con la Spagna e chiese un accordo con i francesi. Richelieu, che non aveva alcuna intenzione di trascurare la presenza francese in Italia sistemata la faccenda della Rochelle, inviò un esercito che sotto le mura di Casale si schierò di fronte a quello spagnolo.

Mazzarino, per nulla scoraggiato, continuò infaticabile il suo lavoro di diplomatico per arrivare alla pace. Ma ormai sembrava tutto compromesso, quando avvenne l'imprevisto. «II 26 ottobre 1630 le truppe francesi e quelle spagnole s'incontrarono sotto le mura di Casale; i fantaccini caricavano i moschetti e già i cavalli rizzavano le orecchie, quando d'un tratto un uomo irruppe al galoppo fra i due eserciti, gridando: "La pace! La pace!". Era il capitano Mazzarino: aveva ottenuto in quel momento una convenzione che pacificava tutti» (Boulanger).

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RICHELIEU SCOPRE MAZZARINO

 

II successo diplomatico raggiunto sotto le mura di Casale, nell'ottenere una tregua d'armi fra i due eserciti più potenti del tempo, fece fare al nome di Giulio Mazzarino il giro delle corti e delle cancellerie di tutta Europa. Un nuovo astro sorgeva sull'orizzonte politico e suscitava interesse e curiosità, anche perché non era un principe né un nobile e traeva la sua luminosità e la sua forza dalle capacità e dalla preparazione personali.

L'accordo definitivo per la questione del Monferrato fu raggiunto nell'aprile del 1631 e ratificato dalla Francia e dalla Spagna nel giugno dello stesso anno. Mazzarino ebbe la parte più importante nelle trattative. Ma ciò che più interessa il nostro argomento è l'orientamento che il giovane diplomatico dette in questa circostanza alle sue scelte.

Mazzarino già nella tregua dell'ottobre era entrato in diretto contatto con la diplomazia francese; egli si era incontrato più volte con il potente ministro del re di Francia, Richelieu, e ne aveva potuto ammirare la capacità e la politica. Ma soprattutto l'attento diplomatico del Papa intuì allora, in tutta la vicenda, che la potenza spagnola ormai era incamminata sulla parabola discendente, mentre la Francia andava conducendo un'accorta e decisa politica per divenire la potenza egemone dell'Europa. Giulio Mazzarino non esitò pertanto a fare la sua scelta. Egli decise di favorire i francesi.

A Richelieu non sfuggirono le qualità e gli orientamenti del messo del Papa. Se la Francia aveva ottenuto col trattato di Cherasco il Pinerolo, essa doveva esserne grata a quell'intraprendente capitano-diplomatico che veniva da Roma, senza essere legato da vincoli di sangue o da interessi feudatari o di potere ai potenti della Città dei Papi. E Richelieu riuscì ad attirarlo nell'orbita della politica francese.

Dal 1632 al 1636 Mazzarino ebbe diversi incarichi diplomatici, che lo portarono ripetutamente in Francia. Ormai non era più un soldato. Per i meriti acquisiti era stato nominato canonico del Laterano ed aveva avuto in dotazione altri ricchi benefìci ecclesiastici, che risolvevano il suo personale problema economico e gli permettevano di adottare un costume di vita interamente ecclesiastico, senza tuttavia dover accedere al sacerdozio o a incarichi di responsabilità religiosa e pastorale.

Mazzarino — abbiamo detto — si recò in quel periodo in Francia anche più volte durante lo stesso anno, come componente la missione diplomatica pontificia, come uditore delle delegazioni, segretario del nunzio cardinal Antonio Barberini, vice-delegato, nunzio straordinario. Queste furono tutte occasioni per conoscere meglio il paese e l'ambiente, che avevano attirato le sue simpatie e le sue preferenze; e gli diedero modo d'inserirsi sempre più nel mondo che stava per eleggere come sua patria adottiva.

La sua familiarità con Richelieu divenne sempre più intima e i servigi resi alla diplomazia francese lo avvicinarono ancora di più al cardinale Primo Ministro, che andava maturando il disegno di farne un personaggio completamente legato alla corona francese e alla Francia.

Fu per questo che negli anni 1637 e 1638 Richelieu fece ripetute istanze presso il papa Urbano VIII perché nominasse Mazzarino nunzio ordinario alla corte di Francia. Le resistenze del Papa alla richiesta del Primo Ministro francese erano dettate sia dal fatto che dovesse sembrare quasi un tradimento l'ormai esplicita aderenza di Mazzarino alla politica francese, sia dalle pressioni del governo spagnolo, che temeva la diplomazia di lui, apertamente favorevole alla potenza rivale; non ultimo, il motivo che la nunziatura a Parigi era uno dei posti più prestigiosi nella carriera ecclesiastico-diplomatica e certamente ambivano ad occuparlo altri nobili o parenti del Papa.

Infine Richelieu la spuntò. Mazzarino fu nominato nunzio a Parigi e, il 18 dicembre 1638, dopo la morte di Padre Joseph, la cosiddetta «eminenza grigia», il rè Luigi XIII chiese ufficialmente al Papa anche il «cappello» cardinalizio per Mazzarino. Per questa richiesta si determinò una tensione fra il re di Francia e il Papa. Quest'ultimo rifiutava di dare il titolo cardinalizio al Mazzarino, soprattutto per le pressioni del governo di Sua Maestà Cattolica di Spagna. Pertanto, passarono ancora tré anni prima che Luigi XIII ottenesse la porpora per il suo protetto.

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CITTADINO FRANCESE.

LA PORPORA CARDINALIZIA

 

II 4 dicembre 1639 Giulio Mazzarino lasciò definitivamente Roma e si stabilì in Francia. La stima che il Rè e il Primo Ministro nutrivano per lui, soprattutto a causa dei vantaggi che la sua azione diplomatica andava procurando alla Francia, li spinsero a concedere a Mazzarino la cittadinanza francese.

Mazzarino a sua volta amò sempre la Francia e la considerò la sua vera patria. Egli meritò pienamente i riconoscimenti che la corona e il governo francese gli davano. Come nunzio fu al Congresso di Colonia con l'incarico di plenipotenziario della Francia; poi si recò a Torino, dove dovette trattenersi a lungo, perché era scoppiata una vera guerra civile alla morte del duca Vittorio Amedeo di Savoia, per la reggenza a nome del figlio, fra la duchessa Maria Cristina, sorella del re di Francia, e i cognati Tommaso e Maurizio protetti e appoggiati dalla Spagna. L'abilità e la decisione di Mazzarino riuscirono, anche in questa circostanza, a risolvere la faccenda e a riportare il Piemonte nell'orbita dell’ influenza francese.

Non erano ancora terminati i negoziati per la pacificazione del Piemonte, quando finalmente Roma accettò la nomina a cardinale di Giulio Mazzarino il 16 dicembre 1641.

L'ambasciatore di Francia a Roma, scrivendo a Richelieu, diceva: «Siete stato più Voi a creare cardinale Mazzanno che non lo stesso papa». Mazzarino ricevette dalle mani del re di Francia il «berretto» cardinalizio il 6 maggio 1642 a Valence, in una fastosa cerimonia voluta dal re e a cui partecipò tutta la corte; ma egli non ebbe mai il «cappello» cardinalizio, che solo il Papa poteva imporre, perché l’ «eletto» da allora non si recò più a Roma.

Ricordiamo a questo proposito che il cardinalato non è un «ordine» sacerdotale e non costituisce per sé un grado gerarchico nella Chiesa; esso è solo un titolo onorifico elargito dal Papa a personalità che ritiene di particolare spicco nella vita ecclesiastica. Ai tempi di Mazzarino addirittura si conferiva a non sacerdoti, e i re di Francia e di Spagna — le Loro Maestà Cristianissima e Cattolica, come venivano chiamati — avevano il privilegio di presentare loro candidati alla porpora cardinalizia e di imporre loro il «berretto» dopo la nomina del Papa. Giulio Mazzarino fu appunto uno di questi cardinali non preti; però egli ci teneva moltissimo alla porpora, la indossò sempre e in tutti i ritratti lo vediamo così vestito.

Intanto, all'interno del mondo politico francese si andava sviluppando una congiura contro il re e il suo onnipotente ministro Richelieu, ordita dal marchese di Cinq-Mars: un caso che rimarrà sempre, per molti lati, oscuro e misterioso. Ancora una volta l'incarico di scovare e neutralizzare i congiurati venne affidato a Mazzarino, il quale, come in altre circostanze, riuscì a liberare il governo francese dai suoi nemici e dall'ingerenza della Spagna a cui questi si erano affidati.

Tutti questi avvenimenti e l'azione che vi svolse, avvicinarono Mazzarino alla corona e al governo di Francia; anzi lo resero sempre più indispensabile per quella politica di consolidamento interno e di supremazia in Europa, che Richelieu aveva impostata con geniale intuito.

Che Mazzarino ormai fosse avviato verso le vette del potere, nonostante che egli non fosse francese, si deduce da molte espressioni contenute nelle lettere inviategli da Richelieu proprio durante i fatti narrati in questo paragrafo.

In una lettera del 4 gennaio 1641, mentre Mazzarino era in Piemonte per la questione accennata, Richelieu gli scriveva nello stile diplomatico del tempo: « Voglio credere che [i negoziati] arriveranno a buon fine, ma se ciò non dovesse accadere, Colmar [nome convenzionale di Mazzarino] non ne soffrirà nella stima e nell'affetto dei suoi amici: ch'egli si rassicuri ed abbia cura della sua salute e conservi se stesso, che è più caro di quello che egli osi sperare a colui che è e resterà il suo più affezionato servitore». Mazzarino osservò che questa lettera gli «ridava la vita».

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PRIMO MINISTRO DEL RE DI FRANCIA

 

II 4 dicembre 1642 morì il cardinal Richielieu, primo ministro di Luigi XIII, inventore e artefice della politica di supremazia francese in Europa. Di lui Mazzarino disse che «aveva gettato tutte le basi della politica francese». All'ammirazione di Mazzarino per il protettore e benefattore, però, non faceva riscontro la stima della nobiltà francese e delle corporazioni mercantili e artigiane, le quali avevano visto nell'onnipotente ministro e cardinale una sete di potere assoluto che voleva tutto sottomettere alla ragion di Stato, e i privilegi della nobilita e gli interessi economici del Terzo Stato.

Lo stesso re Luigi XIII era ostile — e non lo nascondeva — al suo Primo Ministro, ma ne ammirava l'abilità e ne subiva l'iniziativa, indubbiamente vantaggiose per la monarchia, debilitata e quasi soffocata da una nobiltà invadente.

Richelieu aveva indicato al re, come suo successore a primo ministro, Giulio Mazzarino e, quando il cardinale morì, Luigi XIII firmò questa nomina.

Mazzarino subito dichiarò che avrebbe continuato l'opera del grande predecessore; scriveva a Henri Brasset: «Anche se la morte del Cardinale rappresenta una perdita irreparabile per questo Stato, essa non motiverà cambiamenti ne rilassamenti negli affari. Il re è più che mai risoluto a perseguirli con vigore».

Intanto, anche Luigi XIII era caduto malato e tutto faceva prevedere che la sua fine non sarebbe andata troppo a lungo. Egli avrebbe lasciato erede al trono un fanciullo di circa cinque anni, che si chiamava pure Luigi, e questi avrebbe avuto bisogno di un Consiglio di reggenza fino all'età di tredici anni, secondo le leggi ereditarie della monarchia francese.

Luigi XIII, conscio del suo precario stato di salute, si preoccupava di quello che sarebbe successo quando fosse venuto a mancare. Gli intrighi della nobiltà per riprendere il sopravvento sulla Casa regnante si sarebbero moltiplicati e il loro intento avrebbe avuto buon giuoco nei confronti di una donna, la regina Anna, e di un fanciullo inerme, il futuro Luigi XIV. II re malato vedeva già agitarsi i nobili più intraprendenti e facinorosi. Egli cercò di sistemare le cose perché la monarchia e lo Stato non ricadessero nel disordine delle lotte interne per il potere

II 21 aprile 1643 il re riunì una speciale deputazione del Parlamento a Saint-Germain-en-Laye e fece adottare una serie di misure per salvaguardare la continuità dell’ indirizzo politico impresso allo Stato durante il suo regno. In particolare, il re nominò reggente la regina Anna sua moglie, e le affiancò un Consiglio di reggenza inamovibile, che la assistesse nel disbrigo degli affari di Stato più importanti. Mazzarino faceva parte di questo Consiglio: così gli veniva assicurata, anche dopo la morte del re, una posizione preminente nella conduzione del governo francese. Anzi Luigi XIII, che lo stimava e si era affezionato a lui più che a Richelieu, fece un gesto più impegnativo per legare maggiormente Mazzarino alla corona e al piccolo re. Bisognava ancora battezzare Luigi e la cerimonia venne fissata per lo stesso giorno 21 aprile. Il re - ed era un onore mai concesso ad altri che non fosse stato della nobiltà – chiamò Mazzarino a fare da padrino, insieme alla principessa di Condé, al figlio. Il legame fra Mazzarino e la monarchia francese non poteva essere più intimo. Egli sarà da ora in poi il tutore, l'amico, quasi il padre di colui che verrà chiamato Re-Sole e questi gratificherà sempre Mazzarino del privilegio di chiamarsi «cugino» del re.

Luigi XIII morì il 14 maggio 1643.

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ANNA E MAZZARINO

 

Anna d'Austria, figlia di Filippo II re di Spagna, era nata nel 1601, un anno prima di Mazzarino, e aveva sposato Luigi XIII a quattordici anni, divenendo regina di Francia. Dal ma­rito non era stata amata, anzi tutti sapevano della freddezza con cui il re trattava la moglie; a questo si era aggiunta l’ostilità e l'avversione prima della regina madre e poi del cardinal Richelieu. Anna si era rinchiusa in sé, rifugiandosi nella religione e conducendo una vita castigata. Si era par­lato di un sentimento romantico della regina per il duca di Buckingham negli anni della giovinezza, ma non sembra che la relazione si fosse spinta oltre una cavalleresca simpatia.

Alla morte del marito Anna uscì fuori come una crisalide e divenne protagonista nella corte e nella politica francese. Il miracolo lo aveva compiuto Mazzarino, e più ancora l'am­mirazione, la stima, l'affetto che legarono la regina e il suo ministro per tutta la vita.

I rapporti fra Anna e Mazzarino sono stati oggetto di al­lusioni e di illazioni piccanti fin dai giorni della reggenza e, ancora oggi, il fumettismo pornografico continua a sfruttarlo infischiandosi allegramente della storia e della realtà. Ma fra i due si deve parlare di un vero amore, al di là della passione dei sensi, come si diceva al loro tempo; un amore che era diverso e molto di più dell'erotismo.

Anna era innamorata del suo ministro dal carattere fermo, ma dolce e persuasivo, affabile, sincero con lei, colto, che in lei amava la donna e ammirava la regina. Mazzarino tro­vava in Anna il fascino di uno scopo intimo profondo perso­nale da dare alla propria vita e alle proprie fatiche. Più di una volta egli confidò, anche per iscritto, quanto lavoro e quanta sofferenza gli costasse condurre avanti la politica fran­cese che in certe circostanze gli faceva versare — sono parole sue — « sangue e lacrime ». Egli non conoscerà momenti di riposo, costretto dagli intrighi, dalle calunnie e dalla violenza dei suoi nemici nell'interno, continuamente teso in un lavorìo di diplomazia e di imprese militari all'esterno, per fare della Francia uno Stato forte e una nazione grande. Questa fredda e logorante attività che lo poneva, solo, al di sopra della complessa macchina politica e diplomatica di una Europa che non trovava pace, diveniva più umana, si ammorbidiva al calore dell'affetto e si trasformava in argomento amoroso, quando alla sera — e avveniva tutti i giorni — egli si recava dalla «sua» regina, da Anna, per riferire tutto, consigliarsi con lei, suggerirle la condotta da tenere e le decisioni da prendere.

Non sappiamo se Giulio Mazzarino, divenuto, tra l’ altro, ricchissimo, abbia fatto dei regali alla regina, ma il dono che veniva offrendo ad Anna giorno per giorno era un regno solido sicuro rispettato, il cui prestigio durerà quasi centocinquant'anni, e sarà un giorno abbattuto non da avversari esterni ma da forze interne, quando avrà esaurito il suo compito storico e nuove realtà, diversi bisogni, pressanti trasformazioni condurranno alla rivoluzione sul finire del secolo seguente.

Basta scorrere la corrispondenza fra Mazzarino e la regina per rimanere almeno sorpresi nel trovare espressioni tenere e confidenziali, da adolescenti, nelle relazioni fra i due personaggi, che stavano tessendo la trama di un nuovo assetto politico in tutta Europa. Mazzarino sembra porgere ad Anna i suoi successi diplomatici e le vittorie militari con la trepida baldanza dell'innamorato che offre un fiore raccolto quasi per caso. E non meno sorprendente appare il modo di proteggere il loro amore dall'indiscrezione dei pettegolezzi e dagli scandali in una corte e in un ambiente che vivevano di intrighi, di adulteri, di avventure galanti, di cinismo. Essi, i due innamorati, rifuggendo — si è tentati di dire — con pudore dalla chiassosità degli amanti, arrivavano a comunicare fra loro con segni convenzionali, con linguaggio cifrato e simbolico, con segni particolari: «Le lettere della regina a Mazzarino sono tenerissime: preoccupazioni amorose, cifrario misterioso, segni cabalistici che significano "Cuor mio ... vi adoro . . . abbiate fiducia . . ." fino al 1658-1660. Hanno quasi sessant’anni, ora. Sembra di sognare » (Boulanger).

