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Da "La Terra dei Marsi - Atti del Convegno di Avezzano 24-26 Febbraio 1998" riportiamo il pezzo della relazione di Walter Tortoreto dal titolo "Tra Liturgia e Spettacolo: La Musica Sacra nella Marsica Medievale" che riguarda il nostro Exultet.

 

 

L'Exultet conservato nel Museo diocesano di Avezzano è tra gli oggetti più noti della suppellettile artistica e musicale della Marsica ed è conosciuto  anche da non specialisti perché è stato studiato a più riprese. Anni or sono fu esposto a Montecassino, in una splendida mostra di rotoli liturgici del medioevo meridionale.

Come si sa, Exultet è l' incipit del praeconium paschale o annuncio della Pasqua (Exultet iam angelica turba), sotto il profilo liturgico una praefatio sacramentale e consacratoria. Il diacono lo canta - o meglio lo cantilla - annunciando, durante la veglia del Sabato santo, il mistero della redenzione. Nello stesso tempo si svolge il rito dell'accensione e dell'offerta del cero pasquale (lumen Christi), di una suggestione che noi non riusciamo a immaginare compiutamente perché non conosciamo il buio quasi sempre fosco in cui fin dalla più lontana notte dei tempi (espressione eloquente!) l'uomo viveva tra il tramonto del sole e l'alba successiva. Nell'Italia meridionale i rotoli di pergamena con l' Exultet erano corredati di figure presentate per lo più, ma non di regola, capovolte (rispetto al testo scritto e al diacono che cantava dall' alto dell' ambone) perché i fedeli potessero guardare il corredo iconografico e comprendere meglio il significato della liturgia vivendo con partecipazione attonita, spettatori e attori, la pregnanza rituale e drammatica della cerimonia. L'Exultet della Biblioteca Casanatense (Rotolo MS 724/3), del secolo XII, presenta un ciclo iconogragfico grandioso, con disegni finissi mi ed eleganti accostamenti di colori.

L'Exultet di Avezzano, datato intorno al 1057, fu scritto e decorato nello scriptorium di Montecassino per commissione del vescovo Pandolfo, eletto da papa Vittore II nel 1056 e confermato solennemente l'anno dopo da Stefano IX il quale, riunificando sotto la giurisdizione del solo Pandolfo due regioni divise della diocesi dei Marsi, risolse una situazione giuridica poco chiara. Quindi questo Exultet è da considerare, con la sua stessa esistenza oltre che con l'evidenza del fastoso apparato visivo, uno dei mezzi con i quali il vescovo dimostrava potere e rafforzata autorità. Il corredo iconografico segue lo stesso verso del testo liturgico; la mancanza del ciclo figurativo tradizionale non sembra avere significati speciali. Com' è stato detto autorevolmente, le testimonianze storiche documentano la presenza frequente di Pandolfo a Montecassino, di cui perciò egli doveva conoscere bene le pratiche liturgiche. Egli stesso fornì presumibilmente le indicazioni sul modo di illustrare il testo dell' Exllltet.

In tutti gli esami di qualità, la pergamena di Avezzano, che è in pelle di capra, risulta tra i migliori rotoli conosciuti; la pergamena, dunque, fu scelta con cura e lavorata con grandissima perizia.

Il testo e la musica in neumi beneventani non sono molto interessanti perché ricalcano testo e cantillazione tradizionali. Però, a differenza di altri rotoli, quello marsicano ha soltanto la decorazione di alcune lettere iniziali: 7 grandi (E prima sezione; G, LE, Q seconda sezione; U, PER terza sezione; VD quarta sezione) e 34 piccole (3 nella quarta sezione, lO nella quinta, 8 nella sesta, 9 nella settima e 4 nell'ottava). La E si presenta monumentale ed è la maggiore tra le lettere eseguite a Montecassino, risultando di ben lO cm. più alta della nota e ammirata E del Val. lal. 3784. Anche le altre iniziali hanno misure appariscenti, a cominciare dal VD (Vere Dignum), nato in Francia durante il periodo carolingio, che apre il prefazio della benedizione. Nel codice marsicano questo digramma è sistemato intorno a una croce, come si vede anche nel bel manife­sto del convegno dedicato a indagare la terra dei Marsi nelle sue esperienze re­ligiose, nella sua cultura, nelle sue istituzioni.

Nel fitto intreccio di nastri sono presenti mascheroni zoomorfi e numerosi animali: un leone rampante, una testa di leone che azzanna la schiena di un cane, alcuni animali con coma aguzze e nell'atto di mordersi, un drappello di cani (i veltri cassinesi) nelle fogge più strane mentre saltano, si sbranano, si liberano dai nodi dei nastri, sono morsi da un rapace ecc. È verosimile l'ipotesi di un' allusione simbolica di evidente significato, giacché durante il medioevo le fauci spalancate degli animali simboleggiavano spesso le porte infernali, grazie alla loro trasparente metafora. È per esempio eloquente che un' asta della V monumentale termini nella testa (più esattamente, nella pròtome) di un animale dalle orecchie appuntite, con la criniera di un leone e il becco di un uccello, che afferra il piede di una figura umana. La fitta presenza di cani, nello zoo di questo codice, può alludere all'idea di guida, funzio­ne connessa con l'investitura episcopale, o all'idea di protezione della casa di Dio (o della casa dell'uomo) oppure all'idea di cacciare lo spirito malvagio e gli stessi malvagi dal territorio posseduto. L'intera iconografia del rotolo riecheggia esperienze reali, allusioni alla vita quotidiana, simbologie diffuse in ambienti colti e tra le masse incolte dei fedeli.

