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Mariarosa Gabrielli sul  "Bollettino D'Arte" del gennaio 1933 ha pubblicato un articolo dal titolo  "Un Exultet cassinese dell' XI sec.", nel quale studia e porta a conoscenza l'eccezionale documento di cui ci stiamo interessando.
Qui di seguito riportiamo l' intero articolo della Gabrielli. 

LA SERIE degli “Exultet”,  il canto del preconio Pasquale, viene ad accrescersi di un esemplare rimasto fino da oggi ignorato, e conservato presso la Curia vescovile di Avezzano.

Pur non potendo stare all'altezza di quello di Bari o di Londra, di Salerno o del Vaticano essendo privo delle consuete illustrazioni, è tuttavia di notevole interesse perché appartiene al migliore momento  della paleografia cassinese, e perché viene a colmare quella lacuna notata dal Bertaux :nel suo capitolo sui rotoli pasquali: “ Des ruoleaux du meme genre et non moins richement ornés ont été en usage  dans toutes les provinces du sud Abruzzes, et Calabres exceptée… ". E’ questo infatti di Avezzano l'unico “Exultet” conosciuto degli Abruzzi, eseguito espressamente per la  diocesi dei Marsi e perfettamente databile.

Il rotulo del tutto integro, lungo m. 5,66, si compone di otto fogli di pergamena larghi cm. 27 e lunghi da cm. 40 a cm. 85, cuciti con la solita strisciolina di pelle bianca; ancor avvolto alla sua bacchetta di bosso è in ottimo stato di conservazione, salvo il primo foglio assai strappato e mancante di alcuni frammenti. Il testo della lode del cero è la volgata ossia il testo originale del rito romano che risale a S. Agostino, assai differente da quello del rito mozarabico ed ambrosiano. E tale testo, che qui contiene per intiero l'episodio delle api, si ritrova in tutti gli "Exultet" conosciuti ad eccezione di quelli di Bari e di Mirabella Eclano.  Ogni parola deI canto è accompagnata dai neumi, la notazione musicale a campo libero, ma ad altezza corrispondente al grado diatonico, che durò fino all'innovazione di Guido d'Arezzo.

L'invocazione per il papa, il vescovo, il clero tutto e l’ imperatore con cui si chiude generalmente la laude, si ritrova completa anche nel nostro rotulo; ma mentre altrove il nome dei personaggi spesso o non è citato affatto oppure cancellato e sostituito in epoca posteriore con altri, nel rotulo di Avezzano si conserva intatto e chiaro il nome originale del vescovo per la cui diocesi fu eseguito in base al quale si può giungere alla esatta datazione dell' ExuItet.

"Precamur ergo te domine ut nos famulos tuos omnem clerum. Et devotissimum populum. Una cum beatissimo papa nostro il. Et cum antistite nostro PANDULFO. Sed et omnibus presbiteris diaconibus subdiaconibus cunctoque clero vel plebe memento domine famulorum tuorum imperatorum nostrorum it. Et exercitus eorum universi. Atque barbaras nationes illorum dicioni potenter substerne. Memento etiam Domine principibus nostris it. et it. Et coelestem eis concede victoriam cum affini exercitu eorum. Et his qui tibi offerunt hoc sacrificium laudis Premia aeterna largiaris. Per dominum nostrum Jesum Christum filium tuum qui tecum et cum spiritu sancto vivit et regnat Deus. Per omnia saecula saeculorum Amen”.

     Dal Febonio - seguito dal Corsignani, dall' Ughelli, dal Garns, dal Di Pietro, dal Savini e da tutti gli storici dell'Abruzzo - si ricava che Pandolfo fu eletto vescovo dei Marsi nel 1057 essendo papa Stefano IX, ma che già da varii anni reggeva la curia dei Marsi in lotta con i conti di Celano. Sotto il pontificato del giovane Benedetto IX infatti i conti dei Marsi ottenevano che si dividesse la regione e, che lasciando la parte maggiore a Pandolfo, si assegnasse il Carsolano e la valle di Nerfa ad Attone dei conti di Celano: che fissò la  propria residenza in Santa Maria di Carsoli.