L'amore di Anna per Mazzarino fu come l'orizzonte entro cui si stagliava la grandiosa costruzione, contrastata e sofferta, di uno Stato moderno, ammorbidida dai colori e dai riflessi di un amore totale e sincero, tenero ed esclusivo. Anna, per quanto ne sappiamo, non ebbe rivali, e Mazzarino dovette soffrire solo la lontananza a cui lo costringeva l'indefessa attività.

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ROCROY E GLI «IMPORTANTI»

 

Il 5 maggio 1643 il re fanciullo, Luigi XIV, fece il suo ingresso a Parigi, provenendo da Saint-Germain, e suscitò nel Popolo, accorso a vederlo, entusiasmo e commozione. Nelle cronache dell'avvenimento sembra quasi che la gente nella espressione e nell'atteggiamento del fanciullo regale presagisse il futuro splendore del Re-Sole. Un cronista annotava: «Il re è molto risoluto e io restavo meravigliato nel vedere che ognuno volontariamente si sottometteva a un bambino che ancora aveva bisogno del bavaglino».

Il 18 maggio il parlamento di Parigi tenne un «letto di giustizia» (così veniva chiamata l'assemblea riunita per approvare leggi e decreti), nel corso del quale alla regina Anna venne riconosciuta l'autorità «piena, intera e assoluta» di reggente a nome del figlio. Durante lo stesso «letto di giustizia», Gastone d'Orléans, fratello di Luigi XIII, fu nominato «luogotenente di tutte le province del regno sotto 1’ autorità della regina e capo del Consiglio».

Mazzarino non fu presente alla seduta e, chiamato in serata al Consiglio di reggenza, si giustificò dicendo che non aveva più il titolo per prendervi parte. Allora ricevette una nuova nomina a ministro. Il gesto del cardinale non deve far pensare che egli si fosse tirato indietro dall’attività politica e diplomatica, anzi, ora col consenso di Anna la reggente, era lui che muoveva direttamente le fila di tutte le operazioni, comprese quelle militari. Ma egli voleva anche un titolo ufficiale per poter agire più allo scoperto, e l’ ottenne appunto quella sera stessa.

Sappiamo che la nobiltà francese aspettava questo momento per riprendere il sopravvento sul governo monarchico, approfittando del periodo di reggenza e, pertanto, non poteva accogliere con favore la decisione di rimettere tutto nelle mani della regina-madre e quindi in quelle di Mazzarino, uno straniero abile e superiore a tutti loro nell'arte di governare.

Vedremo come l'insoddisfazione dei nobili arriverà perfino a suscitare una guerra civile. Per il momento il malcontento per le decisioni del «letto di giustizia» del 18 maggio venne sommerso dall'esultanza alla notizia che l'esercito francese aveva pressoché annientato la forza dei «tiercos» spagnoli, il corpo militare più famoso del mondo, nella battaglia di Rocroy, svoltasi il 19 maggio. Gli uomini che si erano scontrati erano stati circa trentacinquemila e ne erano caduti ottomila. L'esercito francese era condotto dal duca d'Enghien, quello che resterà noto alla storia come il Gran Condé, il più celebre capitano del secolo, divenuto proprio in questa circostanza una gloria militare della Francia.

Al grande successo di Rocroy se ne aggiunse un secondo nello stesso anno il 10 agosto con la conquista di Thionville, che apriva la strada verso la Germania. Questo piano di guerra era stato escogitato dall'Enghien e Mazzarino l'aveva approvato e appoggiato in parlamento per dimostrare che con la morte di Luigi VIII la politica della reggente non aveva perduto vigore e determinazione.

Ai primi di settembre Mazzarino dovette affrontare apertamente, per la prima volta, i suoi nemici interni. Alcuni nobili erano rientrati dall'esilio, dove li aveva cacciati Richelieu. Questi, però, non si sentivano soddisfatti e sicuri che un altro cardinale, per di più straniero e non nobile, avesse preso il posto del loro nemico e avesse dichiarato che ne voleva proseguire la politica. A questi insoddisfatti si erano uniti altri nobili, che aspiravano al posto di primo ministro o pensavano di avere un'influenza preponderante nella gestione della reggenza o erano gelosi del successo e della conseguente fama del giovane Enghien. A questi motivi si intrecciavano intrighi di galanterie e piccanti questioni di avventure di corte. Tutti costoro individuarono la causa delle loro delusioni nel Primo Ministro straniero e si ritrovarono d’accordo nell'eliminarlo. Fu ordito un complotto, noto con l’appellativo «degli Importanti », per assassinare Mazzarino. Questi, venutone a conoscenza tempestivamente, sventò i piani dei congiurati con accortezza e discrezione: alcuni furono allontanati da Parigi con incarichi o investiture in provincia; altri se ne andarono da sé; Francesco Venderne, duca di Beaufort capo della congiura, fu arrestato senza fracasso. Il re indirizzò al parlamento una relazione - certamente ispirata e redatta da Mazzarino — in cui si sosteneva che le misure prese erano necessarie per allontanare dalla corte fazioni turbolente «che degenerano ordinariamente m guerre civili e causano in poco tempo il dissolvimento dell'intera nazione».

Il cardinale di Retz, un personaggio di cui dovremo parlare e che per il momento è solo un brillante giovanotto della nobiltà parigina, nelle sue memorie dice: «L’indomani dell'azione [Mazzarino] sembrò ancor più moderato più civile e più aperto . . . Insomma egli si comportò cosi bene che si ritrovò alla testa di tutti quando tutti credevano di averlo distanziato ».

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LA PRIMA BIBLIOTECA PUBBLICA

 

Accennando all'educazione del giovane Mazzarino, abbiamo insistito sulla sua preparazione e sull'amore che egli nutriva per la cultura. Ora che egli era potente e ricco poté dimostrare quanta stima avesse per il mondo del pensiero, della scienza e delle arti, che in lui si manifestò soprattutto nel raccogliere libri, quadri e oggetti d'arte, non solo per suo gusto personale, ma anche per metterli a disposizione degli altri.

Esempi di biblioteche private ai tempi di Mazzarino si trovano presso molti uomini illustri, specialmente nelle case principesche e nobiliari. Prima di lui in Francia il cardinale Richelieu aveva riunito una nutrita biblioteca personale. Mazzarino non volle essere da meno del suo predecessore. Fin dal 1642 egli disponeva di una biblioteca di alcune migliaia di volumi, che però avevano bisogno di una mano esperta che li catalogasse e vi mettesse ordine. Mazzarino trovò la persona adatta a questo lavoro, il bibliotecario più famoso del tempo: Gabriel Naudé.

Il Naudé era nato nel 1600, era medico e umanista e si era dedicato per tutta la vita ai libri; aveva una cultura eclettica, si interessava di astrologia, di ottica, di musica, di scienze naturali; conosceva il cinese, l'etiopico, il siriaco, l'ebraico; era amico degli scienziati e degli uomini di cultura più insigni del suo tempo. Era stato a Roma bibliotecario del cardinal Bagni, poi del cardinal Barberini, quindi nel 1642 fu chiamato in Francia da Richelieu, che gli affidò la propria biblioteca. Alla morte di Richelieu, Mazzarino non si lasciò sfuggire l'occasione di prendere per sé un tecnico di quella portata e gli affidò l'incarico non solo di catalogare e custodire la sua biblioteca, ma di cercare nuovi libri, acquistarli e amministrare liberamente ogni cosa.

L'intento del Primo Ministro era di mettere a disposizione degli studiosi tutta la raccolta. Un'iniziativa originale, che nella storia della cultura moderna veniva presa per la prima volta. Certo, nella decisione di Mazzarino ci sarà stata anche della vanità e del calcolo politico, ma volesse il cielo che i calcoli politici e le ambizioni degli uomini di potere portassero sempre a questi risultati!

Gabriel Naudé si mise all'opera con passione e con tutta l'esperienza e la scienza che aveva. Durante il 1643 moriva Jean de Codes, un canonico di Limoges, grande amico di Naudé, lasciando una biblioteca personale di oltre 8000 volumi, in prevalenza opere di teologia e di storia. Per disposizione testamentaria la biblioteca doveva essere venduta in blocco e il bibliotecario l'acquistò per conto di Mazzarino durante il mese di agosto per 22.000 lire.

Il 3 gennaio 1644 la « Gazette de France » annunciò che la biblioteca di Mazzarino era aperta al pubblico «tutti i giovedì dalla mattina alla sera ». Per l'iniziativa vennero al mecenate e al suo bibliotecario numerosi e autorevoli riconoscimenti, e molti uomini di cultura donarono opere stampate e manoscritti alla biblioteca. Mazzarino ricompensava sempre questi doni e patrocinava stampatori e editori. Fu proprio col suo appoggio che nel 1645 Michel Le Jay poté pubblicare la Bibbia Poliglotta in dieci volumi, stampata da Antoine Vitré in ebraico, samaritano, caldeo, greco, siriaco, latino e arabo.

Nel gennaio del 1647 Naudé ricevette l'incarico di recarsi in Germania per trovare e acquistare altre opere per la biblioteca. La «Gazette» nel darne la notizia invitava il pubblico interessato a segnalare gli acquisti da fare. Anche questo fu un gesto originale, che precedette più di trecento anni iniziative e metodi che si vanno riscoprendo oggi.

Nell'ottobre del 1643 Mazzarino aveva rilevato a Parigi l'Hotel Chevry-Tubeuf, che acquistò poi definitivamente nel 1649 e fece ampliare e sistemare continuamente. La costruzione prenderà in seguito il nome di «Palazzo Mazzarino» e in esso verrà eretta anche la famosa galleria per la collezione di quadri e opere d'arte fra le più celebri e preziose di tutti i tempi.

Per sua personale abitazione Mazzarino ebbe un appartamento nel palazzo reale nel novembre del 1644.

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MAZZARINO E L'OPERA MUSICALE ITALIANA IN FRANCIA

 

Giulio Mazzarino ha legato il suo nome anche alla storia della musica. Sappiamo bene che egli non era un musicista, come non era un uomo di lettere o di pensiero. Ma l'amore per la musica in lui era profondo e le corti principesche, frequentate nella prima gioventù a Roma e poi in gran parte d'Italia, in occasione degli incarichi diplomatici, avevano educato la sua sensibilità all'arte, che proprio in quegli anni, e in Italia soprattutto, riceveva potenti impulsi creativi di rinnovamento e di arricchimento.

A Roma, a Venezia, a Mantova, a Firenze con il mecenatismo dei prìncipi, sommi artisti — come Monteverdi, Rinuccini, Manelli, Peri — inventavano il melodramma: una forma d'arte in cui con la musica si fondevano il teatro, la poesia, la scenografia, la tecnica dei macchinar!, mito, storia, psicologia, romanzo. Mazzarino, che abbiamo visto era aperto a tutte le novità della cultura e dell'arte, si lasciò prendere da questa nuova invenzione musicale, che riusciva ad esprimere un mondo complesso e articolato di sentimenti e di passioni, echeggianti in perfetta sintonia nell'animo suo.

Il melodramma, però, per essere realizzato aveva bisogno di grandi mezzi economici e di notevoli spazi, per cui solo presso le corti principesche era possibile organizzarne la rappresentazione. Ora Mazzarino possedeva le possibilità economiche e aveva a disposizione nientemeno che la corte di Francia. Immediatamente egli pensò di portare anche nella sua patria adottiva la musica nuova, che aveva entusiasmato la sua gioventù.

In Francia il gusto per l'arte musicale non era inferiore a quello dell'Italia, ma ai musicisti francesi era mancata la potenza creativa del Rinascimento, che continuava a ispirare i musicisti italiani del Seicento. La forma preferita alla corte di Luigi XIII e di Luigi XIV rimaneva il «balletto», messo sulla scena per la prima volta nel 1581 al Louvre dal violinista piemontese Baltazarini e al cui sviluppo avevano contribuito all'inizio del Seicento Ottavio Rinuccini e Jacopo Peri.

Mazzarino, fin dai primi anni della sua entrata a corte, aveva pensato di portare in Francia il nuovo spettacolo musicale, che tanto successo riscuoteva in Italia. In ciò trovava un appoggio incondizionato ed entusiasta nella regina Anna, che amava la musica e il teatro italiano intensamente; e crediamo non azzardato ritenere un omaggio particolarmente accetto alla reggente quello che il primo Ministro le offriva con queste iniziative.

Già nell'anno 1642 Mazzarino aveva chiamato in Francia e portato a corte una compagnia di artisti italiani. Il 28 febbraio 1645 al Palazzo Reale venne messa in scena una prima opera musicale, di cui si è perduta la partitura, “Nicandro e Filemone”, pastorale in tre atti di anonimo.

Intanto nell'anno precedente era stata chiamata da Mazzarino la cantante Leonora Borroni, la quale riportava, insieme con altri cantanti venuti da Roma, grossi successi. Gli attori di teatro non vollero essere da meno dei colleghi cantanti e sollecitarono la regina per poter anch'essi dare uno spettacolo in musica. Fu così che nel dicembre del 1645 al teatro Petit-Bourbon fu rappresentata La finta pazza di Strozzi, ridotta in musica e arricchita di intermezzi comici e di balletti animati dal Balbi. Le scene furono curate dal Torrelli, un vero ingegnere dei meccanismi scenici, anch'egli venuto dall'Italia.

Nonostante questi successi, però, Mazzarino non era ancora riuscito a far presentare una «commedia musicale » vera e propria. Gli fu possibile solo nel 1647. Con l'appoggio del cardinale Antonio Barberini, egli fece venire da Roma il maestro Luigi Rossi, il quale su un testo piuttosto mediocre dell'abate Buti, segretario del Barberini, compose un pregevole lavoro musicale, l'”Orfeo”, che andò in scena il 2 marzo. Primadonna fu la cantante Margherita Costa, che era pure poetessa e musicista, e divenne dama di corte di Anna d'Austria. La Costa compose anche un balletto che dedicò a Mazzarino. La rappresentazione dell'Orfeo è rimasta una data fondamentale per la diffusione dell'opera italiana in Francia e in Europa.

Durante la rappresentazione di quest'opera i macchinari scenici all'italiana fecero una grande impressione, tanto che se ne scrissero perfino trattati, e furono usati negli anni seguenti per altre rappresentazioni. Ancora nel 1650, in piena crisi frondista, quei macchinari furono rispolverati per mettere in scena l’ “Andromeda” di Corneille.

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IL CONGRESSO DI WESTFALIA

 

Giulio Mazzarino, anche nella versatilità dei suoi interessi culturali e artistici, rimaneva prevalentemente un uomo di governo e un abile diplomatico. Negli anni che vanno dal 1644 al 1649 in tutta l'Europa occidentale si verificarono avvenimenti che ne cambiarono per un secolo e mezzo la configurazione politica e territoriale. Sotto la spinta del programma mazzariniano, di fare della Francia lo Stato arbitro della politica europea, si determinò un movimento in tutti i governi verso un accordo generale, che sistemasse le complesse questioni aperte.

Dal 1643 era stato deciso di tenere un congresso per arrivare all'accordo da tutti invocato. L'assise, passata alla storia con il nome di « Congresso di Westfalia », fu divisa in due sessioni contemporanee: a Osnabrùck si riunirono le potenze protestanti e a Munster le potenze cattoliche. Le questioni sul tavolo erano molte. «Alcuni problemi da affrontare erano di portata generale; altri interessavano prìncipi singoli. Per l'impero, lo statuto religioso, l'attribuzione definitiva delle proprietà ecclesiastiche, i diritti da riconoscersi ai vari mèmbri, la sorte del Palatinato e la conferma del diritto elettorale alla Baviera. Per la Spagna era in gioco la conservazione o il dissolvimento stesso della vecchia monarchia, poiché si trattava di riconoscere come stati a sé le Province Unite e il Portogallo, da decidere la sorte della Catalogna, da ricondurre alla stabilità i domini italiani, da ottenere dalla Francia la restituzione delle terre occupate nella Fiandra, nei Pirenei, sul Reno. Per la Svezia c'era la questione della Pomerania; per la Francia quella dell'Alsazia” (R. Quazza).

Il fatto che il congresso si teneva in due città diverse con due sessioni distinte, gli interessi contrastanti, l’azione di molti governi all'esterno tutt'altro che coerente con la condotta che tenevano nelle trattative, rallentarono di molto lo svolgimento dei lavori, i quali subirono interruzioni e periodi di stasi più o meno lunghi, tanto che si arrivò alla conclusione solo sul finire del 1648.

              Giulio Mazzarino in tutti gli anni della durata del congresso adottò un comportamento chiaro e deciso. Nel suo piano politico la Spagna doveva essere isolata e ridotta l’influenza che essa aveva in Europa; la Francia doveva consolidare i suoi confini territoriali e aumentare la sua influenza politica, la monarchia francese raggiungere un prestigio e una consistenza tale da rimanere arbitra di ogni decisione e il Primo Ministro riuscì in pieno a raggiungere questi obiettivi. La sua azione fu condotta con abilità sul piano diplomatico e su quello militare.                        

Sul piano diplomatico Mazzarino favorì il matrimonio del re di Polonia, Ladislao VII, con la principessa francese Maria Luisa Gonzaga, «per assicurare a noi sempre più il suo affetto e l’mpegno che egli non faccia niente a favore dei nostri nemici e in pregiudizio dei nostri alleati». Il matrimonio fu celebrato il 5 novembre 1645 nella cappella del palazzo reale. La nuova regina, dopo la cerimonia, si recò a trovare Mazzarino e gli disse davanti a tutti «che essa veniva a mostrargli la corona ch'egli l'aveva aiutata a mettersi sulla testa”

Un'altro successo diplomatico di Mazzarino fu la pacificazione tra la Svezia e la Danimarca, che porto ad un trattato d’alleanza fra Luigi XIV e Cristiano IV. La Svezia era entrata in guerra con la Danimarca nel 1644 dopo essersi alleata con l'elettore del Brandeburgo e con l'imperatore, lasciando alla Francia tutto il peso della campagna militare in Germania. Mazzarino inviò un suo abile collaboratore, La Thuillerie, nei paesi del Nord. Questi riuscì a pacificare i due paesi belligeranti, portandoli a un trattato di pace, firmato il 3 agosto 1645 a Bronsebro. Lo stesso ambasciatore, su istruzioni di Mazzarino, arrivò a concludere il trattato di alleanza con la Danimarca, col quale si assicurava alla Francia la libera navigazione per i suoi commerci.

