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LA SERIE degli “Exultet”, il canto del preconio
Pasquale, viene ad accrescersi di un esemplare rimasto fino da oggi
ignorato, e conservato presso la Curia vescovile di Avezzano.
Pur non potendo stare all'altezza di
quello di Bari o di Londra, di Salerno o del Vaticano essendo privo delle
consuete illustrazioni, è tuttavia di notevole interesse perché appartiene
al migliore momento della paleografia cassinese, e perché viene a colmare
quella lacuna notata dal Bertaux :nel suo capitolo sui rotoli pasquali: “
Des ruoleaux du meme genre et non moins richement ornés ont été en usage dans
toutes les provinces du sud Abruzzes, et Calabres exceptée… ". E’ questo
infatti di Avezzano l'unico “Exultet” conosciuto degli Abruzzi, eseguito
espressamente per la diocesi dei Marsi e perfettamente databile.
Il rotulo del tutto integro, lungo m. 5,66, si
compone di otto fogli di pergamena larghi cm. 27 e lunghi da cm. 40 a cm.
85, cuciti con la solita strisciolina di pelle bianca; ancor avvolto alla
sua bacchetta di bosso è in ottimo stato di conservazione, salvo il primo
foglio assai strappato e mancante di alcuni frammenti. Il testo della lode
del cero è la volgata ossia il testo originale del rito romano che risale a
S. Agostino, assai differente da quello del rito mozarabico ed
ambrosiano. E tale testo, che qui contiene per intiero l'episodio delle
api, si ritrova in tutti gli "Exultet" conosciuti ad eccezione di quelli di
Bari e di Mirabella Eclano. Ogni parola deI canto è accompagnata dai
neumi, la notazione musicale a campo libero, ma ad altezza
corrispondente al grado diatonico, che durò fino all'innovazione di Guido d'Arezzo.
L'invocazione per il papa, il vescovo, il clero
tutto e l’ imperatore con cui si chiude generalmente la laude, si ritrova
completa anche nel nostro rotulo; ma mentre altrove il nome dei personaggi
spesso o non è citato affatto oppure cancellato e sostituito in epoca
posteriore con altri, nel rotulo di Avezzano si conserva intatto e chiaro il
nome originale del vescovo per la cui diocesi fu eseguito in base al quale
si può giungere alla esatta datazione dell' ExuItet.
"Precamur ergo te domine ut
nos famulos tuos omnem clerum. Et devotissimum populum. Una cum
beatissimo papa nostro il. Et cum antistite nostro PANDULFO. Sed et
omnibus presbiteris diaconibus subdiaconibus cunctoque clero vel plebe
memento domine famulorum tuorum imperatorum nostrorum it. Et
exercitus eorum universi. Atque barbaras nationes illorum dicioni potenter
substerne. Memento etiam Domine principibus nostris it. et it.
Et coelestem eis concede victoriam cum affini exercitu eorum. Et his qui
tibi offerunt hoc sacrificium laudis Premia aeterna largiaris. Per dominum
nostrum Jesum Christum filium tuum qui tecum et cum spiritu sancto vivit et
regnat Deus. Per omnia saecula saeculorum Amen”.
Dal Febonio - seguito dal Corsignani,
dall' Ughelli, dal Garns, dal Di Pietro, dal Savini e da tutti gli storici
dell'Abruzzo - si ricava che Pandolfo fu eletto vescovo dei Marsi nel
1057 essendo papa Stefano IX, ma che già da varii anni reggeva la curia dei
Marsi in lotta con i conti di Celano. Sotto il pontificato del giovane
Benedetto IX infatti i conti dei Marsi ottenevano che si dividesse la
regione e, che lasciando la parte maggiore a Pandolfo, si assegnasse il Carsolano e la valle di Nerfa ad Attone dei conti di Celano: che
fissò la propria residenza in Santa Maria di Carsoli.