    Tale anormale stato di cose fu tollerato dai successori di Benedetto IX, Damaso II e Leone IX, ma Vittore II nel Concilio di Firenze del 1055 – essendo presenti Pandolfo ed Attone – dichiarò nulla la divisione della Diocesi, e intruso Attone, che trasferì a Chieti. Poco dopo Stefano IX (sic! nell’originale; si  ritratta di un errore di stampa, poiché è Stefano II – nota del trascrittore) il 9 dicembre 1057 nel Monastero di Montecassino con una bolla – conservata nell’Archivio Vescovile dei Marsi e riportata dal Febonio – riuniva sotto Pandolfo tutta la diocesi marsicana (3). L’anno 1057 rappresenta dunque la data diremo legale dell’elezione di Pandolfo.

    Pandolfo resse lungamente il Vescovato. NeI 1059 era presente al Concilio di Roma contro i simoniaci e nel 1071 firmava l'atto di consacrazione della chiesa di Montecassino  compiuta  da Alessandro II. La notizia si ricava dalla Cronaca di Leone d'Ostia (Libr. 2°, Cap. 98) che  nello stesso capitolo prosegue con parole assai interessanti per noi circa le relazioni tra Pandolfo e la Badia benedettina.

"Post hos dies Pandolphus Marsorum episcopus vir nobilissimus, et ecclesiasticus, ad hoc monasterium venit, atque ab eo nimis honorifice, amanterque receptus est; qui etiam et privilegium episcopale fecit, et in hoc monasterio locum illi primum post se in omni conventu concessit. Qui videlicet Episcopus obtulit in hoc loco planetam purpuream cum listis et gemmis; thuribula argentea duo, calicem aureum cum patena una atque manilia ac argentea duo incensorium de argento unum; crucem argenteam parvam cum signo domini, sistulam argenteam unum cum leonibus; pallium magnum unum cum leonibus; pallium magnum unum ad appendum; unum tappetum optimum; et alia nonnulla quae scribere superflua diximus, et sic societate, et benedictione fratrum recepita, reversus est  semperque ex eo tempore familiarissus et devotissimus circa locum iustum existens”.

Amichevoli dunque e frequenti erano i rapporti fra Pandolfo e Montecassino, amanter era accolto e familiarissimus semper restò; e se tanti ricchi donativi egli offriva alla Badia, logico è pensare che la Badia offrisse a lui qualche esemplare della propria arte come il rotulo dello "Exultet". Del resto, indipendentemente dalle cordialità tra Pandolfo e il cenobio bisogna tener presente che la cultura benedettina era largamente penetrata nell' Abruzzo meridionale fino dai tempi anteriori all' invasione saracena quando la Marsica era stata donata dai principi lombardi all'Abbazia del Volturno; e che tali legami intellettuali e spirituali si moltiplicarono col fiorire in terra d'Abruzzo delle numerose celle e abbazie dipendenti sempre, in certo modo, dal cenobio cassinese (4).

L'ottimo stato di conservazione, la mancanza di radicali abrasioni o riscritture - quali si riscontrano invece assai sovente in rotuli simili - fanno ritenere che l' " Exultet" di Pandolfo non sia mai uscito dal territorio marsicano sia durante il suo periodo d'uso, sia dopo, sperso forse in fondo a qualche cassone di vecchia sacrestia.