Tutti questi movimenti diplomatici avevano, tra l'altro, lo scopo di isolare l'imperatore austriaco, la cui Casa regnante, gli Asburgo, apparteneva alla stessa dinastia del re di Spagna.

Mazzarino tentò anche di indebolire la Casa degli Asburgo d'Austria all'interno. Egli si adoperò ripetutamente per staccare l'elettore di Baviera, principale sostenitore dell'imperatore, dalla politica imperiale. Dopo ripetuti tentativi diplomatici e militari, si giunse ad una tregua di pace tra il re di Francia, la regina di Svezia, il langravio di Hesse, il duca di Baviera e l'arcivescovo-elettore di Colonia: tutti costoro si impegnarono a cessare ogni attività militare il 14 marzo 1647, fino alla conclusione delle trattative di Westfalia.

L'azione diplomatica di Mazzarino fin qui descritta si sviluppava all'esterno del Congresso di Westfalia. Egli era attivissimo anche nelle trattative in seno al Congresso. Fra le altre cose riuscì ad evitare che il papa Alessandro VII inviasse a Munster come mediatore il cardinal Rossetti, ostile alla Francia, e ad ottenere che al posto di questi fosse nominato Fabio Chigi.

Un'altra abile mossa diplomatica di Mazzarino fu una lettera inviata «ai prìncipi e alle città della Germania » da Luigi XIV, perché mandassero loro rappresentanti al Congresso, a difendere i diritti e le libertà germaniche. In una lettera di Frangois Ogier si dice: «L'imperatore se ne offese come per un grido di libertà che tende ad affrancare dalla servitù». Ma l'invito del re di Francia ottenne il suo effetto. Molti prìncipi e città ringraziarono Luigi XIV e inviarono i loro rappresentanti al Congresso. Così Mazzarino riusciva a staccarli dalla Casa d'Austria, indebolendo la forza contrattuale di questa nelle trattative.

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LE AZIONI MILITARI DURANTE IL CONGRESSO

 

, che pesarono non poco sull'esito delle trattative a favore della politica francese.

Sempre dal 1644 al 1647, il geniale Primo Ministro appare il vero comandante in capo delle forze armate francesi, impegnate su tre fronti: in Germania, nel Nord-Europa e in Catalogna. Ci fu anche qualche intervento in Italia, invero senza successo, che a noi pare Mazzarino avesse deciso senza convinzione, ma solo come dimostrazione della potenza francese.

Comandava le armate impegnate nella campagna di Germania il duca d'Enghien, il Gran Condé, il quale riportò una prima vittoria a Friburgo, con una battaglia durata più giorni, dal 3 al 9 agosto 1644, e che impegnò un esercito di 35.000 soldati francesi. Il Condé, su istruzioni di Mazzarino sfruttò questo primo successo riuscendo, fino all'ottobre dello stesso anno, a far cadere in mani francesi, fra gli altri territori, Spira e Worms. Giusto un anno dopo, il 15 agosto 1645, il Condé riportava un altro successo con la battaglia di Nordiingen, che fece sperare a Mazzarino un distacco del duca di Baviera dall'imperatore d'Austria.

Contemporaneamente il principe Castone d'Orléans era stato inviato al Nord, nella Fiandra, come comandante di un'altra armata francese. L'obiettivo principale era la conquista di Dunkerque, ma fu deciso di porre prima l'assedio a Gravelines, nel maggio 1644. Questa azione militare non andava così spedita come Mazzarino aveva sperato; le difficoltà presentate prima dal terreno acquitrinoso e allagato dal mare e dai canali d'irrigazione, poi da sopraggiunti rinforzi spagnoli agli assediati, ritardarono l'espugnazione della città fino al 28 luglio. La vittoria francese fu festeggiata dalla duchessa d'Orléans con grandi fuochi d'artifìcio nei giardini dell'Hotel du Luxembourg, la cui facciata venne illuminata da duemila lanterne rosse gialle e blu.

L'anno seguente fu conquistata anche Dunkerque, riperduta poco dopo. Nel 1646, per la conquista definitiva dell'importante porto, «rifugio di pirati» — come aveva detto Mazzarino — si riunirono gli eserciti del Condé e dell'Orléans. La città cadde il 25 agosto. Mazzarino, però, si preoccupò per il riavvicinamento dei due condottieri francesi e cercò di convincere Monsieur, cioè Castone d'Orléans, a non esporsi più ai pericoli della guerra.

Sul fronte spagnolo le cose non andavano bene come altrove. Guidava le operazioni il generale La Mathe-Houdancourt, che il 9 agosto 1644 aveva posto l'assedio alla città di Tarragona, ma non aveva potuto fare altro che togliere l'assedio il 24 ottobre, nonostante i rinforzi inviatigli. Mazzarino destituì il comandante. Si ottenne invece una vittoria in Catalogna l'anno seguente con la presa di Roses, assicurando le comunicazioni con la Francia attraverso il Roussillon. Il fronte spagnolo, tuttavia, rimaneva sempre incerto e tormentato. Il Primo Ministro nel 1647 decise di inviarvi il Condé, che attaccò Lerida il 14 maggio. Anche il grande capitano conobbe in questa occasione l'amarezza della sconfitta. Il 18 giugno egli dovette togliere l'assedio alla città.

Abbiamo accennato al fatto che Mazzarino non trascurava sulla sua scacchiera diplomatico-militare il settore italiano, dove la presenza spagnola era ancora ben arroccata a sud col regno di Napoli, a nord col ducato di Milano, al centro con l'appoggio del Papa e con lo Stato dei Presidi in Toscana. Mazzarino, alla morte di Urbano VIII, aveva brigato fra i cardinali del conclave — a cui egli non poteva prendere parte perché non aveva ricevuto il «cappello» cardinalizio — per non far eleggere il cardinal Panfili, apertamente appoggio dagli spagnoli. Ma la manovra fallì, e il 15 settembre 1644 fu eletto proprio il Panfili, che prese il nome di Innocenzo X. Mazzarino ci rimase malissimo.

Il nuovo Papa iniziò subito a osteggiare la politica francese: diede rifugio a coloro che si erano recati a Roma dopo la congiura degli Importanti, negò la nomina di cardinale a Michele (Alessandro) Mazzarino fratello di Giulio e arcivescovo di Aix, perseguitò la casa Barberini, amica di Mazzarino, al punto che il cardinal Antonio dovette rifugiarsi in Francia presso il suo amico e protetto.

Innocenzo X cercò di colpire, anche se indirettamente, lo stesso Mazzarino. Il 19 febbraio 1646 emano una «bolla» con la quale minacciava pene contro i cardinali che non risiedessero nello Stato della Chiesa; se l'assenza si fosse prolungata, sarebbero stati confiscati i beni dell’ assente. Lo scopo del documento era evidente. Mazzarino a questo punto decise di intervenire in Italia con la forza, sia per intimidire il Papa sia per dare un nuovo colpo al prestigio spagnolo nella Penisola. L’ esercito e la flotta francese assediarono Orbetello in Toscana, roccaforte spagnola nello Stato dei Presidi, che faceva da raccordo tra i1 regno di Napoli e il Nord.

Con questa azione, però, si ottenne solo un nuovo scacco per Mazzarino. I francesi dovettero togliere l'assedio il 16 luglio 1646. Anche in Francia le ripercussioni della sconfitta si ripiegarono contro di lui, che venne accusato di aver fatto una «sua» guerra contro il Papa. Egli non disarmò e si prese la rivincita due mesi dopo. Riarmò esercito e flotta e fece dirigere l'attacco contro l'isola d'Elba e il vicino porto di Piombino e Portolongone, che caddero il 23 ottobre.

Gli effetti del successo francese si ebbero immediatamente. Michele Mazzarino fu nominato cardinale su richiesta del re di Polonia, che invano, però, chiese anche il «cappello» cardinalizio per Giulio; mentre a Roma « il nome francese acquistava nuovo lustro».

Mazzarino, probabilmente, non aveva pensato di attaccare la Spagna nel regno di Napoli, ma gli avvenimenti nella città partenopea glie ne offrirono l'occasione. La rivolta di Masaniello contro il fiscalismo spagnolo suscitò una violenta reazione del Vice-Re che volle soffocare nel sangue la protesta. Fu uno sbaglio. Mazzarino ne approfittò per appoggiare il duca di Guisa, Enrico di Lorena, che era stato chiamato dai napoletani anti-spagnoli a difendere la repubblica, proclamata nell'ottobre del 1647.

Il ministro, in verità, pensava più a dare fastidio agli spagnoli che ad altro, giacché non aveva fiducia nel tentativo del Guisa. Difatti, questi fallì le sue mire in seguito ad una reazione più accorta ed oculata della Spagna, che riprese il controllo della città. Il Guisa fu arrestato e i filo-francesi furono amnistiati.

La guerra, che ormai da trent'anni imperversava in tutta Europa e causava stragi, distruzioni, epidemie, carestie, con un impressionante calo della popolazione nei centri grossi e piccoli, aveva stancato tutti. L'unico ancora a resistere era l'imperatore d'Austria. Mazzarino inviò contro di lui i due più grandi capitani del tempo, Condé e Turenne, che nell'estate del 1648 inflissero una dura sconfitta agli eserciti imperiali.

Si arrivò così alla conclusione delle trattative di Westfalia, i cui accordi furono firmati il 24 ottobre 1648. Essa «è la prima convenzione, che abbia contemplato un così gran numero di problemi, che abbia dato una sistemazione duratura alla configurazione politica e territoriale europea, che abbia formulato principi giuridicamente importanti di diritto internazionale e suggellato la fine delle guerre di religione» (R. Quazza).

La Francia era la potenza che ne usciva con il maggior prestigio diplomatico, politico e militare; ampliava i suoi possedimenti territoriali e aumentava la sua influenza.

Solo la Spagna non accettò gli accordi e continuo la guerra contro la Francia, sulla quale già era scoppiato l’ uragano della guerra civile.

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VITTORIE MILITARI E MISERIA SOCIALE

 

Dal 1648 al 1653 Giulio Mazzarino attraversò la crisi più tremenda della sua vita e della sua carriera, che avrebbe potuto travolgere anche la monarchia e tutta la Francia, se la sua abilità e genialità non lo avessero sorretto e, infine, riportato alla guida del governo francese.
        I motivi di quello che abbiamo chiamato l'uragano della guerra civile furono molti, complessi e non sempre chiari. Cerchiamo di coglierne i più importanti.

Alla base dell'azione politica, di Richelieu prima e di Mazzarino poi, c'era la concezione dello Stato assolutista, che si concentrava e si esprimeva tutto nella persona e nella volontà del monarca. Questa concezione caratterizzò le teorie e la prassi di governo nella seconda metà del Seicento e in tutto il Settecento.          

L'assolutismo soffocava ogni prima scintilla di democrazia, di politica sociale e popolare. Qualsiasi tentativo di controllo da parte di assemblee o parlamenti, che venisse ad intaccare l'autorità del re, era combattuta spietatamente. Di tentativi del genere già se ne verificavano molti, anche in Francia, ma erano ancora idee confuse e si manifestavano a livello di impressioni e di conati non meglio definiti. Ma essi potevano costituire un substrato psicologico sufficientemente valido, pur se labile e incostante, a rivolte e movimenti di protesta.  

Contro lo stesso principio assolutista, da un'altra direzione, si scagliarono con più determinazione e maggior cognizione di causa i nobili feudatari, i quali sentivano che il loro ruolo politico si veniva riducendo a semplice comparsa coreografica per esaltare la maestà del re e far sentire più intoccabile la sua autorità.   

Richelieu e Mazzarino, più rudemente l'uno e con maggior tatto e diplomazia l'altro, ma tutti e due con chiara determinazione, venivano togliendo alla nobiltà feudale ogni autorità, interferenza e peso nel governo della nazione, che accentravano nelle mani del re e dei primi ministri, veri autori di ogni decisione.  

I re, dal canto loro, avevano perduto la capacità e l'energia di essere i veri capi dei popoli e degli eserciti, ipotizzando i motivi del loro prestigio e della loro autorità nella sfera dell'istrionismo superstizioso, che li faceva apparire voluti e inviati da Dio; essi rappresentavano il potere, ma per esercitarlo avevano bisogno di uomini abili e preparati, di ministri capaci e spesso senza scrupoli.   

La stridente contraddizione di un'autorità pretesa per diritto divino e la capacità di esercitarla, che quello stesso diritto divino negava loro, aveva scosso la fiducia e la stima dei popoli. Ed essi, i re, come ultimo espediente per salvare se stessi e l'istituzione, accettavano che abili ministri trasformassero il potere in prepotere e l'autorità in assolutismo.   

Queste idee — forse sarebbe più esatto chiamarle impressioni — per divenire chiare ed esplicite dovettero attendere ancora alcuni decenni. Intanto gli animi si agitavano e le forze in campo — monarchia, nobiltà, popolo, plebe — sarebbero entrate in conflitto fra loro alla prima occasione favorevole.       

In Francia, proprio durante il governo della reggente Anna d'Austria e del ministro Mazzarino, si verificarono circostanze favorevoli perché entrassero in aperto e violento scontro nobiltà, parlamento e popolo da una parte, monarchia e governo istituzionale dall'altra.

Le continue guerre che andiamo ricordando avevano bisogno di finanziamenti incessanti e sempre più consistenti. Gli eserciti allora erano formati da soldati di mestiere, che militavano e combattevano non in base alla loro nazionalità e per dovere civico, ma si offrivano a chi li pagava meglio e di più, non facendo caso alla bandiera che li guidava. Per avere buoni eserciti, pertanto, era necessario disporre di molti soldi, e l'unico sistema per procurarseli era l'imposizione di tasse, le quali colpivano con maggiore pressione quando la penuria si faceva sentire di più.

Mazzarino, che abbiamo presentato come un genio nella diplomazia, aveva una grossa e imperdonabile lacuna: non era affatto un economista e non possedeva capacità amministrative. Per amministrare il suo patrimonio personale, ricchissimo, egli aveva trovato una persona attiva e meticolosa,  Jean Baptiste Colbert, un vero amministratore; per la direzione delle finanze dello Stato il ministro si era affidato a tipi come Particelli d'Emery, di origine italiana, uno specialista nel cavar soldi e nell'inventare espedienti fiscali.

Il popolo, poi, oltre ad essere vessato e impoverito dalla pressione fiscale, doveva subire tutte le angherie, le razzie, i saccheggi che inevitabilmente si verificavano ogni qualvolta passava un esercito.

La miseria e la fame in Francia e nella stessa Parigi avevano ridotto la gente alla disperazione. Proprio in quegli anni san Vincenzo de' Paoli (il «Signor Vincenzo», come lo chiamavano) per aiutare le moltitudini dei diseredati fondò la Congregazione dei Fratelli della Missione. Ma ben poco poteva la carità del Santo e dei suoi seguaci contro la miseria disperata delle masse; soprattutto, egli, nonostante i suoi interventi, non poteva impedire ai potenti di perseguire i loro ambiziosi disegni succhiando il sangue della gente.

Fu questa miseria generale, provocata dalle tasse esorbitanti e dalle continue guerre, l'occasione, prima per il parlamento di Parigi e poi per i nobili, per far scoppiare in Francia la guerra civile, passata alla storia con l'appellativo di «La Fronda».

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BARRICATE A PARIGI

 

II parlamento del secolo XVII non era una assemblea eletta a suffragio popolare, come noi oggi l'intendiamo, né aveva il potere legislativo come i nostri parlamenti. Allora chi faceva le leggi e governava la nazione era il re con i suoi ministri. Il parlamento aveva solo un potere giudiziario, praticamente quello che oggi ha la nostra magistratura.
          In Francia, ai tempi di Mazzarino, c'era un parlamento in ogni città più importante; se ne contavano dieci; quello di Parigi esercitava la sua giurisdizione su quasi metà della nazione.

    I membri del parlamento venivano chiamati «giudici», perché in effetti questa era la loro funzione. Essi, in origine, erano nominati dal re; poi al parlamento fu riconosciuto il. diritto di eleggere i propri membri; infine le cariche parlamentari si comprarono e si ereditarono per diritto di famiglia. Si era così creata una nobiltà «di toga», come esisteva una nobiltà «di spada». 
         Il parlamento, dovendo far osservare le leggi, doveva necessariamente conoscerle prima che fossero promulgate, e spesso il parlamento di Parigi aveva tentato di arrogarsi il diritto di «osservare» i decreti del re, specialmente quelli fiscali, che — come abbiamo visto — toccavano più direttamente nobili e popolo. Ciò aveva creato uno stato di permanente conflitto tra la monarchia e il suo governo e il parlamento. Più di una volta quest'ultimo aveva fatto tentativi per ingerirsi anche nella vita politica vera e propria dello Stato, accrescendo il dissidio e la lotta interna fra i poteri. L'ultimo tentativo di questo genere si verificò proprio durante la reggenza di Anna d'Austria e, purtroppo, sfociò in una guerra civile, che coinvolse Mazzarino fino a costringerlo all'esilio.