Tale anormale stato di cose fu tollerato dai
successori di Benedetto IX, Damaso II e Leone IX, ma Vittore II nel Concilio
di Firenze del 1055 – essendo presenti Pandolfo ed Attone – dichiarò nulla
la divisione della Diocesi, e intruso Attone, che trasferì a Chieti. Poco
dopo Stefano IX (sic! nell’originale; si ritratta di un errore di
stampa, poiché è Stefano II – nota del trascrittore) il 9 dicembre 1057
nel Monastero di Montecassino con una bolla – conservata nell’Archivio
Vescovile dei Marsi e riportata dal Febonio – riuniva sotto Pandolfo tutta
la diocesi marsicana (3). L’anno 1057 rappresenta dunque la data diremo
legale dell’elezione di Pandolfo.
Pandolfo resse lungamente il Vescovato. NeI
1059 era presente al Concilio di Roma contro i simoniaci e nel 1071
firmava l'atto di consacrazione della chiesa di Montecassino
compiuta da Alessandro II. La notizia si ricava dalla Cronaca di Leone
d'Ostia (Libr. 2°, Cap. 98) che nello stesso capitolo prosegue con
parole assai interessanti per noi circa le relazioni tra Pandolfo e la
Badia benedettina.
"Post hos dies Pandolphus Marsorum episcopus
vir nobilissimus, et ecclesiasticus, ad hoc monasterium venit, atque ab eo
nimis honorifice, amanterque receptus est; qui etiam et privilegium
episcopale fecit, et in hoc monasterio locum illi primum post se in omni
conventu concessit. Qui videlicet Episcopus obtulit in hoc loco planetam
purpuream cum listis et gemmis; thuribula argentea duo, calicem aureum cum
patena una atque manilia ac argentea duo incensorium de argento unum; crucem
argenteam parvam cum signo domini, sistulam argenteam unum cum leonibus;
pallium magnum unum cum leonibus; pallium magnum unum ad appendum; unum
tappetum optimum; et alia nonnulla quae scribere superflua diximus, et sic
societate, et benedictione fratrum recepita, reversus est semperque ex eo
tempore familiarissus et devotissimus circa locum iustum existens”.
Amichevoli dunque e frequenti erano i rapporti
fra Pandolfo e Montecassino, amanter era accolto e
familiarissimus semper restò; e se tanti ricchi donativi egli offriva
alla Badia, logico è pensare che la Badia offrisse a lui qualche esemplare
della propria arte come il rotulo dello "Exultet". Del resto,
indipendentemente dalle cordialità tra Pandolfo e il cenobio bisogna tener
presente che la cultura benedettina era largamente penetrata nell' Abruzzo
meridionale fino dai tempi anteriori all' invasione saracena quando la
Marsica era stata donata dai principi lombardi all'Abbazia del Volturno; e
che tali legami intellettuali e spirituali si moltiplicarono col fiorire in
terra d'Abruzzo delle numerose celle e abbazie dipendenti sempre, in certo
modo, dal cenobio cassinese (4).
L'ottimo stato di conservazione, la mancanza di
radicali abrasioni o riscritture - quali si riscontrano invece assai sovente
in rotuli simili - fanno ritenere che l' " Exultet" di Pandolfo non sia mai
uscito dal territorio marsicano sia durante il suo periodo d'uso, sia dopo,
sperso forse in fondo a qualche cassone di vecchia sacrestia.
Per lunghi anni il rotulo fu spiegato dall'alto
dell’ambone nella ricorrenza pasquale come attestano nell’ invocazione
finale alcune correzioni: "Memento domine famulorum tuorum imperatorum
nostrorum…” dice il resto originale con la formula d’uso, e il nome di
Pandolfo ci riporta all'età di Enrico IV; ma in epoca posteriore le parole
"famulorum tuorum imperatorum nostrorum", furono cancellate con un
leggero tratto di penna in inchiostro assai chiaro e sostituite fra rigo e
rigo con “famuli tui gloriosissimi et excelletissimi regis nostri N",
correzione che prosegue con lo stesso inchiostro e la stessa calligrana più
sotto dove al "memento domine principibus nostris it et it..."