Per lunghi anni il rotulo fu spiegato dall'alto dell’ambone nella ricorrenza pasquale come attestano nell’ invocazione finale alcune correzioni: "Memento domine famulorum tuorum ­imperatorum nostrorum…” dice il resto originale con la formula d’uso, e il nome di Pandolfo ci riporta all'età di Enrico IV; ma in epoca posteriore le parole "famulorum tuorum imperatorum nostrorum", furono cancellate con un leggero tratto di penna in inchiostro assai chiaro  e sostituite fra rigo e rigo con “famuli tui gloriosissimi et excelletissimi regis nostri N", correzione che prosegue con lo stesso inchiostro e la stessa calligrana più sotto dove al "memento domine principibus nostris it et it..." è sostituito" famuli tui Domini Berardi ". Siamo cioè al tempo dei normanni (5) ed il N ci precisa gli anni di Guglielmo il Malvagio (1154-1166) o di Guglielmo il Buono (1166 - 1189), mentre nel Dominus Berardus si deve riconoscere uno di quei conti di Celano famosi per la Marsica e per il Molise, la cui potenza - riconosciuta fin da Carlo Magno - cadde soltanto con Federico II.

Assicurato così all' epoca del vescovo Pandolfo, il rotulo viene ad inserirsi fra i più antichi “Exultet" conosciuti: di poco posteriore a quello di Bari(6), prossimo più a quelli della Vaticana (Cod. Vat. lat. 9820)(7), di Mirabella Eclano, di Gaeta, di Londra (Add. Ms. 30377)(8), anteriore ai Vaticani Cod. Barb. lat. 592 e Cod. Vat. lat. 3784. E la sua datazione è perfettamente suffragata dall' esame paleografico e stilistico.

Il rotulo d'Avezzano è scritto con inchiostro bruno e non nero (privo cioè di vetriolo) in quei caratteri longobardo-cassinesi, altrimenti conosciuti come beneventani, che nel monastero benedettino assunsero una fisionomia particolare, una vera forma d'arte per un continuo raffinarsi di moduli. Le differenze tra il beneventano e il cassinese possono agevolmente comprendersi osservando il rotulo d'Avezzano, cassinese, con quello ad esempio del Duomo di Capua, beneventano dell' XI secolo, dove le iniziali ad intrecci assai semplici e rozzi son colorate in bleu verde e vermiglione con tinta compatta e granulosa, e le lettere sono ancora alquanto tondeggianti.

Tali caratteristiche si conservano senza alcun raffinamento anche in epoca posteriore come nel rotulo della Casanatense (ms. 724) dei primi del XII  secolo, che ricorda, pur sempre rozzamente, i rotuli di Londra e di Fondi, restando però più strettamente aderente a quello di Salemo.
    Eseguito alla metà dell' XI secolo l' “Exultet” d'Avezzano appartiene al periodo migliore della paleografia cassinese. Alle lettere minute e irregolari del primo tempo, alle rubriche ancora in onciale si sostituiscono un carattere più regolare di dimensioni lievemente maggiori con tendenza alla rotondità e le rubriche in capitale romana su listelli d'oro. Anche le minuscole attestano del momento più strettamente cassinese: l' a è sempre usata in longobardo e non in romano come altrove accade, del c, della r, del t si rintracciano ambedue le forme, dell’ i se ne hanno tre, mentre le lettere che vengono dopo il punto sono sempre in longobardo.
   Privo di scene figurate a differenza di tutti gli altri rotuli conosciuti - e tale mancanza si può anche spiegare con la momentanea assenza del miniaturista dalla Badia benedettina - è opera di eccellente calligrafo il quale seppe trarre effetti vari e gustosissimi da quel tipo di decorazione a veltri, draghi, intrecci geometrici e viminei di origine anglo-sassone a cui la lunga tradizione benedettina seppe conferire una caratteristica ben definita per accostamenti di tinte e finitezza di disegno.

Appartiene cioè il nostro rotulo a quello stile che si può dire affermato dalle Omelie del monaco Giaquinto scritte a Capua sotto l'abate Aligerno continuato con larghissima fioritura nella Badia Cassinese quando l’abate Tobaldo formò il gruppo dei miniaturisti che ripetettero i tipi capuani portandoli in un sol secolo a quello sviluppo concreto, per eleganza e accuratezza, quale ci attesta il codice di Grimoaldo.