L'occasione per cominciare a minare la posizione dell'indesiderabile e odiato Primo Ministro della reggente, straniero ed eccezionalmente abile sostenitore del regime monarchico assoluto, e per rivendicare a sé una funzione politica, fu offerta al parlamento di Parigi dalle nuove leggi fiscali, presentate al «letto di giustizia» del 15 gennaio 1648. In questa circostanza Omer Talon, avvocato generale di Sua Maestà, pronunciò un'aspra requisitoria contro la politica del governo; tra l'altro disse: «Ci si viene a dire che non è punto facile concludere la pace con i nemici e che è più agevole condurveli con la forza che con la ragione . . . Ma noi possiamo dire che le vittorie e le conquiste non diminuiscono affatto la miseria dei popoli, che ci sono delle province intere dove non ci si nutre che con un po' di pane, di avena e di crusca . . . che tutte le province sono impoverite per rifornire il lusso di Parigi o piuttosto di alcuni individui. . .che non resta più niente ai vostri sudditi all' infuori delle loro anime, che, se fossero commerciabili, da gran tempo le avrebbero messe all'incanto». Parole forti ed obiettive: peccato che chi le diceva era un privilegiato esentato dal pagare le tasse, perché membro del parlamento, e le pronunciava non per difendere il popolo ma solo per combattere il potere regio e rivendicarlo alla sua classe sociale. 

Non possiamo, certo, giudicare i politici del Seicento con la mentalità di oggi. Allora non esisteva affatto una scienza dell'«economia politica» né ci si poneva il problema di una politica economica. I fatti economici erano circoscritti nell'ambito della proprietà fondiaria e del commercio, e si svolgevano esclusivamente nella sfera del privato. Non si aveva alcun concetto di «produttività» del lavoro né era ancora sorta l'organizzazione industriale con i complessi e, ancora oggi, insoluti rapporti fra capitale e lavoro. Solo qualche studioso, come Crozio, nei suoi scritti aveva accennato incidentalmente a un diverso modo di concepire l'economia: ma o quegli scritti non erano stati letti o chi li aveva letti aveva notato osservazioni solo marginali. Anche l'impostazione della politica fiscale era completamente diversa. Le tasse allora non si pagavano per i servizi che lo Stato doveva offrire alla comunità civile. La tassa si doveva solo per dovere di sudditanza a chi era proprietario o deteneva il potere, il quale la usava come voleva e non per il bene comune.

Tutto questo ci spiega come l'atteggiamento del parlamento di Parigi fosse considerato un atto politico di usurpazione dei poteri del re e del suo governo.

Mazzarino, per combattere le pretese dei giudici del parlamento di Parigi, fece appello ai parlamenti delle altre città, ma questi solidarizzarono con quelli della capitale. Il 13 maggio 1648 i rappresentanti di tutte le corti sovrane (i parlamenti), contro il parere della regina Anna, che negò il suo assenso alla decisione, si costituirono in unica assemblea nella Chambre-Saint-Louis e decisero di deliberare una riforma dello Stato. La Chambre-Saint-Louis si riunì il 26 giugno e redasse una «carta» di 27 articoli, in cui, tra l'altro, s'imponeva alla reggente di non decretare alcun',altra imposta senza l'approvazione del parlamento, e che la detenzione di qualsiasi imputato non poteva protrarsi oltre le ventiquattr'ore senza interrogarlo o inviarlo al giudice di competenza. 

Per Mazzarino le decisioni del parlamento erano una netta sconfitta politica, e fu commentando questa situazione che egli confidava di «versare lacrime e sangue», perché i giudici «non si fanno scrupoli di rendermi odioso alla gente, la quale non va oltre la scorza delle cose, e mi attaccano soprattutto per la mia qualità di straniero. Piacesse al Cielo che tutti i francesi avessero la stessa passione che ho io per il bene dello Stato».

Tra i membri del parlamento c'era un certo Broussel che andava continuamente ripetendo: «Basta con le tasse! È tutta colpa delle tasse! Si debbono abolire le tasse!»; era diventato un ritornello dei suoi interventi, privo di qualsiasi logica politica, ma con un'immediata presa demagogica, che aveva fatto del Broussel l'idolo della folla di Parigi: lo chiamavano «padre del popolo».

I clamori dei primi sintomi di rivolta che serpeggiavano fra i parigini vennero sopraffatti, per un po', dalla notizia che il principe di Condé aveva annientato l'esercito imperiale con una strepitosa vittoria a Lens, il 20 agosto 1648, e di conseguenza si poteva andare alla firma della pace di Westfalia. Il popolo ne fu esultante e fu indetto un solenne « Te Deum » nella cattedrale di Parigi. Mentre si svolgeva la cerimonia, Mazzarino fece arrestare Broussel, sperando in questo modo di evitare i torbidi popolari. Ma quando i parigini vennero a sapere dell'arresto del loro beniamino, uscirono in massa e innalzarono barricate per tutta la città. Il 26, 27 e 28 agosto furono giornate grigie per la corte e per il governo. Il presidente del parlamento Molé con altre personalità cercò di trattare con la reggente, ma la folla, inferocita dallo spirito di rivolta e aizzata dai «mantelli neri» (uomini armati assoldati da privati) di Broussel, minacciò lo stesso Molé e il coadiutore di Parigi Paolo Gondi, tumultuando davanti al palazzo reale.

Il 28 agosto la corte cedette. Broussel fu liberato e la folla di Parigi lo portò in trionfo; a lui sembrò quasi di aver raggiunto la sua ambizione: «prendere il posto di Mazzarino, facendosi imporre dall'opinione pubblica » (Boulanger).

Ma gli avvenimenti precipitarono in vera e propria guerra civile.

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LA FRONDA PARLAMENTARE

 

Le barricate innalzate a Parigi furono tolte appena liberato Broussel, ma la città rimase in fermento e lo spirito di rivolta andava aumentando di giorno in giorno, alimentato dai membri del parlamento, che intendevano strappare alla reggente l'approvazione della «carta» della Chambre-Saint-Louis.  
          I più accaniti fra i contestatori si servirono anche della stampa per combattere Mazzarino e la corte. Anzi, se non andiamo errati, fu la prima volta nella storia dell'Europa moderna che un movimento politico organizzò una campagna di stampa diffamatoria contro i suoi avversari.
         Naturalmente non si risparmiò la vita privata del Cardinale, principale e quasi esclusivo bersaglio dei libellisti, e i rapporti che egli aveva con la regina Anna; soprattutto si cercò di fraintendere la sua azione politica e di minimizzare e ridicolizzare i successi diplomatici e militari della Francia che solo a lui potevano essere attribuiti.
         Tutto il movimento di rivolta prese il nome di «Fronda». La fronda era un giuoco d'azzardo vietato dalla legge; la polizia si limitava a disperdere i giocatori quando li pescava, ma questi, cessato l'allarme, tornavano a riunirsi e riprendevano il giuoco; da esso appunto derivò l'appellativo la protesta parigina contro Mazzarino e la corte, e coloro che vi aderirono si chiamarono «frondisti».

Per evitare che il re, ancora fanciullo, e gli altri membri della corte corressero pericoli, fu deciso il loro trasferimento a Saint-Germain-en-Laye. L'allontanamento del re fece viva impressione sul popolo di Parigi e lo stesso parlamento non si sentì più così sicuro. Fu deciso quindi di inviare una delegazione alla reggente per trattare l'approvazione delle decisioni della Chambre-Saint-Louis e il rientro del re a Parigi. Ancora una volta la regina cedette alle pressioni, soprattutto fidando sulle garanzie che offrivano il duca d'Orléans e il Condé, sostenitori del partito lealista. Mazzarino non prese parte alle trattative, perché i frondisti non vollero incontrarsi con lui. Egli ebbe a dire che «la dichiarazione [firmata dalla regina] e l'autorità monarchica non potevano sussistere insieme».
          Nel frattempo il Primo Ministro, oltre a parare come poteva i colpi dei frondisti, continuò instancabile nella sua attività diplomatica. Il 24 ottobre, due giorni dopo l'accordo con la delegazione parlamentare, veniva firmato il trattato di pace della Westfalia. Era un duro colpo per i suoi nemici, ma questi cercarono di schivarlo, ignorando il successo della diplomazia francese e minimizzando i vantaggi che ne derivavano alla Francia. Un prete, aderente al partito frondista, scrisse in un libello che un simile trattato «non poteva derivare che dallo spirito di un turco o di un saracino sotto il mantello di un cardinale». Questi erano gli oppositori di Mazzarino.

Alla fine di ottobre la corte, su richiesta ufficiale del preposto dei mercanti, che ebbe l'appoggio degli scabini (funzionari dei tribunali) e il parere favorevole dello stesso Mazzarino, rientrò a Parigi. La lotta tuttavia continuò. Il libellismo frondista inventò le «mazzarinate»: epigrammi, battute, allegorie ecc. contro il Cardinale; ancora oggi esistono i volumi in cui sono state raccolte.

I membri della nobiltà continuarono a tessere intrighi e brigavano per ottenere il possesso di terre, città e titoli a cui erano abbinati ricchi benefici. Il re dovette chiedere al Papa due cappelli cardinalizi: per l'abate Rivière, favorito del duca d'Orléans e per il principe di Conti, appoggiato dal Londe. Quest’ultimo, inviato al parlamento per difendere la corte e appoggiarne il partito favorevole, fece pesare sulla assemblea tutta l'altezzosità, l'ambizione e la sete di potere che lo animava; arrivò perfino a minacciare con le mani il presidente Viole.

Col precipitare degli eventi si pensò ad un intervento armato da parte della corte per domare la rivolta. Ciò che preoccupava, però, era sempre l'incolumità del re. Nella notte te fra il 5 e il 6 gennaio 1649 Mazzarino organizzò di nascosto, per una seconda volta, la partenza del re e della corte da Parigi, e li condusse a Saint-Germam.

La corte poteva contare a suo favore su gran parte dell'esercito, e un buon numero di nobili l'appoggiava. Mazzarino ordinò il blocco della città nella certezza che il popolo e i commercianti avrebbero subito ceduto per le difficoltà di approvvigionamento. Ma i convogli di rifornimento, in un modo o in un altro, riuscivano a passare.

Il 9 gennaio il parlamento emise un ordine di arresto nei confronti di Mazzarino, definito perturbatore dell'ordine pubblico. I nobili del partito frondista si impegnarono, giurando sui Vangeli, a non accettare alcun compromesso con la corte, se il cardinal Mazzarino non si fosse prima allontanato dal regno e non vi avesse messo più piede.

Mazzarino non se la prese troppo per queste decisioni: sapeva che gli scopi dei suoi nemici erano ispirati da interessi troppo contrastanti, perché essi potessero andare d'accordo a lungo. «Io ho la soddisfazione », scriveva il Ministro, «che tutti loro non possono accampare altro pretesto per il loro crimine all'infuori della fermezza che io ho avuto nel consigliare il re a non lasciarsi spogliare della sua autorità ... M. de Bouillon vuole Sedan; M. d'Elboeuf, Montreuil... e il Coadiutore vuole abbinare il potere temporale in Parigi con quello spirituale». I nomi citati da Mazzarino erano tutti nobili esponenti della Fronda.

Mentre in seno al parlamento, col passare dei giorni, si scoprivano le vere intenzioni della sommossa contro il Primo Ministro, a Parigi la gente cominciava a sentire le conseguenze del blocco ordinato da Mazzarino e rafforzato dall'intervento delle truppe del Condé, che 1'8 febbraio si era attestato a Charenton, importante posizione che isolava completamente la città. La miseria e la disperazione dei parigini cresceva di giorno in giorno. La madre Angelica del convento di Port-Royal scriveva alla sorella Genoveffa che la chiesa era piena di disgraziati lì rifugiatisi: «Fa una terribile impressione vedere tutta questa povera gente ... ».

Finalmente, ai primi di marzo, il parlamento si decise a chiedere un incontro con la regina per arrivare ad un accordo. Mazzarino non prese parte alle riunioni, che si tenevano in due sale distinte: in una c'era la commissione parlamentare e nell'altra quella, della corte; i contatti venivano tenuti tramite messaggeri. Il compromesso fu raggiunto l'11 marzo 1649: il re accettava le deliberazioni della Chambre-Saint Louis; il parlamento ritirava le ordinanze contro Mazzarino e s'impegnava a non tenere assemblea per un anno.

Intanto, un altro pericolo minacciava la posizione della corte. Il generale Turenne era d'accordo con i frondisti e minacciava di sollevare la Normandia, regione ricca e popolosa, e venire col suo esercito a dare man forte ai rivoltosi di Parigi. Mazzarino, con abile mossa militare e facendo leva sulla venalità dei soldati tedeschi, che in gran parte componevano la compagnia del Turenne, sventò la minaccia. Il ministro era anche del parere che il re non dovesse rientrare a Parigi, se prima la situazione non si fosse completamente chiarita. Infatti, i nobili, che avevano aderito alla Fronda, erano rimasti scontenti degli accordi fra il parlamento e la regina, perché in essi non era stato fatto alcun cenno ai loro interessi ed erano state ignorate tutte le loro ambizioni.

Mazzarino, per evitare l'immediato ritorno del re nella capitale, sostenne che fosse necessaria la presenza di Sua Maestà fra le truppe francesi in guerra contro la Spagna. L'abile diplomatico si rendeva anche conto che la pace era necessaria per riportare la calma all'interno e assicurare la piena autorità del re; perciò bisognava chiudere quanto prima la campagna militare contro la potenza rivale. In ciò non fu fortunato. Inoltre c'erano regioni della stessa Francia dove era presente un attivo e forte partito frondista, che bisognava riportare all'ordine e ristabilire l'autorità regia. Egli condusse il re con sé e svolse in quel periodo un lavoro enorme.

Riportiamo a questo proposito una pagina del Boulanger, che ritrae molto efficacemente il Primo Ministro in questo periodo: «Come non meditare profondamente su quello che dovette essere il gabinetto di un Mazzarino, quando un uomo solo doveva interessarsi ai negoziati, alla guerra, all'approvvigionamento e al reclutamento delle truppe, all'amministrazione interna dello Stato, ai rapporti con la Santa Sede, alla pacificazione delle provincie, all'ordine nelle città, alla flotta, ai porti, alle finanze? Quanti segretari aveva Mazzarino? Non si sa. Se li trascinava certo con sé da per tutto. Nelle stanze glaciali di Saint-Germain o di Compiègne, o sotto qualche ogiva di Saint-Quentin, Amiens, il plotone silenzioso si applicava ai fascicoli di documenti e ai grossi registri. Quasi ogni lettera scritta o dettata dal cardinale veniva ricopiata; e il cardinale corrispondeva con tutti: per indicare ciò che conveniva dire ai plenipotenziari svedesi; per raccomandare di far scomparire una determinata notizia nella "Gazette"; per impartire direttive ai lealisti di Bordeaux; oppure, purtroppo, per chiedere denaro, sempre denaro, perché lo Stato era povero e la guerra non finiva mai».

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I NOBILI SI COALIZZANO CONTRO MAZZARINO

 

Gli attacchi dei frondisti più accesi contro Mazzarino non cessarono dopo l'accordo del parlamento con la regina, e il rientro del re a Parigi veniva sempre rimandato per gli incidenti che si susseguivano nella città, come quello del 20 luglio, durante il quale un gruppo di facinorosi liberò Marlot, uno stampatore condannato a morte per aver diffamato la regina.

Finalmente il 18 agosto il re tornò nella sua città, che lo accolse con entusiasmo, erigendo archi di trionfo e ispirando alla stampa la più ridondante retorica seicentesca: «Questo astro brillante », scriveva un cronista, « questo sole radioso, questo giorno senza notte, questo centro su cui convergono tutti i raggi della circonferenza, in una parola questo primo mobile francese che muove tutti gli altri». Mazzarino, che percorse il corteo sulla carrozza reale, fu fatto segno a manifestazioni di simpatia e di riverenza.

La pace sembrava tornata nella martoriata capitale. Mazzarino, però, non si faceva illusioni: sapeva benissimo che, se il parlamento era stato fiaccato, la nobiltà era rimasta delusa, e non soltanto quella che aveva aderito alla Fronda. Gli stessi personaggi che erano rimasti fedeli alla casa reale avrebbero ora accampato le loro insaziabili pretese. Primo fra tutti il Condé — che si vantava di aver salvato la Francia e la Monarchia e di essere l'eroe indiscusso della nazione — chiedeva in compenso, per sé e per i suoi, uffici, prebende, rendite, titoli nobiliari, castelli, governatorati. Egli maltrattò perfino Mazzarino, quando questi gli chiese il consenso di far sposare la nipote, Laura Mancini, con il duca di Mercoeur. Ne seguì fra i due una rottura pericolosa. Ma Mazzarino era troppo furbo per fare una guerra aperta contro il Condé, circonfuso dell'aureola di figlio di Marte. Il fatto era avvenuto il 14 settembre 1649 e dopo pochi giorni ci fu un'apparente riconciliazione, con una completa capitolazione del Primo Ministro: il Condé otteneva la direzione di tutti gli affari di Stato, il Ministro doveva avere l'assenso del principe in tutte le nomine importanti, doveva sostenere gli interessi del Condé ed avere il suo consenso per l'assegnazione dei benefici, per i matrimoni dei nipoti.

Può sembrare strano un così completo cedimento da parte di Mazzarino. Ma egli aveva fatto i suoi calcoli e si era deciso a giocare una carta molto delicata e pericolosa, ma geniale. Facendo leva sul carattere intrattabile del Condé, Mazzarino era convinto che più potere concedeva alla presunzione del principe più nemici gli faceva procurare.
           Il tentativo riuscì in pieno. Il comportamento del Condé in parlamento, le sue continue richieste di onori e di investiture di benefici, il suo carattere collerico, l'ingenuità in politica e in diplomazia lo condussero a invischiarsi in scandali di corte, a creare situazioni scabrose e offensive per i prìncipi del sangue e per altri nobili di antico e prestigioso lignaggio. Egli arrivò ad offendere la regina in persona, tentando di metterla in una imbarazzante situazione di scandalo; ma in breve si scoprì tutta la macchinazione, e si può immaginare la reazione di Anna.