è sostituito" famuli tui Domini Berardi ". Siamo cioè al tempo dei
normanni (5) ed il N ci precisa gli anni di Guglielmo il Malvagio
(1154-1166) o di Guglielmo il Buono (1166 - 1189), mentre nel Dominus
Berardus si deve riconoscere uno di quei conti di Celano famosi per la
Marsica e per il Molise, la cui potenza - riconosciuta fin da Carlo Magno -
cadde soltanto con Federico II.
Assicurato così all' epoca del vescovo Pandolfo,
il rotulo viene ad inserirsi fra i più antichi “Exultet" conosciuti: di poco
posteriore a quello di Bari(6), prossimo più a quelli della Vaticana (Cod.
Vat. lat. 9820)(7), di Mirabella Eclano, di Gaeta, di Londra (Add. Ms.
30377)(8), anteriore ai Vaticani Cod. Barb. lat. 592 e Cod. Vat. lat. 3784. E
la sua datazione è perfettamente suffragata dall' esame paleografico e
stilistico.
Il rotulo d'Avezzano è scritto con inchiostro
bruno e non nero (privo cioè di vetriolo) in quei caratteri
longobardo-cassinesi, altrimenti conosciuti come beneventani, che nel
monastero benedettino assunsero una fisionomia particolare, una vera forma
d'arte per un continuo raffinarsi di moduli. Le differenze tra il beneventano e il cassinese possono agevolmente comprendersi osservando il
rotulo d'Avezzano, cassinese, con quello ad esempio del Duomo di Capua,
beneventano dell' XI secolo, dove le iniziali ad intrecci assai semplici e
rozzi son colorate in bleu verde e vermiglione con tinta compatta e
granulosa, e le lettere sono ancora alquanto tondeggianti. |
Tali caratteristiche si conservano senza
alcun raffinamento anche in epoca posteriore come nel rotulo della
Casanatense (ms. 724) dei primi del XII secolo, che ricorda, pur sempre
rozzamente, i rotuli di Londra e di Fondi, restando però più strettamente
aderente a quello di Salemo.
Eseguito alla metà dell' XI secolo l' “Exultet” d'Avezzano
appartiene al periodo migliore della paleografia cassinese. Alle lettere
minute e irregolari del primo tempo, alle rubriche ancora in onciale si
sostituiscono un carattere più regolare di dimensioni lievemente maggiori
con tendenza alla rotondità e le rubriche in capitale romana su listelli
d'oro. Anche le minuscole attestano del momento più strettamente cassinese:
l' a è sempre usata in longobardo e non in romano come altrove
accade, del c, della r, del t si rintracciano ambedue
le forme, dell’ i se ne hanno tre, mentre le lettere che vengono dopo
il punto sono sempre in longobardo.
Privo di scene figurate a differenza di tutti gli altri rotuli
conosciuti - e tale mancanza si può anche spiegare con la momentanea assenza
del miniaturista dalla Badia benedettina - è opera di eccellente calligrafo
il quale seppe trarre effetti vari e gustosissimi da quel tipo di
decorazione a veltri, draghi, intrecci geometrici e viminei di origine
anglo-sassone a cui la lunga tradizione benedettina seppe conferire una
caratteristica ben definita per accostamenti di tinte e finitezza di
disegno.
Appartiene cioè il nostro
rotulo a quello stile che si può dire affermato dalle Omelie del monaco
Giaquinto scritte a Capua sotto l'abate Aligerno continuato con larghissima
fioritura nella Badia Cassinese quando l’abate Tobaldo formò il gruppo dei
miniaturisti che ripetettero i
tipi capuani portandoli in un sol secolo a quello sviluppo concreto, per
eleganza e accuratezza, quale ci attesta il codice di Grimoaldo.