Il confronto con le opere cassinesi convince nel ritenere l' "Exultet" d'Avezzano eseguito agli inizi del rettorato dell'abate Desiderio. Tracciate da mano espertissima le iniziali grandi e piccole (sette grandi fra cui il V alto cm. 37 e trentaquattro piccole) di una varietà ed originalità che raramente si incontra altrove, son fini e slanciate, profilate a penna con leggero tratto, divise in compartimenti ciascuno decorato a minutissimi intrecci in rosso, giallo, arancione, verde, azzurro con fasce e fondi d'oro, oppure formate dall' attorcersi curiosissimo di veltri trattati a leggera biacca con lieve sfumatura verdina ai bordi, arricchiti da collari d'oro e dalle tipiche perline bianche puntate di nero nelle zampe. Tradizionale è la forma delle grandi iniziali e particolarmente della E, del V e del D i cui prototipi si rintracciano anche in opere nordiche. Il V e il D si ritrovano uniti allo stesso modo nel rotulo vaticano 9820 in quello della Casanatense e in quello di Londra(9}, mentre l' E a sbarre rigide è ripetuto anche più tardi nell'altro frammento vaticano 3784. Ma se la costruzione delle lettere è simile, del tutto diversa è la qualità del loro ornato. Soltanto il rotulo di Bari, anch' esso opera nella calligrafia di artista cassinese può sostenere il confronto, chè i rotuli della Casanatense, di Capua, di Montecassino, il 592 e il 9820 della Vaticana, negli ornati sono ancora vicini al IX e al X secolo, con rozzi intrecci, contorni grossolani e incerti, coloriture stridenti in giallo, verde e vermiglione. (10}

Più che a tali rotuli l' “Exultet" di Avezzano ci sembra prossimo ad alcuni codici di Montecassino quali le Omelie di Grimoaldo “ diaconus et monacus pictor” che l'abate Teobaldo di S. Liberatore alla Majel1a condusse con sè a Montecassino allorché,   ne divenne abate.               

Dal codice grimoaldense  il rotulo ripete le belle maiuscole romane nette di contorno, le rubriche su listelli d’oro e tutti quei complicati e raffinati intrecci con animali a cui l’autore del rotulo aggiunse forse maggiore preziosità di tinte e finezza di disegno usando anche l’accortezza di non attaccare direttamente il colore al contorno, ma di lasciarci un brevissimo tratto bianco atto a rendere più efficaci i contrasti cromatici.

La mancanza completa delle grandi lettere a fioriture viminee su fondi rossi, bleu, viola, l'assoluta aderenza alle forme tradizionali fanno ritenere l' "Exultet" d'Avezzano anteriore al tempo del monaco Leone, riportandoci così ai primi anni del vescovato di Pandolfo. E il confronto con la Vita Sancti Benedicti (Cod. Vat. lat. 1022) è forse dei più proficui. Sulla elabora­zione dei tipi capuani compiuta da Grimoaldo si vanno innestando tendenze nordiche di monumentalità e desideri di preziosità orientali; enormi lettere occupano intiere pagine completamente campite in rosso, blu, viola con rattorti intrecci d'oro; le figurazioni antropomorfiche si complicano con volute fogliacee, il rosso – che nel rotulo di Avezzano secondo l'uso di quegli anni tendeva al giallo - adesso tende al viola; ma accanto a tanto complicarsi che più tardi farà smarrire la bella tradizione, si conservano i tipi consueti delle iniziali, sia pur ridotti a minor varietà. Al Q del foglio secondo dell' "Exultet " fa riscontro la R carte XXVI verso e il Q a carte 58 verso; dell' H il rotulo presenta variatissimi esempi e nel 1202 a carte CCLI si ritrova esattamente eguale quello col veltro che lega le due aste; come identici si ritrovano gli O a fondo e fasce d'oro con intrecci in blu rosso e verdino. Ma per quanto i raffronti si possano moltiplicare resta in arrivata la curiosità delle complicate realizzazioni ottenute dall'autore del rotulo con i soli animali, la gustosità di certi accostamenti di colore come l'arancio e il vermiglione usati nell' H all' inizio del foglio 6. Unica rappresentazione umana del rotulo è la testina del Salvatore inserita in un disco rosso a perle bianche entro un quadretto a fondo verdino con fascia a girati ricorsi da veltri. il Cristo è rappresentato secondo il tipo bizantino in età giovanile senza barba, con aureola arancione crociata di rosso e tunica pure arancione. Nulla ci dice stilisticamente la figuretta posta dal calligrafo a compire l’ O dell’ Orèmus, ma ci dà una prova di più del suo senso squisitamente decorativo.