La misura fu colma quando il generale, che si credeva ormai onnipotente, con un intrigo fece rompere il matrimonio del duca di Richelieu, pronipote del grande cardinale e governatore di Le Havre, con una signorina della famiglia Chevreuse: in questo caso l'affronto era stato fatto personalmente al re, che per quel matrimonio doveva dare il consenso.

Mazzarino fino a quel momento aveva taciuto e lasciato fare. Ora erano maturi gli eventi per intervenire. Avevano dato man forte al Condé il fratello, principe di Conti, e il cognato, duca di Longueville. I tre personaggi il 18 gennaio 1650 furono invitati al Consiglio del re, che si teneva nel palazzo reale. Si presentò loro il capitano delle guardie della regina, Guidoni, che li dichiarò cerimoniosamente e con ogni riguardo in arresto in nome della reggente. Condé, anche se sorpreso, non protestò: il palazzo era gremito di guardie e l'azione era stata preparata in segreto in ogni particolare. I prigionieri furono condotti a Vincennes. Il Gran Condé commentò: «Un'ottima retata; con un colpo solo sono stati presi un leone, una scimmia e una volpe ».

Nessuno si risentì per l'arresto del Condé, che si era reso inviso a tutti. Quelli che stavano dalla sua parte fuggirono da Parigi. La sorella, signorina di Longueville, tornò nella Normandia a organizzare altri complotti.

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LA FRONDA DEI NOBILI

 

I nobili anti-mazzariniani erano fuggiti all'inizio del 1650; ma non erano stati debellati. Fra essi la duchessa di Longueville, sorella del Condé, si dimostrò la più intraprendente e pericolosa. Fu senz'altro una donna eccezionale: bella, coraggiosa, intelligente, non amava le mezze misure; aveva condotto una vita austera e castigata nella prima gioventù; in seguito era stata sfrenata nei piaceri; sempre in prima linea durante i giorni della Fronda; per lei aveva perduto la testa più di un personaggio importante, fra i quali il più illustre era stato il capitano, ora rivale ora amico del Condé, Turenne, che adesso era passato alla Spagna. La Longueville in Normandia aveva immediatamente riorganizzato le fila della Fronda e si preparava a dare battaglia con l'appoggio della Spagna.

Mazzarino capì subito la pericolosità della situazione; inviò agenti fidati nelle province più turbolente, e guarnigioni armate nelle città dove la minaccia si presentava più grave. Prima di ogni altro bisognava debellare la Longueville. Il Ministro reclutò un esercito da mandare nella Normandia. Anzi, per fare più colpo e dare alla sua azione il prestigio della legalità e della legittimità, decise di condurre con sé il piccolo Luigi XIV con la reggente e la corte. Anna d'Austria, lasciando ancora una volta Parigi, incaricò il duca d'Orléans, zio di Luigi, di seguire gli affari di Stato, e gli fece giurare di non liberare i prigionieri, che sarebbero dovuti rimanere in carcere «fino al quarto anno dopo la maggiore età del re».

La campagna in Normandia, durante i primi mesi del 1650, non durò molto. Furono sottomessi i castelli e le città, dove invero i frondisti erano pochi; la duchessa di Longueville dovette fuggire in modo avventuroso e si salvò a stento da un annegamento. La provincia, per la sua ribellione, venne multata di novecentomila scudi, «di cui trecentomila vennero distribuiti agli indigenti e trecentomila impiegati a pagare i debiti pubblici. Dei trecentomila restanti la regina fece dono a Mazzarino» (Boulanger).

Fu poi domata la rivolta in Borgogna. Ma subito si riaccese un nuovo focolaio di ribellione.

La Longueville, tornata dall'Olanda dove s'era rifugiata, si rimise in contatto con Turenne e il 30 aprile 1650 con Gabriele di Toledo strinse un patto per far intervenire l'esercito spagnolo in Francia, allo scopo — dicevano - di riportare la pace, liberare i prigionieri e cacciare l'odiato Mazzarino, incolpandolo «di perpetuare l'ingiustizia di tenere la cristianità nel ferro e nel fuoco al solo scopo dei suoi interessi personali».

Il gesto della Longueville era grave e rappresentava una grossa minaccia. L'intervento spagnolo in territorio francese, appoggiato da alcune delle famiglie più potenti e illustri del regno, poteva far fallire tutta la politica di Mazzarino e annullare i vantaggi fino allora conseguiti.

Il teatro degli scontri si spostò nella Guyenne, dove la città di Guisa venne attaccata dagli spagnoli e dai frondisti. I francesi ebbero la meglio: fu un'altra vittoria di Mazzarino. Questi rientrò a Parigi con la corte nel luglio del 1650, ma dovette ripartire subito, perché nella Guyenne le agitazioni non si erano calmate. Ancora una volta la corte lo seguì. La nuova mèta da raggiungere era Bordeaux, dove la rivolta aveva richiamato numerose forze frondiste. Le difficoltà da superare — di ordine militare, logistico, finanziario e politico — furono innumerevoli, e solo il 5 ottobre l'esercito francese poté entrare vittorioso nella città.

Ma, a Parigi, come andavano le cose? Ecco il quadro riassuntivo che ne fa Boulanger: «Monsignore [il duca d'Orléans] più che mai geloso, turbolento, mentitore, assurdo; la Chevreuse che pretendeva la luna come prezzo dei suoi servigi; il Coadiutore intrigante; la principessa Palatina, adorabile e temibile, che dava sotto il ventaglio consigli terribili; il parlamento verboso e irritato in permanenza». Ma la minaccia più pericolosa veniva dalla frontiera. Turenne nel mese di agosto si era impadronito di Rethel e di Chateau-Porcien: se il nemico fosse riuscito a fortificarsi su questi capisaldi, l'invasione della Francia sarebbe stata incontenibile. Mazzarino organizzò un contrattacco contro l'esercito di Turenne. Guidava le truppe francesi il maresciallo Plessis-Praslin, e lo stesso Ministro volle essere presente. La Piazzaforte di Rethel fu espugnata il 15 dicembre del 1650 e l'esercito avversario ridotto all'impotenza.

Sembrava il trionfo definitivo di Mazzarino. Ma a Parigi i nobili non si davano per vinti. Ora erano tutti uniti per liberarsi di Mazzarino, che rientrò nella città alla fine del 1650, soltanto per assaporarvi il boccone più amaro della sua carriera e della sua vita.

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L'ESILIO

 

L'aspirazione dei nobili di Parigi di esautorare l'autorità regia per esercitare essi stessi "nei loro domini un potere incontrollato, o addirittura il sogno di qualcuno di usurpare il trono di Francia, non si era ancora sopito. Ora, chi stava difendendo quel trono, occupato da un re fanciullo e da una reggente che sarebbe stato facile mettere fuori causa, era Giulio Mazzarino: l'unico che aveva intuito chiaramente, ereditando lo spirito di Richelieu, il cammino che la storia d'Europa stava percorrendo. Contro di lui, quindi, si coalizzarono all'inizio del 1651, quando mancavano solo alcuni mesi alla maggiore età di Luigi XIV, tutti i nobili di Parigi, anche quelli che fino allora erano stati dalla parte del re e del ministro. 

Un patto, siglato il 30 gennaio, portava la firma di Gastone d'Orléans, zio del re e cognato della reggente, e di numerosi altri prìncipi della casa reale, nonché del Coadiutore di Parigi e del presidente del parlamento Viole. Mazzarino, pertanto, rimaneva isolato, con il solo appoggio della regina Anna d'Austra.

La coalizione dei prìncipi aveva lo scopo dichiarato e sottoscritto di allontanare Mazzarino dal Consiglio di Sua Maestà e si sottometteva alla casa reale, mentre prestava obbedienza al duca d'Orléans. Essi chiedevano anche la liberazione dei prìncipi prigionieri, che nel frattempo erano stati trasferiti a Le Havre.   Mazzarino si trovò a malpartito, ma era un abile stratega e capiva quando poteva essere più utile una ritirata tattica che una battaglia aperta in condizioni di inferiorità. Tutti i prìncipi, il parlamento, il clero, la piazza di Parigi chiedevano la sua testa, non lo volevano come ministro del re. Ed egli prese la decisione coraggiosa, anche se dolorosa. Il 6 febbraio 1651, di nottetempo, a piedi, con la scorta di duecento guardie che l'attendeva fuori città, lasciò Parigi in volontario esilio. Era sicuro della forza e della capacità della regina, che lasciava nel palazzo reale accanto al re Luigi XIV, e contava sugli inevitabili dissapori che sarebbero sorti fra i suoi avversar! e che gli avrebbero ridato la possibilità di rientrare.

         Mazzarino non si allontanò molto nei primi giorni dell'esilio. Venne a sapere — tramite i suoi corrieri che quotidianamente lo tenevano a contatto con la casa reale e lo informavano di ciò che succedeva a Parigi - che 1'8 febbraio la reggente aveva firmato l'ordine di liberazione dei tre prìncipi prigionieri. Anna aveva cercato di fuggire da Parigi, prima di dover cedere alle richieste del duca d'Orléans sulla liberazione del Condé e compagni. Ma la cosa si appurò subito, e le vie di accesso al palazzo reale vennero bloccate giorno e notte da plotoni di gente armata, sicché il re e la regina non si poterono muovere fino al mese di marzo, quasi fossero dei prigionieri «in libera custodia», come scrisse Omer Talon.

         Mazzarino, segretamente informato di tutto, si recò a Le Havre, prima che arrivasse l'ordine ufficiale di scarcerazione, e rimise in libertà il Condé e gli altri. Ma il gesto, anche se ben orchestrato, non gli valse la riconoscenza dei tre prìncipi. Il 17 febbraio il parlamento dichiarò l'innocenza del Condé e degli altri, li reintegrò nei loro titoli e nei loro possedimenti, mentre stabiliva che «nessuno straniero, anche se naturalizzato francese» poteva far parte del Consiglio della corona. Seguì poi un ordine di arresto per Mazzarino, se non avesse subito abbandonato il suolo francese.

          In tutti questi frangenti la regina seguiva le istruzioni segrete di Mazzarino; ma qualche volta essa doveva cedere alla pressione dei prìncipi che la circondavano. Fra l'altro, in una dichiarazione al parlamento, fu costretta a dire che alcuni inconvenienti nella direzione degli affari di Stato si erano verificati «a causa della confidenza che noi abbiamo avuto nei consigli del cardinal Mazzarino, che, in questa occasione, abbiamo allontanato dalla nostra persona ... ». Mazzarino scrisse a Le Tellier, uno dei confidenti più fidati, che la dichiarazione della regina «lo metteva a terra» più di tutte le altre ingiuste accuse.

         Non stiamo qui a enumerare tutti i luoghi in cui Mazzarino si rifugiò durante il suo esilio vagabondo. Gli fu offerto perfino asilo dalla Spagna, se fosse stato disposto a lavorare per quel governo, ma egli rifiutò, dicendo a Pimentel, l'ufficiale che gli faceva l'offerta: «Signore, finirò i miei giorni servendo la Francia con il mio pensiero e con i miei voti, se non potrò farlo altrimenti» (Boulanger). Alla fine accettò rifugio presso l'arcivescovo di Colonia nel castello di Bruhi, dove fu ricevuto con tutti gli onori.

        Verso la fine di agosto, Anna, circuita dai prìncipi frondisti, fece sapere a Mazzarino che stava per mandargli l'ordine di recarsi a Roma, perché il Papa era malato e si prevedeva un conclave; egli vi avrebbe dovuto difendere gli interessi francesi. Fu una nuova ferita ai sentimenti dell'esiliato, che scrisse a Colbert: «Sono oltraggiato fino in fondo ... È troppo volermi spingere, dopo tutte le persecuzioni sofferte, a ricevere l'affronto di recarmi nel luogo della mia nascita ... a espormi al malanimo del Papa che mi sono attirato contro per servire il re ...».

        Mazzarino non si mosse; rimase a Brùhl ad attendere la proclamazione della maggiore età, ormai imminente, di Luigi XIV, evento che in lui riaccendeva molte speranze. Intanto intensificava i contatti con Parigi e con la reggente Anna.

        Non trascurò nemmeno i suoi affari privati. Egli aveva dato incarico a Colbert di curare i suoi beni e i suoi interessi nella capitale. Il fido collaboratore compì un minuzioso e impeccabile lavoro di amministrazione per un patrimonio che era fra i più consistenti di Francia.

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IL RITORNO DALL'ESILIO

      

Mazzarino — come abbiamo visto — seguiva attentamente tutto ciò che succedeva a Parigi, ne era informato minuziosamente e, per quanto poteva, interveniva segretamente presso la regina Anna d'Austria per far prendere agli avvenimenti la direzione desiderata. Quello che egli mirava ad ottenere era soprattutto creare attorno al re, che si preparava a ricevere l'investitura del suo pieno potere monarchico, un partito lealista numeroso ed affiatato.

      Salvata l'autorità e l'efficienza della monarchia, egli era sicuro di essere richiamato a fare il primo ministro, perché Luigi XIV era ancora inesperto e lo rispettava e stimava; sul re, poi, la regina madre esercitava un'affettuosa e sicura influenza, e sappiamo quanto Anna ammirasse Mazzarino. Anzi, proprio con il protrarsi dell'esilio del fedele ministro, fra la reggente e lui si intensificò la corrispondenza, ed appartengono a questo periodo le lettere più confidenziali dei due, anche se nei documenti ufficiali la regina era costretta a mostrare tutt'altro atteggiamento.

      Il 6 settembre 1651 Luigi XIV entrò nella maggiore età e il giorno seguente se ne fece la proclamazione solenne nel parlamento di Parigi con una cerimonia sfarzosa. Ciò significava anche che il duca d'Orléans e il Condé perdevano il diritto di intervenire negli affari di Stato.

     Il 6 settembre la regina e il re furono costretti a dichiarare che confermavano il bando dalla Francia a Mazzarino e ai suoi parenti, perché il Ministro era ritenuto colpevole delle disgrazie del paese. Sia Anna che Luigi XIV s'affrettarono ad informare il loro amico che il re non avrebbe mai ratificato una tale dichiarazione, una volta preso il potere. Ma Mazzarino se ne lamentò e si preoccupò lo stesso: «II re e la regina », scriveva, «con un atto autentico, mi hanno dichiarato incapace, un ladro pubblico, e il nemico della pace cristiana, dopo averli serviti con tanta fedeltà, senza alcun interesse e con tanti successi! Questa dichiarazione già sta facendo il giro d'Europa, e il più zelante dei ministri che essi abbiano mai avuto adesso passa per uno scellerato, un infame».

       Mazzarino, però, non aveva ragione di dubitare di Anna e del re. La regina andava seguendo con intelligenza i suggerimenti del ministro, e molti personaggi di primo piano andavano rafforzando con la loro adesione il partito del re, manovre favorite dal comportamento del Condé, che si credeva sempre onnipotente e intoccabile. Questi si rese colpevole di troppe azioni offensive nei confronti degli altri nobili e dignitari, del parlamento e perfino del re. Non fu presente alla cerimonia della dichiarazione della maggiore età, si presentò al parlamento con una scorta armata per ritirare i sigilli al presidente Molé e consegnarli al segretario Séguier, suo amico; volle il governatorato della Guyenne confinante con la Spagna, con la quale si vociferava mantenesse segrete relazioni. Insomma, ne fece di tutti i colori per rendersi inviso a tutti.

        Intanto altre circostanze intervenivano per spaccare l'unità della Fronda dei prìncipi. Il coadiutore di Parigi, Gondi, solleticato nella sua ambizione con la promessa formale di proporlo a cardinale, passò al partito del re e della regina madre. Così furono guadagnate alla causa lealista la Chevreuse e la Palatina, «due donne che valevano due eserciti » (Boulanger), e il presidente del parlamento Molé. Condé continuava nel suo atteggiamento scontroso e sprezzante. Non si recò più al palazzo reale, pur facendo visita a tutti; arrivò perfino a non salutare il re che passava per le strade di Parigi. Fu colma la misura quando egli riprese apertamente le trattative con gli emissari spagnoli per invadere la Francia, con la scusa di combattere «la condotta violenta del cardinale Mazzarino, l'ostinata avversione che egli ha sempre avuta per la conclusione della pace fra le due corone e la sua temeraria impresa» contro i prìncipi.

      Questi fatti non potevano non consolidare le speranze di Mazzarino. L'8 ottobre 1651 il re dichiarò il Condé e i suoi seguaci colpevoli di lesa maestà. C'era ancora il duca d'Orléans che appoggiava il ribelle in parlamento, ma dopo l'intervento personale del re, il presidente Molé fece ratificare, il 5 dicembre, la dichiarazione di condanna. Condé aveva già lasciato Parigi nel novembre e aveva dato inizio alla rivolta armata contro il re. Durante tutto l'inverno del 1651 e fino all'estate dell'anno seguente l'esercito regio dovette scontrarsi in varie regioni della Francia con i ribelli, fino a quando non li ebbe debellati definitivamente.

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DISPERSA LA BIBLIOTECA DI MAZZARINO

       

 Mazzarino era riuscito ad ottenere ciò che voleva. Il 31 ottobre 1651 ricevette l'invito ufficiale del re e della regina di tornare in Francia e di raggiungere subito i reali, che si trovavano a Poitiers. Egli sapeva, però, quali erano le condizioni in cui si trovava Luigi XIV e, prima di tornare, si preoccupò di reclutare un esercito ben equipaggiato, da offrire a Sua Maestà in piena lotta contro il Condé. Il 24 dicembre egli rimise piede in territorio francese e mandò un messaggio al re, in cui diceva: «II solo mio desiderio è di andare a esporre la mia vita per il bene e il ripristino della pace in Francia». Ad Anna d'Austria, invece, scriveva: «Tutto finirà quando fra cinque giorni arriverò da voi. Nel dire questo sono fuori di me».