La mancanza di illustrazioni, non peculiare del codice di Pandolfo come s'è già detto, si ritrova in altri Exultet, uno di Bari del secolo XI e due della Vaticana (secoli XIII e XIV) e rappresenta «la continuità con un uso più antico».

La genesi del rotolo a fini liturgici è complessa, ma va di sicuro ricondotta alle cerimonie della Chiesa greco-orientale nell'VIII-IX secolo. Ancora una volta, quindi, siamo di fronte a memorie che vengono dall'Oriente. Non è perciò infondata l'ipotesi di un collegamento della cultura liturgica della Marsica con la grecità presente nell'Italia meridionale, grecità che circolava attraverso il monachesimo trasmigrante dalle zone calabro-sicule verso la Campania e il Lazio meridionale e che valicava i confini fra temi o provincie dei bizantini e principati longobardi, diventando veicolo di modi greco­orientali. Inoltre la decorazione del rotolo di Pandolfo lascia credere che la commissione dell' opera fosse destinata a sancire lo status-symbol di una carica la cui giurisdizione era ormai indiscutibile sull' intero territorio della diocesi dei Marsi e che poteva anche essere imposta con la forza, almeno con quella canonica del diritto.

La disposizione dei neumi beneventani tra le maiuscole e le minuscole ci dice che lo scriba doveva conoscere la musica. Se la notazione fu scritta dopo le lettere, come avveniva di norma, chi preparò la parte verbale può essere stato lo stesso che segnò poi i neumi. Rispetto al fasto decorativo e alla solennità del documento, sorprende qualche svista che potrebbe far pensare a una certa fretta nella compilazione di un rotolo così importante e lussuoso. Poiché le iniziali monumentali decorate sono soltanto le prime sette, possiamo domandarci se il miniatore abbia cambiato progetto durante l'esecuzione del lavoro, e in questo caso l'ipotesi di una certa fretta non è da scartare, o se il programma per così dire ridotto sia stato predisposto fin dall'inizio. Rimane il fatto che il progetto delle iniziali in questo rotolo di Avezzano è del tutto originale poiché non rientra nei programmi figurativi di questo tipo di manufatti italomeridionali. La soprascritta famuli tui Berardi, nella commemorazione liturgica destinata al magistrato locale, fa dire al Chiappini e alla Iazzeola che il rotolo appartenne alla chiesa celanese di S. Giovanni Evangelista.

Non è difficile immaginare il canto dell' Exultet nei numerosi amboni delle chiese marsicane: l' ambone cosmatesco di S. Pietro a Rocca di Botte, quelli di Corcumello (S. Nicola, ambone del 1264 di Stefano di Mosciano), Carsoli (S. Maria in Cellis, ambone del secolo XII), S. Maria in Valle Porclaneta (ambone firmato da Roberto di Ruggero e Nicodemo di Guardiagrele, 1150); a S. Pietro di Alba - dov'è anche un candelabro per il cero pasqua­le consistente in un fusto di colonna romana con un pregevole capitello duecentesco l'ambone ordinato dall'abate Oderisio nella prima metà del secolo XIII al marmoraro Giovanni di Guido. Questa inusuale ricchezza di pregiate suppellettili in pietra lavorata (tutti di pregevolissima fattura), andrebbe indagata con attenzione ed è verosimile che un esame accurato aiuterebbe anche a capire meglio le abitudini musicali dei marsicani dopo la rinascenza carolingia, dall'erezione in contado autonomo di Marsia (843) all'unificazione amministrativa di Federico II che con lo justitieratus Aprutii tendeva a ridare all' Abruzzo, sia pure con un disegno antipapale, l'antica funzione dialetticamente complementare rispetto a Roma e al Lazio, in senso E-O, già esercitata in età italica e romana.

È qui il caso di sottolineare, a proposito di peculiarità architettoniche, che il doppio portale della chiesa dei due martiri, padre e figlio, i ss. Rufino e Cesidio (il portale delle donne corrispondente alla navata centrale e il portale degli uomini che si crede corrispondente all'ingresso dell'originario ora­torio paleocristiano), richiama alla mente per mera associazione di idee la pratica medievale del canto detto antifonale; tale pratica prevedeva l'esecuzione di un salmo a cori alternati, diversa dalla pratica responsoriale che alternava il canto tra il celebrante, che intonava il versetto, e il coro che rispondeva con il ritornello.