Il confronto con le opere cassinesi convince nel
ritenere l' "Exultet" d'Avezzano eseguito agli inizi del rettorato
dell'abate Desiderio. Tracciate da mano espertissima le iniziali grandi e
piccole (sette grandi fra cui il V alto cm. 37 e trentaquattro
piccole) di una varietà ed originalità che raramente si incontra altrove,
son fini e slanciate, profilate a penna con leggero tratto, divise in
compartimenti ciascuno decorato a minutissimi intrecci in rosso, giallo,
arancione, verde, azzurro con fasce e fondi d'oro, oppure formate dall'
attorcersi curiosissimo di veltri trattati a leggera biacca con lieve
sfumatura verdina ai bordi, arricchiti da collari d'oro e dalle tipiche
perline bianche puntate di nero nelle zampe. Tradizionale è la forma delle
grandi iniziali e particolarmente della E, del V e del D
i cui prototipi si rintracciano anche in opere nordiche. Il V e
il D si ritrovano uniti allo stesso modo nel rotulo vaticano 9820 in
quello della Casanatense e in quello di Londra(9}, mentre l' E a
sbarre rigide è ripetuto anche più tardi nell'altro frammento vaticano 3784.
Ma se la costruzione delle lettere è simile, del tutto diversa è la qualità
del loro ornato. Soltanto il rotulo di Bari, anch' esso opera nella
calligrafia di artista cassinese può sostenere il confronto, chè i rotuli
della Casanatense, di Capua, di Montecassino, il 592 e il 9820 della
Vaticana, negli ornati sono ancora vicini al IX e al X secolo, con rozzi
intrecci, contorni grossolani e incerti, coloriture stridenti in giallo,
verde e vermiglione. (10}
Più che a tali rotuli l' “Exultet" di Avezzano
ci sembra prossimo ad alcuni codici di Montecassino quali le
Omelie di Grimoaldo “ diaconus et monacus pictor” che l'abate
Teobaldo di S. Liberatore alla Majel1a condusse con sè a Montecassino
allorché, ne divenne abate.
Dal codice grimoaldense il rotulo ripete le
belle maiuscole romane nette di contorno, le rubriche su listelli d’oro e
tutti quei complicati e raffinati intrecci con animali a cui l’autore del
rotulo aggiunse forse maggiore preziosità di tinte e finezza di disegno
usando anche l’accortezza di non attaccare direttamente il colore al
contorno, ma di lasciarci un brevissimo tratto bianco atto a rendere più
efficaci i contrasti cromatici.
La mancanza completa delle grandi lettere a
fioriture viminee su fondi rossi, bleu, viola, l'assoluta aderenza alle
forme tradizionali fanno ritenere l' "Exultet" d'Avezzano anteriore al tempo
del monaco Leone, riportandoci così ai primi anni del vescovato di
Pandolfo. E il confronto con la Vita Sancti Benedicti (Cod. Vat.
lat. 1022) è forse dei più proficui. Sulla elaborazione dei tipi capuani
compiuta da Grimoaldo si vanno innestando tendenze nordiche di
monumentalità e desideri di preziosità orientali; enormi lettere occupano
intiere pagine completamente campite in rosso, blu, viola con rattorti
intrecci d'oro; le figurazioni antropomorfiche si complicano con volute
fogliacee, il rosso – che nel rotulo di Avezzano secondo l'uso di quegli
anni tendeva al giallo - adesso tende al viola; ma accanto a tanto
complicarsi che più tardi farà smarrire la bella tradizione, si conservano i
tipi consueti delle iniziali, sia pur ridotti a minor varietà. Al Q del
foglio secondo dell' "Exultet " fa riscontro la R carte XXVI verso e
il Q a carte 58 verso; dell' H il rotulo presenta variatissimi esempi
e nel 1202 a carte CCLI si ritrova esattamente eguale quello col veltro che
lega le due aste; come identici si ritrovano gli O a fondo e fasce d'oro con
intrecci in blu rosso e verdino. Ma per quanto i raffronti si possano
moltiplicare resta in arrivata la curiosità delle complicate realizzazioni
ottenute dall'autore del rotulo con i soli animali, la gustosità di certi
accostamenti di colore come l'arancio e il vermiglione usati nell' H
all' inizio del foglio 6. Unica rappresentazione umana del rotulo è la
testina del Salvatore inserita in un disco rosso a perle bianche entro un
quadretto a fondo verdino con fascia a girati ricorsi da veltri. il Cristo
è rappresentato secondo il tipo bizantino in età giovanile senza barba, con
aureola arancione crociata di rosso e tunica pure arancione. Nulla ci dice
stilisticamente la figuretta posta dal calligrafo a compire l’ O
dell’ Orèmus, ma ci dà una prova di più del suo senso squisitamente
decorativo.