(1) L'" Exultet" di Bari si scosta dal testo originale subito dopo le prime invocazioni; quello di Mirabella Ec1ano ripete il testo di Bari fino all'episodio delle api dove fu tagliato per continuare con aggiunta della volgata. (Per il testo di Bari cfr. M. NITT1 DE VITO nel Codice Diplomatico Barese, I, pag. 205); per quello di Mirabella cfr. GUARINI, Osservazioni sopra un rotulo eclanese ecclesiastico. Atti dell' Acc. Pont. Nap., 1832.

L'episodio delle api, che manca in alcuni rotuli, faceva parte del testo originale come si ricava dalle epistole di S. Gregorio che disapprovava il passo a suo parere troppo paganamente virgiliano in una laude cristiana.

(2) Quod tui juris est… sine contradictione cujusdam expleas intra terminos paraeciae Mlarsicanae tam illius partis quam antea obtineas, sive alrerius quam tibi injuste Episcopi invaserunt". Cfr. PHEBONIUS, Hsitoria Marsorum.

(3) La sede vescovile dei Marsi fu Valeria (la città edificata da Valerio Massimo sulle rovine dell'antica Marruvium) e dopo la distruzione di Valeria avvenuta nel 1361 o 1367 passò in Pescina nella chiesa del Castello e nel 1551 in S Maria delle Grazie, rimanendovi fino al 1915 allorché dopo il terremoto fu trasportata in Avezzano.

(4) Basterà ricordare quel Teobaldo che prima di essere abate di Montecassino (1022-1035) era stato Abate di S. Liberatore alla Majella di cui aveva arricchito la biblioteca, facendo copiare oltre 100 volumi. Ed un riscontro ai donativi di Pandolfo si trova anche più tardi quando il libro di Omelie fatta eseguire da Desiderio a Frate Leone fu pagato da Giovanni arciprete Marsicano.

     (5) Nel 1140 i Normanni sotto Ruggero il riuscirono ad impadronirsi di vari distretti abruzzesi e poco dopo tutto l'Abruzzo faceva parte del Regno di Sicilia.

(6) L'" Exultet" di Bari, la cui datazione non è sicura, e che si fa risalire al 1028 per le immagini dei due Basilei nelle quali si vorrebbero riconoscere i due fratelli Basilio II e Costantino che insieme regnarono a Bisanzio, ha miniature bizantine con leggende greche, ma il testo è latino con caratteri ed ornati longobardo-cassinesi.

7} Nel 9820 Vaticano proveniente dal Monastero di S. Benedetto a Benevento son ricordati Pandolfo V che resse Benevento dal 1038 al 1059 e il figlio suo Landolfo.

8} Il rotulo di Londra proveniente da Montecassino è del tempo dell' abate Desiderio, ma non si può datare con precisione mancamdo il nome del vescovo e dell' imperatore; confr. British Museum: An Exultet Roll. illuminaced in the X/ century at the abbey of Monte Cassino, Londcn, 1929.

(9) L'" Exulret , di Londra ha le grandi iniziali decorate secondo lo stile di Frate Leone con teste di grifoni, mostri attorti e intrecci ad ampie volute d'oro piegate su fondo di porpora tendente al viola in tutto simili a quelle della Vita Sancti Benedicti (Cod. Vat., 1202).

(10) A. M. LAT1L, Le miniature nei rotuli dell'E. mont. 1899; Ch. Langlois, Le rouleau d'E. de la Bibl. Casan, in: Melanges de l'Ec. d. Rome, VI, 1886.