         Giunta a Parigi la notizia che Mazzarino era rientrato su suolo francese, fu subito convocato il parlamento, che manifestò una reazione violenta e incontrollata. Il 29 dicembre i giudici parlamentari emisero un nuovo mandato di proscrizione contro il Primo Ministro, con la taglia sulla sua testa di 50 mila scudi e con l'ordine di opporsi al suo passaggio.

         Per mettere insieme il denaro della taglia fu ordinata la vendita della Biblioteca di Mazzarino. Decisione tipica di una rabbia impotente. Naudé, il bibliotecario, cercò di salvare quanto poteva e di non perdere le tracce delle opere che con la vendita venivano disperse, ma il danno per l'insensata decisione fu comunque notevole.

        Furono fatte pressioni sul re perché ratificasse le deliberazioni del parlamento, ma Luigi XIV l' 11 gennaio 1652 dava ordini perché Mazzarino avesse libero passaggio dovunque e ricevesse ospitalità per sé e per le truppe che lo seguivano. Ora era l'esiliato che si trovava nella legalità e nella legittimità, mentre i suoi nemici si mettevano contro la legge.

        Il 28 gennaio, il re si portò, con tutta la corte, fuori della città, per accompagnare a Poitiers il suo ministro, arrivato con 1500 cavalieri armati e duemila fanti. Mazzarino rimase con la corte, a Poitiers, fino al 3 febbraio. Egli riprese in mano la direzione degli affari di Stato e della condotta della guerra contro i prìncipi ribelli. Il Condé minacciava la rivolta armata con l'appoggio spagnolo nella Guyenne, mentre il conte di Rohan tentava di sollevare l'Anjou.

       Mazzarino decise immediatamente un piano di contrattacco e inviò contro il Condé, a Bordeaux, il conte d'Harcourt; egli stesso con l'esercito reale si portò verso la valle della Loira, per impedire che le forze dei ribelli si ricongiungessero. Fu domata senza sforzi la rivolta di Angers il 28 febbraio, e l'esercito del re puntò subito su Orléans, davanti alla quale i duchi di Beaufort e di Nemours avevano stabilito il loro accampamento, mentre Anna Maria di Montpensier (la Grande Mademoiselle) faceva il diavolo a quattro per far entrare nella città i rivoltosi. Ma la città non aprì le porte ai frondisti.

        Il Condé, nel frattempo, con una mossa audace, lasciò delle guarnigioni nel Sud-Ovest e con una marcia forzata si diresse verso Parigi, dove entrò l' 11 aprile. L'arrivo del Condé nella capitale fu accolto con entusiasmo dai frondisti, ma spaventò i nobili, che parteggiavano per il re, e la borghesia, che temeva gli atti di teppismo che ne sarebbero immediatamente seguiti. La situazione si faceva sempre più intricata e pericolosa.

       Mazzarino non si scoraggiò. Egli apparteneva a quei caratteri che si rafforzano e riescono ad esprimersi in tutta la loro capacità proprio nei momenti più difficili. Si rendeva conto che la presenza del grande rivale non era da tutti accettata volentieri nella città, e tramite i suoi emissari mandava istruzioni agli amici sul comportamento da tenere e le iniziative da prendere. Egli organizzò anche un'efficace cam­pagna di stampa con giornali, volantini, manifesti, per crea­re un movimento di opinione pubblica favorevole alla pa­cificazione e contro i frondisti. Scrisse all'abate Fouquet di anticipare seimila scudi per stampare materiale occorrente al­la propaganda. Dalla stessa lettera apprendiamo che il Coadiu­tore, ora cardinale di Retz dal febbraio del 1652, appoggia­va i lealisti.

Un'altra minaccia veniva dalla frontiera Est della Francia. Il duca di Lorena aveva invaso il suolo francese, con il pre­testo di portare l'aiuto della Spagna al Condé. Mazzarino agì sulla venalità di Carlo IV di Lorena per sventare la minaccia. Ma le truppe dell'invasore seminarono la desolazione nelle zone da loro attraversate.

Intanto i mesi passavano e il tempo lavorava sempre a favore di Mazzarino. Il popolo era stanco dello stato di guer­ra civile, della penuria, dell' abbandono e dei soprusi che do­veva sopportare.

Da un giornale dell'epoca si apprende che gli abitanti ri­dotti alla miseria a Parigi erano più di sessantamila, dei qua­li più di quindicimila nella sola parrocchia di S. Nicola. Sulla fine di giugno apparve un manifesto, attribuito ad uno dei fedelissimi di Mazzarino, in cui si diceva: «Io non sono né principe né Mazzarino, non appartengo né a un partito né a un complotto. . . io voglio la pace e detesto la guerra. So­no un buon francese e non parteggio se non per gli interes­si della mia patria. . . Popoli, non prendete parte alle liti di cui voi non potete essere che vittime. . . I prìncipi non pos­sono fare senza di voi? . . . ».

Il parlamento incitò i parigini ad una rivolta popolare contro Mazzarino, ma questa volta furono pochissimi a ri­spondere all'appello. Parigi era veramente stanca.

Il 29 giugno Mazzarino, che si era attestato col suo eser­cito nei pressi della capitale, avvertito da Fouquet che il Condé stava manovrando per guadagnare posizioni strategiche più sicure, diede ordine di provocare il principe allo scontro di­retto. Condé fu costretto a difendersi nei pressi della Porta Sant'Antonio e a stento poté riparare nella città, mentre la Grande Mademoiselle dalla Bastiglia faceva cannoneggiare l'esercito reale. Nonostante tutto, i prìncipi frondisti non ce­devano.

Il 4 luglio il Condé convocò il parlamento all'Hotel de Ville per decidere sulla condotta politica da tenere nei con­fronti della corte. I nobili erano decisi ad andare fino in fon­do nella loro rivolta, e si distribuirono gli incarichi fra loro. I borghesi, però, erano stanchi della situazione, che non sem­brava avere via d'uscita, e cominciarono a rifiutarsi di colla­borare. Il Condé ci rimase male e, uscito dall'Hotel de Ville, pensò di smuovere la piazza contro i borghesi, che erano rima­sti nell'edificio a discutere. Alcuni facinorosi accolsero l'ap­pello del generale e, gridando, trascinarono una piccola folla fino al palazzo, che fu assalito, e venne fatta una strage degli occupanti. A stento si salvarono il preposto dei mercanti e il governatore. Il popolo di Parigi rimase colpito con orrore dal fatto. La Grande Mademoiselle commentò: «Questo fu il colpo di grazia per il partito ».

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MAZZARINO SI ALLONTANA DI NUOVO

 

La situazione dei frondisti andava peggiorando giorno per giorno. Il re ai primi di agosto decise di dare un nuovo colpo politico ai ribelli. Spostò la corte a Pontoise e vi convocò i membri del parlamento che erano riusciti a fuggire dalla cit­tà e a riunirsi al sovrano. Il 7 agosto 1652 fu insediato il parlamento, presieduto da Molé; esso fu anche riconosciuto dalle altre corti di Francia, consolidando così la qualifica di rinnegati ai prìncipi asserragliati nella capitale. Il parlamen­to di Pontoise restò in carica fino al 20 ottobre.

A Parigi i capi frondisti cercarono di giustificare legal­mente la loro ribellione, sostenendo che essi non facevano guerra al re, ma solo a Mazzarino, e che avrebbero deposto le armi, appena il cardinale se ne fosse andato.

Mazzarino, a questa uscita dei rivoltosi, prese, ancora una volta, una decisione da protagonista sicuro di sé e padrone della situazione. Per favorire un accordo fra le parti, egli de­cise di allontanarsi dalla corte, ma volle dal parlamento di Pontoise una dichiarazione che il suo allontanamento era ri­conosciuto come volontario. Il parlamento accolse la richie­sta il 5 settembre. Il re la ratificò, riconoscendo «il disin­teresse del suo ministro, lo zelo, l'abilità e che era stato vit­tima di una persecuzione che non l'aveva risparmiato nei suoi beni, nella vita, nella reputazione»; il sovrano acconsentiva a separarsi temporaneamente «da un ministro che l'aveva sempre servito con tanta passione e fedeltà ».

Mazzarino, tuttavia, restò nel territorio francese e conti­nuò segretamente a consigliare la corte sul da farsi, mentre personalmente si recava dove riteneva più urgente la sua pre­senza.

Sarà superfluo rimarcare ancora una volta che la Francia era prostrata a causa della guerra civile. La situazione diveniva sempre più disperata. L'esercito regio era ridotto a ot­tomila uomini.

La Spagna approfittò della debolezza interna francese per prendersi delle rivincite sulla rivale. Il porto di Dunker­que, importante posizione strategica, fu occupato dagli spa­gnoli, ai quali diede man forte la flotta inglese che, con un attacco a sorpresa e senza dichiarazione di guerra, distrusse i pochi navigli francesi il 14 settembre 1952. Mazzarino scris­se, commentando la sconfitta: «Credo impossibile arrestare il seguito delle nostre sciagure se i francesi, come gli spa­gnoli, continuano ad essere contro la Francia ».

Un'altra minaccia veniva rinnovata da Carlo IV di Lorena, che con 25.000 uomini armati era rientrato in suolo fran­cese e progettava di raggiungere Parigi per soccorrere i prìn­cipi frondisti. Mazzarino si rese conto della pericolosità della manovra e decise di intervenire con energia contro il Lo­renese. Mandò a Servien e a Le Tellier, due membri fra i più influenti del Consiglio del re e fedeli amici del cardinale, l'ordine perentorio di combattere contro il duca di Lorena, prima che egli potesse riunirsi agli altri. Lo stesso cardinale entrò in contatto con Carlo IV per convincerlo a spostarsi subito verso Parigi, mentre egli preparava un'imboscata, so­stenendo che la presenza del duca avrebbe potuto affrettare la pacificazione. Carlo IV abboccò e fu bloccato dalla cavalle­ria del Turenne sulle colline di Villeneuve-Saint-Georges.

A Parigi nel frattempo il cardinale di Retz, che già abbiamo avuto occasione di incontrare altre volte, era stato fino ad alcuni mesi prima uno dei più accesi e dichiarati anti­mazzarinisti. Era piuttosto giovane, non ancora tren­tenne, ma dalla descrizione che i cronisti ne fanno non dove­va presentare un aspetto gradevole, pur essendo un donnaio­lo. Egli stesso ci fa sapere che era stato fatto prete contro la sua volontà e di ciò si lamentava sempre. Mazzarino lo temeva, perché era abilissimo negli intrighi, e aveva in lui uno scaltro rivale per il posto di primo mini­stro. Il Retz era stato nominato cardinale nel febbraio del 1652 e il 13 settembre si recò presso la corte a Compiègne per ricevere il «berretto» cardinalizio dalle mani del re, in verità per intrigare e rientrare in grazia presso il sovrano. Ma fu accolto con molta freddezza.

Sempre a Parigi, come nel resto della Francia, si stavano intanto ripetendo, aggravate, le miserevoli condizioni del­l'anno precedente. La capitale non riceveva più rifornimenti, la campagna circostante era stata completamente devastata dal passaggio degli eserciti, il popolo era arrivato agli estre­mi. San Vincenzo de' Paoli correva di qua e di là per orga­nizzare soccorsi e salvare dalla disperazione la gente; ma po­co si poteva contro uno stato di cose che tutti gli altri con­tinuavano a peggiorare.

I parigini cominciarono a convincersi che solo il ritorno del re avrebbe riportato la calma e la normalità. Già Mazzari­no in una lettera del 19 settembre a Le T ellier diceva che «un accomodamento con i prìncipi è preferibile a qualsiasi altra cosa, perché ottenuto questo cesseranno i torbidi nel regno».

Il 24 settembre più di duemila borghesi si riunirono nel palazzo reale, si armarono ed ottennero da Monsignore, il duca d'Orléans, il lasciapassare per una commissione che do­veva recarsi a trattare col re. Qualche giorno dopo una de­putazione delle sei corporazioni di Parigi si recò a Nantes, dove si trovava allora il re, per pregarlo di rientrare nella capitale. Luigi XIV accettò l'invito, ma disse di voler prima sentire il parere di Mazzarino. Inoltre, egli pose altre con­dizioni: lo sgombero immediato delle truppe del Condé e di Carlo IV di Lorena, e che fossero reintegrate nell'incarico le persone nominate dal re. Quando ebbe ottenuto quello che desiderava, il Sovrano fissò la data del suo ingresso a Parigi per il 21 ottobre.

Dal canto suo Mazzarino scriveva a Fouquet, sempre in­formatore fedele e assiduo del cardinale, che egli non si po­neva tanto il problema di rientrare a Parigi con il re, quanto di «servire il re e assicurare la tranquillità del regno con ogni mezzo, anche se dovessi sacrificarmi interamente». Era il suo trionfo.

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IL RE E MAZZARINO TORNANO A PARIGI

 

Luigi XIV ricevette a Parigi un'accoglienza trionfale. I ca­pi frondisti erano tutti scappati. Lo stesso zio del re, Gasto­ne d'Orléans, era stato costretto ad allontanarsi dalla città. Il popolo affollò le vie che il sovrano percorreva senza gran pompa, bensì scortato da un piccolo esercito ben organizza­to. Le Tellier riferì così l'avvenimento: «Il re arrivò lune­dì scorso in questa città e vi fu ricevuto con tutte le accla­mazioni e le testimonianze di gioia e d'affetto che si pos­sono immaginare. Quasi tutta la popolazione della città gli è andata incontro fino a Saint-Claud ».

Il giorno seguente fu riunito il parlamento, che prese atto della dichiarazione che annullava tutti i decreti emanati dopo il febbraio del 1651. Furono amnistiati i frondisti che si fos­sero sottomessi entro tre giorni.

Il 25 ottobre 1652 Le Tellier si recò da Gastone d'Orléans per fargli firmare la dichiarazione con la quale si impegnava a non prendere più le armi contro il re e «a non aderire più direttamente o indirettamente a qualsiasi azione intrapresa contro la volontà di Sua Maestà». Da quel momento Monsi­gnore uscì definitivamente dalla scena politica.

Il 2 novembre il re emanò una condanna contro i prìnci­pi di Condé e di Conti, la duchessa di Longueville, il duca di La Rochefoucauld, il principe di Talmon e tutti i loro partigiani.

Il 26 ottobre Luigi XIV aveva scritto una lettera a Maz­zarino per chiamarlo ufficialmente a ritornare a Parigi e ri­prendere la direzione degli affari: «È tempo», scriveva il re, «di far cessare le vostre pene che avete voluto soffrire per amor mio. . . Voi avete preferito l'interesse del mio ser­vizio alla vostra personale fortuna. .. Appena avrete rice­vuta questa mia lettera, desidero che vi mettiate in cammi­no per tornare quanto prima possibile presso di me, e, poi­ché i miei affari hanno estremo bisogno di voi, e sono impa­ziente di vedervi, desidero che prendiate ogni precauzione per la sicurezza del vostro viaggio».

Mazzarino per tornare a Parigi aspettò fino al 3 febbraio 1653.

Le ragioni per cui egli indugiò tanto per rientrare nella capitale, secondo il Boulanger furono due. La prima era di far sì che il re prendesse i provvedimenti contro i ribelli senza far apparire che ciò fosse ispirato da spirito di vendetta del Primo Ministro: questi desiderava la pacificazione e non vo­leva ostacolarla. L'altra ragione è che ancora il Condé non era stato debellato definitivamente e Mazzarino voleva se­guire di persona la lotta contro di lui; difatti, fino al feb­braio del 1653 lo inseguì nella Champagne, oltre Chàteau ­Porcien e fino all'Aisne.

A queste ragioni crediamo che se ne debba aggiungere una terza. Quando Mazzarino diceva e scriveva di voler servire soprattutto il re e lo Stato, era sincero. Da autentico uomo politico capiva che, dopo tutto quello che era successo, per far tornare il paese alla normalità bisognava che il popolo, la nobiltà e il parlamento si convincessero che il re, nono­stante la sua età (15 anni), era capace di governare e che egli era il vero sovrano della Francia e non il suo ministro. La presenza fisica di questi a Parigi avrebbe certamente ap­pannato la fiducia che in lui si aveva e la di lui lealtà. D'al­tra parte Mazzarino aveva ben educato il re, suo figlioccio, e non aveva difficoltà a seguirne da lontano il comporta­mento.

Sta di fatto che Mazzarino è uno dei rarissimi esempi nella storia delle sommosse e delle rivoluzioni, che non abbia fat­to seguire alla sua vittoria repressioni, condanne a morte e persecuzioni contro i suoi avversari. Gli unici provvedimen­ti presi contro i frondisti sconfitti, maggiori responsabili del­la guerra civile durata tre anni, furono degli esili in provin­cia. Solo contro il Condé ci fu un supplemento di lotta ar­mata, ma fu egli che la volle. Anche un arresto fu operato, nei confronti del cardinale di Retz, che, rimasto a Parigi, con­tinuò a intrigare contro la corte: l'arresto avvenne il 19 di­cembre 1952.

Sul finire del gennaio del 1653 la rigida stagione inver­nale bloccò le operazioni militari contro il Condé e Mazza­rino decise, allora, di rientrare a Parigi. Lo annunciò alla corte, e la regina Anna il 26 gli scrisse una lettera, che è anche un esempio dello stile mezzo cifrato con cui i due co­municavano, per sottrarsi al pettegolezzo: «lo non so più» dice Anna, «quanto dovrò attendere il vostro ritorno, giac­ché ogni giorno si presenta un nuovo ostacolo che lo impe­disce. . . Se 16 [Mazzarino] sapesse tutto ciò che 15 [An­na] soffre per questo, sarei sicuro che ne sarebbe vivamente colpito. In questo momento io lo sono talmente da non ave­re più la forza di scrivere oltre né so più quello che dico. . . Addio, io non ne posso più ed egli sa bene perché».