(1)
L'" Exultet" di Bari si scosta dal testo originale
subito dopo le prime invocazioni; quello di
Mirabella Ec1ano ripete il testo di Bari fino all'episodio delle api dove fu
tagliato per continuare con aggiunta della volgata. (Per il testo di Bari
cfr. M. NITT1 DE VITO nel Codice Diplomatico Barese, I, pag. 205);
per quello di Mirabella cfr. GUARINI, Osservazioni sopra un rotulo
eclanese ecclesiastico. Atti dell' Acc. Pont. Nap., 1832.
L'episodio delle api, che manca in alcuni
rotuli, faceva parte del testo originale come si ricava dalle epistole di S.
Gregorio che disapprovava il passo a suo parere troppo paganamente
virgiliano in una laude cristiana.
(2) Quod tui juris est… sine
contradictione cujusdam expleas intra terminos paraeciae Mlarsicanae tam
illius partis quam antea obtineas, sive alrerius quam tibi injuste Episcopi
invaserunt". Cfr. PHEBONIUS,
Hsitoria Marsorum.
(3) La sede vescovile dei Marsi fu Valeria
(la città edificata da Valerio Massimo sulle rovine dell'antica Marruvium) e
dopo la distruzione di Valeria avvenuta nel 1361 o 1367 passò in Pescina
nella chiesa del Castello e nel 1551 in S Maria delle Grazie, rimanendovi
fino al 1915 allorché dopo il terremoto fu trasportata in Avezzano.
(4) Basterà ricordare quel Teobaldo che prima
di essere abate di Montecassino (1022-1035) era stato Abate di S. Liberatore
alla Majella di cui aveva arricchito la biblioteca, facendo copiare oltre
100 volumi. Ed un riscontro ai donativi di Pandolfo si trova anche più tardi
quando il libro di Omelie fatta eseguire da Desiderio a Frate Leone
fu pagato da Giovanni arciprete Marsicano.
(5) Nel 1140 i Normanni sotto Ruggero il
riuscirono ad impadronirsi di vari distretti abruzzesi e poco dopo tutto
l'Abruzzo faceva parte del Regno di Sicilia.
(6) L'" Exultet" di Bari, la cui datazione
non è sicura, e che si fa risalire al 1028 per le immagini dei due Basilei
nelle quali si vorrebbero riconoscere i due fratelli Basilio II e Costantino
che insieme regnarono a Bisanzio, ha miniature bizantine con leggende
greche, ma il testo è latino con caratteri ed ornati longobardo-cassinesi.
7} Nel 9820 Vaticano proveniente dal
Monastero di S. Benedetto a Benevento son ricordati Pandolfo V che resse
Benevento dal 1038 al 1059 e il figlio suo Landolfo.
8} Il rotulo di Londra proveniente da
Montecassino è del tempo dell' abate Desiderio, ma non si può datare con
precisione mancamdo il nome del vescovo e dell' imperatore; confr.
British Museum: An Exultet
Roll. illuminaced in
the X/ century at the abbey of Monte Cassino, Londcn, 1929.
(9) L'" Exulret , di Londra ha le grandi
iniziali decorate secondo lo stile di Frate Leone con teste di grifoni,
mostri attorti e intrecci ad ampie volute d'oro piegate su fondo di porpora
tendente al viola in tutto simili a quelle della Vita Sancti Benedicti
(Cod. Vat., 1202).
(10) A. M. LAT1L, Le miniature nei rotuli
dell'E. mont. 1899; Ch. Langlois, Le rouleau d'E. de la Bibl. Casan,
in: Melanges de l'Ec. d. Rome, VI, 1886. |