Il 3 febbraio Mazzarino, alle due del pomeriggio, fece il suo ingresso nella capitale. Il re gli era andato incontro a tre leghe dalla città e lo accompagnò all'Hòtel de Ville con la sua carrozza. Il popolo lo applaudì e lo osannò per tutto il tragitto, e lo chiamò ripetutamente per farlo affacciare e ap­plaudirlo ancora. Un cronista dell'epoca, Jean Vallier, nel fare il resoconto dell'avvenimento, scrisse: «Quali adula­zioni e quali bassezze non furono rispolverate e riportate in luce dai più insigni frondisti per far dimenticare il ricordo delle cose passate e rendersi più propizia questa divinità, che essi avevano poco prima tanto oltraggiata. Furono esa­gerati i modi e le parole come se si fosse trattato di accla­mare il re al ritorno dopo la conquista di una grande provincia».

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IL CARDINALE DI RETZ.

IL CASO GIANSENISTA

 

Mazzarino, tornato a Parigi, si diede a rabberciare i lembi lacerati della nazione che ancora pendevano sfrangiati dai su­perstiti frondisti. Il conte di Daugnon, luogotenente generale di alcune province importanti del Nord-Ovest, aveva prima aderito alla Fronda, poi si era sottomesso al re; ma per ce­dere il comando della flotta atlantica francese pretese un compenso esagerato: 530 mila lire e il titolo di duca e pari di Francia. Mazzarino non esitò a soddisfare la pretesa, pur di far rientrare sotto la piena autorità del re la flotta, e ri­prendere la supremazia navale su quella costa. Il principe di Conti, si sottomise anche lui, sposò una nipote di Maz­zarino ed ebbe il comando delle armate in Catalogna. Anche Enrico di Lorena diede fastidio, sebbene fosse stato sempre un lealista, e ci volle tutta l'autorità e l'abilità di Mazzarino per ricondurlo alla ragione dopo più di un anno.

Chi si mostrò più difficile a disarmare fu il cardinale di Retz. Egli stava prigioniero a Vincennes, quando il 21 mar­zo 1654 morì lo zio, arcivescovo di Parigi, al quale doveva succedere. Il Papa ed altri amici si interessarono presso il re e Mazzarino perché liberassero il prigioniero. Il re rispose che, se Retz si fosse dimesso da arcivescovo, poteva essere liberato, ma dopo doveva recarsi a Roma. Retz rifiutò ed ottenne solo di essere trasferito nella prigione di Nantes. Qui - come racconta nelle sue memorie - fuggì dalla pri­gione e scrisse subito al re una lettera di sottomissione, alla quale, però, non fu data risposta. Dopo aver invano cercato di rientrare a Parigi, Retz si rifugiò in Spagna. Mazzarino, nel commentare il fatto, si abbandonò ad un'ironia piutto­sto pungente: «È un segno caratteristico della carità di questo grande luminare della Chiesa, che, dopo aver rischiarato la Francia, ora vada a spandere i suoi raggi sulla Spagna, da dove egli certamente dovrà passare a Roma, come al tea­tro più grande e rinomato su cui possa mostrarsi». A Roma Retz ci andò veramente, e trovò un'ottima accoglienza, pri­ma da parte di Innocenzo x, nemico di Mazzarino, poi di Alessandro VII, eletto ai primi del 1655, che confermò al Retz il titolo di arcivescovo di Parigi. Mazzarino allora, a Parigi, istruì un processo contro di lui. Anche il clero parigino prese posizione a favore di Retz, ma la corte intervenne con ener­gia: Retz dovette nominare due vicari, ma a lui non fu con­cesso di rientrare in Francia. Le cronache dell'epoca ci rac­contano che uno di questi vicari, Chassebras, redigeva delle «ammonizioni» che alcuni suoi fidi si incollavano sulla schie­na; poi, camminando rasente i muri, ve le lasciavano at­taccate.

La protesta del clero rientrò poco dopo. Lo stesso Papa si accorse di quanto Retz fosse intrigante e pericoloso e cer­cò di non dargli più troppa confidenza. Retz, allora, si al­lontanò da Roma, senza nemmeno salutare il Pontefice, e scomparve definitivamente dalla scena.

Intanto il 7 luglio 1654 Luigi XIV ricevette la «consa­crazione» a re di Francia. La cerimonia durò cinque ore e fu seguita da un festino sfarzoso. Il giorno dopo il re si prestò a schiacciare le scrofole a tremila malati e graziò più di seimila prigionieri.

Mentre Mazzarino cercava di smorzare i residui focolai frondisti, un altro pericolo si veniva profilando all'interno della Francia, e questa volta vi era interessato soprattutto il clero. Il Primo Ministro era un ecclesiastico praticamente solo di nome, ma conosceva benissimo l'ambiente della Chie­sa e del clero, e si rendeva conto fino a che punto di lace­razione arrivasse una disputa teologica fra i preti.

Si trattava della questione passata alla storia con l'appel­lativo di « Giansenismo ». Brevemente: un certo Giansenio aveva scritto un libro con un lungo titolo, la cui prima pa­rola era Augustinus e come tale anche oggi viene citato. In questo libro l'autore riportava in discussione una delle più ardue e controverse questioni della teologia cristiana: il rap­porto, nelle azioni dell'uomo, tra l'intervento di Dio (la gra­zia) e la volontà dell'uomo, quindi la libertà umana.

Giansenio, in sostanza, rimetteva tutto all'azione di Dio, annullando quasi la responsabilità dell'uomo. A questa posi­zione si opposero i gesuiti, che sostenevano un ruolo decisi­vo della volontà umana, riaffermando la responsabilità di ciascuno nel proprio agire.

Più tardi un altro autore francese, Antonio Arnaud, con un opuscolo dal titolo La Comunione frequente, portò la discussione teorica in campo pratico, facendosi fautore di un comportamento morale e religioso rigido e intransigente. A Port-Royal sorse una comunità che intendeva applicare le teorie di Giansenio e le norme di Arnaud.

Le teorie gianseniste furono sospettate di essere eretiche e furono denunciate come tali a Roma. Il Papa Urbano VIII nel 1641 condannò cinque proposizioni estratte dall'Augusti­nus, che ne riassumevano il pensiero fondamentale.

La disputa sul problema della grazia toccò, in seguito, an­che altri dogmi della Chiesa, come l'infallibilità del Papa, ecc. Nella discussione intervennero uomini illustri, pensato­ri e scrittori di risonanza storica mondiale: citiamo solo, co­me esempio, Biagio Pascal, filosofo e matematico.

La discussione teologica sull'Augustinus aveva portato a creare, in particolar modo a Parigi, due partiti fra il clero e fra molti laici francesi, i quali si lottavano fra loro, ripor­tando in campo anche la questione dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa, in Francia particolarmente delicati, che turbava­no non poco l'attività politica in un periodo così incerto co­me quello post-frondista.

Il 4 luglio 1653 il papa Innocenzo X mandò una lettera ai vescovi francesi con la quale riconfermava la condanna delle cinque proposizioni dell'Augustinus. Luigi XIV si preoc­cupò delle conseguenze che poteva avere la lettera pontifi­cia e scrisse a Mazzarino: «Alcune questioni che si sono agitate sul problema della grazia hanno dato occasione a persone dotte di intervenire con varie pubblicazioni; si è ar­rivati al punto che gli uni e gli altri, trasportati da zelo ar­dente per le loro posizioni, le hanno difese con tanto calo­re da determinare una scissione fra coloro ai quali la carità comanda l'unione».

Mazzarino intervenne 1'11 luglio alla riunione dei vescovi di Francia, adunati per decidere l'accettazione della lettera del Papa. Sei arcivescovi e ventisei vescovi furono favorevoli ad accogliere la lettera. La decisione però scatenò la reazio­ne dei giansenisti, e particolarmente di Arnaud, il quale pub­blicò le sue Lettere a un duca e pari, in cui difendeva le posizioni gianseniste e metteva in discussione l'obbedienza che si doveva al Papa. L'università della Sorbona intervenne censurando le lettere di Arnaud e questi si appellò al parla­mento di Parigi. È a questo punto che intervenne Pascal con le sue Lettere Provinciali, celebre testo della letteratura fran­cese, anch'esse condannate.

L'agitazione giansenista, portata avanti dai membri di Port­Royal, provocò l'intervento del governo, che sciolse la co­munità. In questa occasione Mazzarino, a cui spettava il di­ritto e il dovere del provvedimento, dimostrò ancora una volta la sua abilità diplomatica e l'affabilità del suo caratte­re. Ne troviamo una testimonianza in una lettera di Arnauld d'Andilly, colpito da provvedimento di allontanamento da Parigi, il quale scrisse al ministro per ringraziarlo «di aver saputo trovare parole così dolci e cordiali nel dargli un or­dine tanto rude e doloroso. . . ». Lo stesso d'Andilly poté rientrare a Parigi poco dopo col consenso di Mazzarino. An­che il nunzio Piccolomini lodò lo zelo e il tatto con cui Maz­zarino aveva saputo condurre l'affare della condanna delle Provinciali e degli altri scritti giansenisti.

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DIFFICOLTÀ ECONOMICHE.

RIPRESA DELLE A TTIVIT À CULTURALI

 

Abbiamo più volte messo in risalto la miseria in cui era caduta la Francia in seguito alle guerre e alla Fronda. Si può facilmente indovinare quale fosse la penuria delle casse del­lo Stato francese. C'era bisogno di molto denaro 'e l'unica fonte per procurarsene rimanevano le tasse. Il parlamento e i controllori cercavano di opporsi ai decreti del re che isti­tuivano nuove imposte. Luigi XIV dovette intervenire per­sonalmente in parlamento, dove si minacciava. una nuova rivolta a causa della continua richiesta di imposizioni fiscali. Si dice che fu in uno di questi interventi personali che il re abbia pronunciato la frase, del resto leggendaria: «L'Etat c'est moi» («Lo Stato sono io »).

       Mazzarino, che abbiamo detto negato ai problemi economici e finanziari, si servì di Nicola Fouquet per le manovre fiscali, che costarono in seguito al sovrintendente un pesante processo.

Il popolo era certamente quello che più soffriva della rin­novata pressione fiscale, e la miseria della gente cresceva in modo preoccupante. San Vincenzo de' Paoli e Luisa di Ma­rillac, fondatrice delle Figlie della Carità, continuarono nella loro opera di assistenza. Essi fondarono ospedali, ricoveri, orfanotrofi. San Vincenzo chiese l'appoggio e l'aiuto del Pri­mo Ministro, e Mazzarino lo diede abbondantemente, recan­dosi anche personalmente a visitare le opere del Santo e con­cedendo l'uso di stabili e palazzi per il ricovero degli assi­stiti. Nel 1656 Mazzarino fece anche edificare sulla riva si­nistra della Senna l'ospedale della Salpetrière.

L'avvenuta pacificazione politica diede a Mazzarino la possibilità di ritornare a occuparsi anche delle sue iniziative culturali e artistiche. Con l'appoggio e la passione del biblio­tecario Naudé furono rintracciate molte opere della famosa biblioteca dispersa dai frondisti, che venne arricchita di al­tri lavori. Naudé morì nel 1653 e Mazzarino chiamò a suc­cedergli Francesco de La Poterie.

Prima degli anni della Fronda Mazzarino aveva arredato anche una galleria di quadri, di sculture, di opere archeolo­giche, fra le più ricche di tutti i tempi. Tornato al potere dopo la Fronda, arricchì questa galleria di opere immortali, che acquistò tramite i suoi agenti in tutta Europa. In par­ticolare si servì di un certo Bordeaux, molto abile ed esperto in materia. Nella galleria di Mazzarino c'erano quadri di Raffaello, di Leonardo, del Giorgione, del Correggio, di Ti­ziano, del Carpaccio, di Palma il Vecchio, di Mantegna, del Domenichino, di Rubens, di Van Dyck e di tanti altri.

La collezione comprendeva anche arazzi e tappeti, soprat­tutto di stile gotico. Numerose erano le stoffe e i tappeti turchi, persiani e cinesi. Non mancavano raccolte di mobili e suppellettili varie, di bronzi, di ori.

Infine ricordiamo che Mazzarino aveva una collezione di diamanti, fra i quali i più celebri furono il Sancy e lo Spec­chio del Portogallo, stupendi per bellezza e di valore favo­loso. Il Primo Ministro ne divenne proprietario nel 1657. I due gioielli erano di Enrichetta Maria, regina d'Inghilter­ra, rifugiatasi in Francia presso la corte del fratello Luigi XIII dopo l'uccisione del marito Carlo I, durante i torbidi ingle­si. Essa aveva portato con sé i diamanti. Per motivi finan­ziari, li diede prima in garanzia di un prestito, poi fu co­stretta a venderli per estinguere il debito contratto. Mazza­rino ne approfittò e, tramite il suo agente Hervart, li ac­quistò per 360 mila lire tornesi. Dopo la morte del Primo Ministro i diamanti andarono alla corona del re di Francia e di essi si perdette la traccia in Oriente intorno al 1860.

Sappiamo pure quale fosse la passione di Mazzarino per la musica e particolarmente per la commedia musicale italiana. Non si erano ancora calmati i clamori della Fronda, quando nel carnevale del 1653 il Primo Ministro organizzò uno spettacolo classico, che è rimasto un esempio tipico del genere musicale dei balletti, spettacolo preferito dai francesi:

il « Ballet Royal de la Nuit». Incontriamo di nuovo in que­sta occasione personaggi già noti, come lo scenografo Torel­li, protetto di Mazzarino.

Da quella data si susseguirono ininterrottamente le rappre­sentazioni teatrali alla corte di Francia. Al teatro Petit-Bour­bon il 15 aprile 1654 andò sulle scene la commedia musi­cale Le nozze di Peleo e di Teti, per la cui organizzazione si interessò personalmente il Primo Ministro. La rappresen­tazione fu importante, perché in essa si ebbe una fusione tecnico-artistica abbastanza convincente fra il balletto e l'ope­ra italiana. La musica era di Caprioli, il testo di Buti.

Nel frattempo era andato via dalla corte il maestro Rossi e a questi era succeduto Raimondo Lulli, il quale diresse il balletto messo in scena in occasione delle nozze fra la nipote di Mazzarino, Laura Martinozzi, e Alfonso d'Este duca di Modena, nel 1655.

Dopo una serie di balletti, nel 1659 si diede un'altra ope­ra italiana, Arianna e Bacco, per espresso desiderio del Pri­mo Ministro; ne fu compositore il maestro di camera della regina, Cambert.

L'anno seguente, in occasione del matrimonio di Luigi XIV con Maria Teresa d'Austria, andò in scena l'opera Serse di Francesco Cavalli; i balletti degli intermezzi furono compo­sti dal Lulli. Il Cavalli, insieme all'architetto Vigoroni, era stato chiamato dall'Italia da Mazzarino per erigere un nuo­vo teatro, la Tuileries, che non fu pronto per la data delle nozze del re, e la rappresentazione ebbe luogo nella galleria. del Louvre alla presenza della coppia reale.

La Tuileries fu terminato solo nel 1662. Mazzarino era già morente quando vi si poté rappresentare l' Ercole Amante di Cavalli.

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LA RIPRESA DELLA POLITICA ESTERA

 

Debellata la Fronda, Mazzarino dovette prima di tutto pro­curarsi di riguadagnare alla Francia la stima che negli altri paesi aveva perduta. La Spagna aveva rioccupato diversi luo­ghi in territorio francese, l'Inghilterra spadroneggiava nella costa atlantica, in Italia erano state perdute la fortezza di Casale ed altre località.

Il Primo Ministro non perdette tempo. Affidò al generale Turenne il compito di respingere la Spagna oltre i confini nazionali francesi. Per incoraggiare l'esercito stremato e dare alle azioni di guerra il valore di una campagna per la rico­struzione nazionale, convinse il re e la regina Anna a recarsi nei luoghi di battaglia per stare vicino ai soldati. Fra il 1654 e il 1655 furono riconquistate la Catalogna e l'Artois. Ma Mazzarino non poté ancora indurre la Spagna a negoziare la pace, perché gli spagnoli, con il principe di Condé a capo, opponevano una forte resistenza alle azioni dei Francesi.

Con l'Inghilterra l'azione diplomatica del Primo Ministro ebbe maggiore successo. Mazzarino convinse Luigi XIV a ri­conoscere la repubblica proclamata da Cromwell. Il 3 novem­bre 1655 fu firmato un trattato commerciale che alleggeriva le coste francesi del Nord dagli atti di pirateria. Il 3 marzo 1657 si arrivò a un trattato di pace vero e proprio. Durante i negoziati Mazzarino dovette subire le accuse di collu­sione con un governo eretico, usurpatore e regicida, come era ritenuto quello di Cromwell, ma l'occhio del genio vede­va sempre più lontano della miopia del pettegolezzo politico.

In base alle clausole di questo trattato il porto di Dun­kerque veniva assegnato all'Inghilterra, ma esso stava an­cora in mano spagnola, difeso strenuamente dal Condé. La battaglia decisiva per riconquistarlo ci fu nell'anno seguente.

L'azione congiunta delle truppe anglo-francesi ebbe ragione degli spagnoli il 26 giugno 1658. Si dice che il Condé, pri­ma della battaglia decisiva presso Dunes, abbia esclamato: «Fra mezz'ora vedrete come noi perdiamo una battaglia».

La guerra civile in Francia aveva dato anche alla Germa­nia l'occasione di rompere i patti di Westfalia e così creare fastidi alla Francia. In questo settore Mazzarino cercò, come con l'Inghilterra, una soluzione diplomatica e riuscì, nella estate del 1658, a riaffermare le pretese francesi e a rinno­vare i patti di pace con la lega del Reno.

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IL RE S'INNAMORA

 

A turbare la fortuna con la quale sembrava progredire la politica di Mazzarino, accaddero due fatti che misero in preoc­cupante allarme il Primo Ministro e la Francia. Ai primi di luglio del 1658 il re Luigi XIV fu colpito da una grave ma­lattia, probabilmente un'insolazione. Pareva proprio che il monarca dovesse morire. Il 7 luglio fu il giorno di crisi più grave, tanto che il re stesso disse a Mazzarino: «Voi siete un uomo risoluto e il mio migliore amico. Vi prego, perciò, di avvertirmi quando mi troverò agli estremi». La regina Anna non abbandonò un solo istante il figlio malato. Maz­zarino disse ai medici, impediti ad agire tempestivamente dai regolamenti del cerimoniale di corte, di trattare il re come un qualsiasi gentiluomo, perché «non è giusto lasciar mo­rire il re per rendere omaggio alla maestà».

Dopo qualche giorno il malato si riebbe. Ci fu un sospiro di sollievo per tutti. La «Gazette» di Francia scrisse che la regina aveva contribuito «alla guarigione chiesta a Dio con tanti sospiri e lacrime». Quando il re si fu definitivamente ristabilito, venne portato un ex-voto a Nostra Signora della Pace, presso il convento dei Cappuccini in via Saint-Honoré.

L'altro incidente fu meno funereo, ma non meno preoc­cupante per le sorti della monarchia. Si era pensato di far vedere che si stava combinando un matrimonio fra Luigi XIV e la principessa Margherita di Savoia, per intimorire la Spa­gna con la prospettiva di un'alleanza italo-francese. La prin­cipessa venne presentata al re a Lione. Qui però Luigi vide Maria Mancini, nipote di Mazzarino, e se ne invaghì appas­sionatamente: «Tutte le galanterie» si legge in una relazio­ne, «che egli [il re] può fare, le fa per lei, come musiche, colazioni, passeggiate a cavallo. Egli le presta i suoi cavalli più belli e le fa costruire due carrozze. . . ». Poi si scoprì che Luigi faceva sul serio con la Mancini.

Il caso scompigliava tutti i progetti e la politica mazza­riniana. Il Primo Ministro mise in azione tutti i mezzi, l'in­fluenza e l'ascendente che aveva sul re per convincerlo a rinunciare a Maria. Luigi prometteva di allontanarsi, ma poi ci ricascava. Alla fine Mazzarino (quanta parte prese Anna, la regina, nella faccenda?) la spuntò in nome della ragion di Stato. Luigi non rivide più Maria e finì il romanzo della giovinezza del Re-Sole.

La decisione di Luigi XIV favorì il progresso delle tratta­tive con la Spagna per arrivare ad un trattato di pace. I ne­goziati erano iniziati a Lione nel novembre del 1658 e con­tinuarono segretamente a Parigi nel palazzo Mazzarino, ora Biblioteca Nazionale, con il rappresentante di Spagna Pimen­tel. Si ebbe una sospensione dei negoziati nell'estate del 1659; poi furono conclusi il 7 novembre dello stesso anno.

Con il «Trattato dei Pirenei» finiva la rivalità con la Spagna: Mazzarino aveva raggiunto la sua più grande aspirazione.

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IL MATRIMONIO DI LUIGI XIV

 

Il Trattato dei Pirenei riportava un po' di pace nella Fran­cia, poiché faceva cessare lo stato di permanente ostilità e di guerra fra le due potenze, che tanta desolazione aveva causato alla popolazione, all'economia dei due paesi e alle finanze dello Stato. Esso comprendeva 124 articoli, e pos­siamo dire che, dalla firma del trattato, tra Francia e Spagna non ci fu più motivo di conflitto armato.

In base agli articoli sottoscritti veniva sistemata la que­stione territoriale fra le due potenze: alla Francia venivano riunite l'Artois, la Cerdagne, il Roussillon, l'Alsazia. Politi­camente era riaffermato il principio dell'assolutismo monar­chico e non si doveva più sostenere in Inghilterra la repub­blica. I patti prevedevano anche accordi commerciali e per la navigazione.

Ma il punto più importante, che avrebbe dovuto dare un suggello definitivo alla pace fra le due corone, fu il matri­monio combinato tra Luigi XIV e Maria Teresa d'Austria, figlia di Filippo IV, l'Infanta, come veniva chiamata la prin­cipessa di Spagna. Il contratto matrimoniale prevedeva la rinuncia da parte di Maria Teresa a qualsiasi diritto sulla corona di Spagna; in compenso le veniva costituita una dote di 500 mila scudi d'oro (che del resto non furono mai con­segnati).

Mazzarino aveva seguito minuziosamente le trattative, spe­cie durante le sedute conclusive, che si tennero a ne de Fai­san, località sul confine, che permetteva al Primo Ministro francese e al collega spagnolo, don Luigi de Raro, di non mettere piede rispettivamente su suolo straniero.

Durante tutto il periodo delle trattative Mazzarino ebbe una crisi acuta di nefrite, di cui soffriva da tempo, e che egli sopportò in modo ammirevole, riuscendo a mantenersi at­tento anche alle faccende più minuziose. In una lettera a Le Tellier, lunga più di 24 fogli, nella quale fa una dettagliata relazione della quinta conferenza, Mazzarino si preoccupa per­fino della qualifica che deve far precedere il suo nome nella firma del trattato: «Mi accontenterei volentieri di quella di "cardinale" come sono solito fare. Ma siccome don Luigi fa inserire le sue [qualifiche], mi sembra che, per rispetto, io debba fare altrettanto».

Il matrimonio fu celebrato il 9 luglio 1660 a Saint-Jean­de-Luz. L'ingresso della coppia reale a Parigi ebbe luogo il 26 agosto. Il corteo reale fu accompagnato da osanna pieni di speranze e di desiderio di pace per tutta la Francia, dai Pirenei alla capitale. Mazzarino, sempre malato, seguì il cor­teo e, fra le sofferenze del suo corpo, assaporò la gioia del trionfo. Perfino il parlamento di Parigi gli inviò una deputa­zione per ringraziarlo della conclusione del trattato dei Pire­nei e del matrimonio del re. Qualcuno disse: «Onore che non aveva precedenti. Costoro [i membri del comitato par­lamentare] avevano messo una taglia sulla testa di lui; ma in quella occasione. . . e senza provare vergogna delle loro precedenti ingiustizie o della loro attuale leggerezza, essi te­stimoniavano a lui un'estrema venerazione ».

Tornato a Parigi all'insegna della pace, finiti i festeggia­menti per il matrimonio del re, Mazzarino cercò di mettere mano ai suoi affari personali. Egli aveva un grosso patrimo­nio, di cui forse non sapeva nemmeno l'esatta consistenza. Bisognava mettervi ordine. Ma il grande negoziatore europeo rinunciò all'impresa. Scrisse al suo amministratore Colbert:

«È bene che sappiate una volta per sempre, obbligandomi ad interessarmi dei miei affari come faccio al presente, che ho cinquant'anni. . . È necessario che voi facciate al mio po­sto quello che io non faccio e che non pretendiate da me un interessamento che non posso avere per i miei affari parti­colari; è da tempo (e per carattere e per abitudine) che li trascuro per interessarmi degli affari pubblici. . . ».

Il bravo e buon Colbert si rimboccò le maniche e cercò di mettere ordine nel caotico intrico del patrimonio di Maz­zarino. Ne venne fuori che la fortuna del Primo Ministro ammontava, verso il 1660, a più di 8 milioni di lire.

Aggiungiamo a queste notizie l'interessamento di Mazza­rino per la sua famiglia. Egli sistemò tutti i suoi nipoti pres­so casate rinomate in tutta Europa. Ammontavano a nove i figli delle due sorelle del Primo Ministro, sposate Mattinoz­zi e Mancini, e tutti furono chiamati in Francia dallo zio. Al£onso Mancini, il prediletto, morì in battaglia durante la Fronda. Filippo divenne duca di Nevers; Maria, il primo amo­re di Luigi XIV, tornata in Italia, sposò il connestabile Co­lonna; Laura fu duchessa di Mercoeur; Ortenzia fu duchessa Mazzarino - La Meilleraye; Olimpia, contessa di Soisson; Ma­rianna, duchessa di Bouillon. Laura Martinozzi divenne con­tessa di Modena e la sorella Anna Maria principessa di Conti.

Marianna Mancini, che fu in seguito protettrice di La Fon­taine, da ragazza scriveva versi, che divertivano lo zio. Ci fu un momento in cui la vena poetica della nipote s'era un po' inaridita: Mazzarino le fece dire di non preoccuparsi, per­ché, se aveva perduto la rima, essa aveva ritrovato la ragione.

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L'ULTIMA MALATTIA.

IL TESTAMENTO

 

L'8 febbraio 1661 Mazzarino si fece portare a Vincenne, poiché il suo male si era aggravato e sperava che quel sog­giorno lo facesse sentire meglio. Ma verso la fine del mese si aggravò ancor più e fu a tutti evidente come fossero rimaste poche speranze per la sopravvivenza del Primo Ministro a quest'ultimo attacco della malattia. In una lettera indiriz­zata a Nicola Fouquet il 2 marzo si legge: «Non è affatto vero come si dice che egli abbia avuto un miglioramento da due giorni a questa parte. .. Egli ha avuto già due attac­chi. . . il polso è debolissimo. . . si pensa che sia impossi­bile che possa resistere ancora a lungo».

Il 3 marzo Mazzarino fece chiamare due notai da Parigi per dettare le sue ultime volontà. I due funzionari si trat­tennero presso il malato fino al 7 marzo. La redazione del te­stamento fu piuttosto laboriosa, non perché Mazzarino aves­se perduto la lucidità, ma perché erano tante le persone a cui volle pensare e le ricchezze di cui disponeva.

Al suo capezzale, in quegli ultimi giorni di vita, si trat­tennero quotidianamente il re, la regina Maria Teresa e la regina madre, Anna, che si erano portati anch'essi a Vincennes.

Nel testamento Mazzarino pensò subito di nominare erede universale il re di Francia. Luigi XIV, che doveva ratificare le disposizioni del suo Primo Ministro, rifiutò questa generosa e disinteressata offerta. Allora il malato pensò a tanta gente, ai suoi parenti, agli amici, alle persone di servizio, a lette­rati e artisti, a istituzioni benefiche e culturali.

Ringraziava nel testamento Luigi XIII, Anna d'Austria, Luigi XIV: i sovrani che per lui avevano rappresentato lo Stato e la Francia.

Alla corona legò i suoi gioielli più belli, che si chiameran­no, per sua volontà, «Gioielli Mazzarino»; altri gioielli - ­dei quali proibì di fare l'inventario anche dopo la sua morte - li donò al re e alle due regine.

Pensò quindi, quasi con pedanteria, ai suoi parenti. No­tiamo solo che il palazzo Mazzarino a Parigi, dove c'era la galleria d'arte, toccò al duca Mazzarino, marito della nipo­te Ortenzia Mancini e, siccome in parte ci rientrava anche l'altro nipote Filippo, fu in seguito oggetto di intricate di­scussioni.

In particolare Mazzarino pensò all'istituto dei Padri Tea­tini, che egli stesso aveva chiamati in Francia nel 1644 e aveva favoriti con molti doni.

Fra i Teatini il cardinale aveva scelto il suo confessore. L'ultimo di questi, P. Bissaro, lo assistette negli ultimi gior­ni della malattia fino alla morte, e lasciò una relazione det­ta «degli accidenti» (in questo caso «accidenti» sta per «avvenimenti», «cose accadute»), nella quale si legge, ol­tre al resto: «In verità sua Eminenza ha vissuto sempre in Francia con una dignità e integrità tali che nessuno mai ha potuto tacciarlo di scandalo grave e quest'atto di giustizia gli viene reso anche dai suoi nemici. Tuttavia, siccome egli venne costantemente distratto dagli affari politici e dai gravi fatti di guerra, non sembra che si sia applicato in maniera soddisfacente agli esercizi di pietà a cui lo chiamava la sua condizione di ecclesiastico».

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IL COLLEGIO DELLE QUATTRO NAZIONI

 

Un'ultima disposizione testamentaria di Giulio Mazzarino ci illumina sulla mentalità di un uomo eccezionale e dagli interessi più vasti.

Ci sembra che, nello scrivere queste note biografiche, sia­mo riusciti ad evitare qualsiasi retorica laudativa o denigra­toria, sforzandoci di mettere in evidenza capacità, genialità, limiti e debolezze di un uomo profondamente impregnato della mentalità del suo tempo, ma certamente aperto anche a nuove spinte di evoluzione che la società andava maturando.

Una prova evidente di questa apertura mentale di Mazza­rino, a nostro avviso, si ha nella fondazione del «Collegio delle Quattro Nazioni». Il geniale uomo di Stato aveva so­stenuto che l'autorità doveva essere centrale e il re doveva rappresentarne la forza, la legittimità, la continuità, ma ave­va anche intuito che per ben governare era necessario dispor­re di uomini capaci e preparati, scelti dagli ambienti e dai paesi che componevano il regno.

Questa esigenza portò il morente Primo Ministro a legare una notevole parte del suo patrimonio alla creazione di un collegio, dove dovevano essere educati sessanta giovani pro­venienti dall'Alsazia, dal Pinerolo, dall'Artois, dalla Fiandra, dall'Hainaut, dal Roussillon e dalla Cerdagne.

La direzione del collegio era affidata a dodici dottori del­la Sorbona, controllati da quattro ispettori, un direttore ge­nerale, otto collaboratori e otto reggenti; questi ultimi do­vevano avere una classe ciascuno, sei per le materie umani­stiche, due per la filosofia.

La biblioteca di Mazzarino veniva legata per testamento al collegio. Il servizio religioso doveva essere espletato dai Teatini e, venuti a mancare questi, dal clero secolare. Per il mantenimento dell'istituzione Mazzarino donava l'abbazia di Saint-Michel-en-l'Hern; per la costruzione dell'edificio lascia­va due milioni di lire in contanti. Infine egli espresse il de­siderio di essere inumato nella cappella del collegio.

Il Collegio delle Quattro Nazioni fu aperto nell'ottobre del 1668.

Come non vedere in questa istituzione un'anticipazione, anche se appena abbozzata, di ciò che l'Europa capirà espres­samente e cercherà di realizzare tre secoli più tardi, con la creazione di istituti culturali a livello europeo nell'àmbito del­l'Europa Unita?

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LA MORTE

 

Louis-Henri de Brienne ha lasciato una dettagliata cronaca dell'ultima malattia di Mazzarino; non sempre però le sue informazioni sono attendibili. Comunque, egli racconta un particolare che, anche se non fosse vero, sarebbe certamente in carattere con la personalità e i comportamenti del malato.

Narra Brienne che tra il 6 e 1'8 febbraio 1661, prima di farsi portare a Vincennes, Mazzarino ebbe un miglioramen­to, preludio della crisi finale, e volle recarsi per l'ultima volta al suo palazzo di Parigi. Egli attraversò la piccola gal­leria, guardando gli arazzi più belli che l'ornavano. «Lo l'in­tesi venire», dice Brienne, «per lo strofinìo che produce­vano sul pavimento le sue pantofole trascinate come può fare un uomo estremamente indebolito da una grave malat­tia. Mi nascosi dietro la porta e l'intesi dire: "Bisogna la­sciare tutto quest!. . ." ».

Finita la dettatura del testamento, Giulio Mazzarino si aggravò visibilmente. Tutti si resero conto che era la fine. Luigi XIV, Maria Teresa e Anna d'Austria non lo abbando­narono più.

Il 9 marzo 1661 Giulio Raimondo Mazzarino, nominato cardinale e Primo Ministro del re di Francia, morì a Vincennes.

I funerali furono un'apoteosi.

Anche a Roma, nella chiesa dei Santi Vincenzo e Anasta­sio, fu celebrata una solenne commemorazione funebre.

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MAZZARINO OGGI

 

In Francia Mazzarino non è stato mai dimenticato. I suoi ricordi vivono ancora non solo negli studi storici, ma soprat­tutto nelle istituzioni da lui volute, la biblioteca, i quadri raccolti, quella grandezza nazionale di cui egli fu il vero arte­fice; vive anche nel nome di ristoranti, bar, caffè..

L'oscuro fanciullo nato - diciamo cosi - per ventura abruzzese, educato a Roma, divenuto un protagonista nella storia d'un secolo di retorica e di crisi varie, ma anche di colossi della scienza e del pensiero, per essere definito non è suf­ficiente dire che è stato un italiano d'ingegno singolare a servizio d'un paese straniero: è stato un «europeo» ante litteram; anche perché la sua azione ed il suo pensiero in ogni campo, pur facendo perno sulla monarchia e sullo Stato francese, si sono sempre allargati a tutta l'Europa occiden­tale; e non c'è stato paese o potente casato di cui egli non si sia interessato, costantemente mirando ad una visione glo­bale della situazione europea.

 

Nell’ultimo ventennio del Novecento, per merito dei francesi, anche Pescina, il piccolo centro abruzzese, in cui Mazzarino nacque, si è adeguatamente ricordato di lui. Un'associazione di italo-francesi, i cui esponenti furono l'ing. Gervaso Rancilio e il figlio Cesare, la signora Made­leine Laurain-Portemer, il dotto Jacques Mathieu, e il cui pre­sidente era il ministro Maurice Schumann, ha voluto costruire nella cittadina marsicana, sul sito dove sorgeva la casa di Mazzarino, un Museo, aperto al pubblico: i visitatori si aggirano sui diecimila all'anno, appartengono a ogni categoria e classe sociale e vengono anche dall'estero. Ora la direzione della «Casa-Museo Mazzarino» di Pescina ha avviato anche un programma di attività culturali non solo per la cono­scenza del grande personaggio, ma anche per la divulga­zione della storia locale.

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